MARIA ROSA CUTRUFELLI.
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I BAMBINI DELLA GINESTRA.
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Frassinelli Editore.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale fornita da: Amedeo Marchini.
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Presentazione.
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1 maggio 1947: festa del lavoro a Portella della Ginestra.
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 un bel giorno per i lavoratori che, a centinaia, si danno appuntamento in mezzo alle montagne sassose del palermitano, in un pianoro che profuma di ginestre selvatiche. LItalia  ormai una Repubblica e la Sicilia non vuole pi essere lisola dei gattopardi, dei gabellotti, delle coppole di velluto. Cos i paesani festeggiano e scendono a piedi, in bicicletta, con i muli, a Portella della Ginestra, in quel naturale punto dincrocio tra le coste della Pizzuta e della Kumeta. Ma  proprio da l, dagli speroni bianchi di quelle antiche montagne, che Salvatore Giuliano ordina il massacro. Undici morti, ventisette feriti.
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Tra gli spettatori muti della strage, due ragazzetti: Lillo ed Enza. A lui ammazzano il padre, lei vede in faccia i banditi. Sono i bambini della Ginestra, segnati dalla Storia. E anche dallingiustizia, perch invano i sopravvissuti chiederanno risposta alle loro domande.
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Perch e per conto di chi aveva sparato Salvatore Giuliano? Ed era stato soltanto il suo gruppo a sparare? Chi si nascondeva, in realt, dietro le rocce della Kumeta? Le strade di Enza e di Lillo si congiungono su quella piana, in un giorno di festa che, improvvisamente, diventa tragedia. Una tragedia senza giustizia. E allora le notti si riempiono di paura e i giorni di rabbia. Rabbia per lindifferenza. Per la disattenzione degli altri. Per le menzogne pubbliche e private. Per le complicit.
Enza e Lillo crescono segnati da questo trauma. Unesperienza che li unisce e, al tempo stesso, li divide. Non possono pi fidarsi. Non riescono ad abbandonarsi ai sentimenti. Poi la voglia di vivere prende il sopravvento. Ma per rompere il silenzio della memoria e riuscire ad amare (e amarsi), i due bambini della Ginestra dovranno fare un lungo cammino.
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Un romanzo forte e vibrante. Il racconto di un amore che, per mettere radici, esige la ricerca della verit.
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LAUTRICE.
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MARIA ROSA CUTRUFELLI, nata a Messina, cresciuta fra la Sicilia e Firenze, ha studiato a Bologna e, dopo aver viaggiato e vissuto per qualche anno in Africa, ora vive e lavora a Roma. Dopo gli studi universitari collabora con numerose riviste letterarie e di critica. Ha curato alcune antologie di racconti e scritto diversi radiodrammi per la Radio Televisione Italiana ed ha fondato e diretto per dodici anni Tuttestorie, rivista di narrativa e letteratura.I suoi saggi e i suoi romanzi sono tradotti in una numerose lingue.

La sua produzione letteraria consiste di: La briganta, del 1990; Complice il dubbio, del 1992, da cui  stato tratto il film: Le complici; Canto al deserto, del 1994; Il paese dei figli perduti, del 1999; due libri di viaggio: Mama Africa, del 1993, e Giorni dacqua corrente, del 2002; La donna che visse per un sogno del 2004, che entr fra i cinque finalisti del premio Strega e fu vincitore dei premi Penne, Racalmare-Sciascia e Donna-Citt di Alghero; Damore e dodio del 2008, vincitore del premio Tassoni; I bambini della Ginestra del 2012, vincitore del Premio Ultima Frontiera; Il giudice delle donne del 2016.
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A mio padre, perch ho amato il suo mistero. A mia madre, perch lho amata e basta. Li so io i nomi proibiti, i nomi dei morti ammazzati i nomi del silenzio innominati.
BEATRICE MONROY.
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E il vento s levato leggero ogni mattina e il tempo, colore di pioggia e di ferro  passato sulle pietre [...]
Ancora la verit  lontana [...]
Dammi la risposta. Ora, ora prima che altro silenzio entri negli occhi, prima che altro vento salga e altra ruggine fiorisca.
SALVATORE QUASIMODO.
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Portella della Ginestra, 1947.
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Lo spettacolo era troppo allettante perch il ragazzetto non si fermasse a guardare.
Tre. Erano proprio tre i cestoni colmi di nespole fino allorlo. E a vederli cos ben sistemati
sulla carriola, con i frutti tondi che spuntavano dal morbido della paglia, il suo stomaco si mise a
sospirare di desiderio. Poi i sospiri sfociarono in borbottii potenti e lui arross.
Era quasi arrivato al centro del pianoro, dove si teneva la festa, e stava attraversando il
mercatino allestito tra le rocce che scendevano di balza in balza fino alla conca della Ginestra. Alle
spalle aveva i costoni della Pizzuta e la parete del Pelavet, di fronte i dossi della Kumeta. Il cielo che
premeva contro le montagne era di un azzurro duro. Senza macchie.
Faceva caldo. Il giorno prima il barbiere gli aveva tagliato i capelli, perci il sole lo pizzicava
sulla nuca scoperta. Si pass un dito sotto il collo della camicia per smorzare il fastidio, ma non cerc
lombra: rimase l immobile ad ammirare le ceste. E sarebbe rimasto chiss quanto in contemplazione,
se suo padre non lavesse spinto via a faccia brutta: Ora no. Sbrigati, ch il segretario comincia a
parlare...
Erano in ritardo,  vero, ma per colpa di chi? Non era stato suo padre a perdere tempo in
contrada Traversa? Per zappettare lorto, raschiare lerba, raccogliere finocchiella E adesso diceva:
Correte! Anche sua madre camminava svelta per raggiungere il gruppo dei paesani. Camminava e si
teneva la gonna che, malgrado lattenzione, ogni tanto andava a imbrogliarsi tra cardi e spinesante. A
testa bassa, lui acceler landatura per starle dietro. Ma quando ormai non ci sperava pi, suo padre
simpietos: E vattene, vah!
Torn indietro di fretta, facendosi largo tra la folla che si stava raccogliendo attorno al sasso
Barbato, il podio delloratore.
I musicanti della banda erano gi a riposo, con i piatti e i tamburi e gli ottoni che specchiavano
la gran luce di maggio. Cera pi gente che alla processione di San Giorgio. Uomini con le giacche
comprate sulle bancarelle delle robe americane. Giovani che erano venuti a piedi e, con la fisarmonica
a tracolla, aspettavano lapertura del ballo. Donne con la pettorina bianca sotto il giubbetto. Mastri di
bottega che spingevano a mano le biciclette per evitare le buche dello stradale. Un fitto che gli stonava
la testa. Quanti potevano essere? Mille e mille Un numero spropositato. Pure il maresciallo Parrino 
che alla Ginestra non era sceso per divertimento ma per dovere di servizio,  logico  guardava a bocca
aperta quella fiumana di femmine e di maschi. Suo padre diceva che era una brava persona, il
maresciallo. Uno che non si approfittava.
Seguit ad avanzare controcorrente.
Poco pi in l il pendio ricominciava a salire fra le creste rocciose che affioravano dal terreno e
si allargavano ad anfiteatro. Lui rallent il passo per asciugarsi il sudore. E mentre si strofinava il
fazzoletto dietro le orecchie, a un tratto incroci lo sguardo di Tanuzzu. Fumava seduto sul basto di
legno scaricato dalla groppa del mulo. Era stato suo compagno di classe, Tanuzzu, e ora si credeva un
capintesta perch, a dieci anni, maneggiava lo schioppo meglio di un grande. Gli pareva dessere una
specie di Orlando, il pi famoso dei famosi paladini, ma era solo un selvatico. Uno che a scuola era
durato meno di un amen: non gli piaceva impidocchiarsi ditaliano, a Tanuzzu! Comunque, nel
passargli accanto, gli butt un saluto a mezza voce. Laltro, per risposta, soffi dalle labbra due anelli
di fumo.
E finalmente ecco di nuovo il mercato. In uno spiazzo a fianco avevano riunito i cavalli, i muli,
le carrette dei giornatari e dei braccianti, i carri della Camera del Lavoro. Sulle stanghe erano fissate le
bandiere rosse che sventolavano, assieme al tricolore, proiettando sul prato disegni mobili. Dentro il
chiaroscuro, una ragazza apparecchiava pane, carciofi di montagna e vino da distribuire a chiusura del
comizio. Per ultimi, venivano i barrocci con la frutta. E le nespole, incoronate dal ronzio nero delle
mosche.
Ne prese una cartata. Al primo morso, per, risultarono asprigne. Cos, per reazione allagro,
strinse le palpebre. E in quel preciso istante, proprio a quel punto, la terra schizz in alto. Si sollev a
sbruffo, frantumandosi in aria e liberando una polvere ruvida. Pietrosa.
Sul momento, gli venne da pensare: tirano mortaretti? mortaretti in mezzo ai cristiani?
Il pulviscolo si dirad lasciandogli in bocca un asciutto strano, che sapeva di nespole acerbe e
fuochi dartificio. Subito dopo sent gli spari. E immediatamente cap che non si trattava di fucili o
doppiette di cacciatori: quello, era il suono della guerra. Se la ricordava bene, lui, la guerra, quando non
si poteva giocare perch le porte stavano sempre chiuse, nessuno si affacciava per strada e, in
lontananza, la mitraglia faceva: t t t, pum t t t, pum Lo stesso identico suono di ora.
Possibile mai che fosse tornata la guerra e nessuno lo sapesse?
Non ebbe il tempo di rispondersi: un proiettile stacc il salvapunta in ferro del suo scarpone. Il
contraccolpo gli procur un dolore lancinante al piede, cos forte da piegargli le gambe e gettarlo al
suolo.
Le mitragliette intanto continuavano: t t t, pum t t t, pum
Si trascin dietro un sasso. Uno di quei sassi bianchi della Ginestra che sembravano sbucare dal
fondo di un mare disseccato. La schiena contro la pietra, si guard la scarpa. Era brutta cos sconciata, e
lui se ne dispiacque. Mio zio laggiusta, si disse poi a consolazione. E fece per rialzarsi. Ma la ragazza
del pane, che aveva trovato riparo sotto un carro, gli url di starsene gi: Ci ammazzano, qua ci
ammazzano, gesmmaria!
Ci ammazzano? A noi? Scosse la testa, incredulo. A noi? E perch?
Si sentiva pi confuso che spaventato. Ma i denti gli battevano in maniera tale da impedire
anche al respiro di uscirsene fuori. Mamma, fu il suo unico pensiero. E si sporse, appena un poco, per
sbirciare in direzione del sasso Barbato, l doverano rimasti sua madre e suo padre.
Non li vide.
Vide invece le bestie che cadevano. Prima un cavallino. Di seguito, un cavallo grande. Il suo
nitrito si lev alto, altissimo, per crollare di botto col rumore di una frana e lui ebbe limpressione che
fosse il verso del cavallo, quellimmenso rovinio di rocce, ad abbattere un mulo e un altro e un altro...
Un attimo pi tardi, dietro gli animali, vide la folla che cominciava a scappare. Una fuga
disordinata. Sottane scure che si alzavano su polpacci chiari. Uomini con i bambini aggrappati addosso.
Ragazzi che correvano a scattafiato. Pure Tanuzzu correva. A salti, con le braccia aperte. Volava di
pietra in pietra. Sembrava un uccello di passo sotto il tiro dei cacciatori. Tanto corse che gli arriv
vicino. Era a nemmeno un metro di distanza quando stramazz per terra, stralun gli occhi e non si
mosse pi. Allora lui smise di guardare e si accucci stringendo le ginocchia contro il mento. Mentre se
ne stava tutto ripiegato su se stesso, sent la vescica svuotarsi di colpo nei pantaloni.
E ancora le mitragliette facevano: t t t, pum t t t, pum
Poi, allimprovviso, il silenzio.
Listinto gli disse che la caccia era finita. Si tir su. Il mondo gli apparve in bianco e nero. Era
piena mattina, ma le sue palpebre erano due membrane fredde che trattenevano i colori. Con le gambe
molli si avventur in quel mondo spento, da giudizio universale.
A ogni passo inciampava in qualcosa. Fiaschi. Tovaglie. Oggetti abbandonati che parevano i
resti di unalluvione. A ogni passo qualcuno lo tirava per la manica. Paesani che gli chiedevano se
avesse visto questo o quello. Giovanotti che pretendevano il suo aiuto per portar via i feriti. Bambini in
lacrime. Lui non si ferm per nessuno. Cercava sua madre.
La trov pi o meno nello stesso posto in cui laveva lasciata, al centro del pianoro. Era seduta
in mezzo a un pietrisco stepposo. Con la schiena rigida e le mani in grembo. Allora finalmente la voce
gli usc dal petto: Ma! Ah ma E si precipit verso di lei. Ma proprio mentre si chinava per
abbracciarla, si rese conto che il suo cuore era stato troppo partigiano. Perch davanti a loro, sbattuto
sui cuscini pungenti delle ginestre, cera un corpo, e quel corpo era di suo padre.
Andare, tornare
Roma, 10 ottobre 1972
Basta, ho deciso di scriverti e pazienza se mi riesce difficile.
Il fatto  che ho perso labitudine a questo tipo di comunicazione e una lettera comporta sempre
una fatica particolare. Anche in passato, quando mi capitava di scriverne qualcuna, dovevo fare uno
sforzo, costringermi.
Cara, carissima Enza... cara piccola pulce insistente e fastidiosa (tanto per rispolverare i vecchi
complimenti di tuo fratello)... la verit  che la scrittura non mi viene facile! E non sto parlando di libri
o di articoli, ma di qualcosa che esce dallanima senza uno schema prestabilito. Per pura voglia
dintimit. Solo che scrivere, per me, significa lavoro. Professione. Carriera. Non  un gesto gratuito.
Non riesco a passare con disinvoltura dal piano pubblico a quello privato, dalla pagina di un testo
neutro o presunto tale a una lettera che, in qualche modo,  sempre un racconto a due...
Ma s, lavrai gi capito: tutto questo preambolo non  che una giustificazione preventiva.
Insomma, c qualcosa che avrei dovuto dirti da un pezzo e invece non ti ho detto.  da una settimana
che ripeto a me stesso: oggi! deve essere oggi. E poi rimando perch, appena sento la tua voce al
telefono, non so pi da che parte cominciare. Tutto sommato, preferisco parlarti cos, attraverso il
diaframma protettivo di un foglio di carta.
Ora magari ti sarai spaventata, perci provvedo a rassicurarti subito.
La notizia che avrei dovuto darti e non ti ho dato  positiva e per molti versi lusinghiera: la
cattedra di Storia moderna alluniversit di Palermo  libera e potrei essere io a occuparla. Devo
soltanto  soltanto!  decidere se iniziare o no un percorso burocratico alla fine del quale mi ritroverei
in Sicilia.
Mi sono fermato a rileggere questultima frase ed ecco, sono gi nel panico. Un ritorno, Enza.
Un rientro che potrebbe essere definitivo.  questo che voglio?
A volte mi pare di s, e la convinzione dura fin quando vado a letto e, invece di dormire, guardo
allindietro. Allora la prospettiva cambia e allimprovviso mi rivedo mentre scendo dal treno con lo
zaino in spalla, eccitato, un po spaurito, e mi avvio a passo lento per le strade di Roma.
 il primo giorno, il mio primo incontro con la capitale.
C il sole che gioca attraverso il getto di una fontana e ogni cosa  nuova, carica di possibilit,
e il mondo, la vita, tutto  leggero, talmente leggero!
Il Sud  stanco di trascinare morti... Anchio ero stanco di trascinare i miei morti e quella sera,
in una pensioncina di via Cavour, ripensai proprio alla poesia di Quasimodo e al momento in cui
laveva scritta, poco prima della Ginestra, come in una preveggenza. Pensai ai sentieri della Sicilia, alle
sue piste nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse... e con il viso contro il cuscino mormorai a
fior di labbra: pi nessuno mi porter nel Sud!
Pi nessuno: con le parole del poeta, mi stavo facendo una promessa.
Ma solo i santi possono promettere e mantenere, diceva mia madre. E in ogni caso, quel tempo
 passato...
Non del tutto, a essere sincero, perch stanotte ho rivisto la faccia cattiva dellinsonnia che mi
faceva girare e rigirare nel letto quandero ragazzo. Il problema  che non posso pi rimandare, devo
prendere una decisione. E qui entri in gioco tu.
La carriera, il prestigio: gran belle cose! Un potente incentivo a superare questa volont di fuga
che continua a tentarmi, non dico di no. E che per non significa fuggire da te...
Tu, piuttosto. Ho limpressione che sia tu, adesso, a voler mantenere il nostro rapporto cos
com, in un equilibrio miracoloso e fragile. Provvisorio. Perci, Enza, dimmi la verit: sul serio saresti
contenta se fossi pi vicino, se potessimo stare assieme ogni giorno?
Te lo devo chiedere, perch mi sembra che qualsiasi progetto a due ti appaia ancora come un
pericolo. Uno spingersi troppo oltre. Non ti fidi di me: ecco il punto.
Non  per questo che io continuo a vivere a Roma e tu a Palermo?
Ognuno per conto proprio. Ognuno alle prese con le sue fobie. Io che vado e vengo, in
uneterna oscillazione. Tu che non vorresti allontanarti mai dal nido. Io con i miei libri, tu con i tuoi
feticci, quella stupefacente infinit di vasetti da farmacia che ti ha regalato tuo padre quando hai messo
su casa.
Per poi nel mio armadio ci sono le tue camicie da notte e nel tuo bagno il mio spazzolino da
denti: piccole tracce di un amore a distanza.
Ma se ora la distanza si accorciasse... se addirittura lannullassimo...
Proviamo almeno ad affrontare largomento! Oppure anche questo  un azzardo che non ci
possiamo permettere?
Palermo, 14 ottobre 1972
S, Lillo, proviamo a raccontarcela questa storia che non ci siamo mai raccontati, tu e io. La
storia delle nostre paure... e come da una ne nasca inevitabilmente unaltra... Tonnellate di paure che ci
schiacciano e ci bloccano a terra.
Perci daccordo, parliamone.
Anzi scriviamo, visto che a te, nonostante tutto, viene pi naturale. Ricordi cosa diceva mio
nonno, puntando lindice contro il tuo petto? Questo ragazzo  mutangolo. Muto e ostinato. E in
effetti tu le conti, le parole! Tante ne servono e tante te ne cadono dalle labbra.
Del resto anchio, che notoriamente ho una lingua piuttosto sciolta, questa storia proprio non so
raccontarla. Apro la bocca, butto fuori la voce, ma quando le parole mi escono dal chiuso della gola
non le riconosco: hanno contorni estranei.
Dopo tutto questo tempo, ancora faccio fatica a conciliare le cose che dico con la realt: parlo,
parlo, e non concludo niente. Per se adesso, scrivendo, le parole mettessero radici...
Davvero, sono pronta: credimi! Gi ho preso carta e penna e mi sono seduta al tavolo, quello
che guarda il mare.  quasi buio, ormai, e fra poco le luci delle navi entreranno nella stanza per
toccarmi le guance. Allora, forse, accender la lampada.
Sono qui, comunque.
E anche tu ci sei.
In assenza, ma ci sei. Dimentica i tuoi libri, dimentica di essere uno studioso... Perch tu non
scrivi libri qualsiasi, dio ne scampi! Tu scrivi testi scientifici, con adeguato corredo di bibliografie e
note aggiornatissime a pi di pagina. Opere impersonali, stando allapparenza. Oggettive. Dove non
dici io nemmeno per sbaglio.
Adesso per dovrai farlo: non siamo qui per questo? Per capire cosa ne  stato di quegli antichi
bambini, cio di me e di te.
Enza
Da sempre.
Nei miei ricordi ci sei da sempre.
Sono nata e tu gi ceri. Una presenza costante, familiare. Ma eri lamico di mio fratello e
dunque i giochi, la scuola, i segreti li spartivi con lui, non con me. Doveva accadere quello che poi 
accaduto perch tu entrassi di diritto, e non solo di riflesso, nella mia vita.
Era il 1947, io frequentavo la seconda elementare, tu e Giacomo la quinta. Oggi mi considero
vostra coetanea, suppergi, ma a quellet tre anni sono unesagerazione di tempo. Per me eravate pi
irraggiungibili della Luna: due ragazzi grandi, con i loro impegni Vi ronzavo attorno come una
piccola vespa arrabbiata, vibrante dinvidia. Ma quando vi sentivo ripassare a voce alta la grammatica e
laritmetica, la storia e la geografia Be, per un attimo ero felice dellenorme distanza che mi
separava da voi e dallesame di quinta! Limpegno scolastico non era roba per me. Non mi dava
entusiasmi. Daltronde avevo una maestra pi propensa ad agitare la bacchetta che a spiegarci la
matematica e anche per questo, forse, aspettavo a gloria le vacanze. E proprio quellanno, ad aprile, ne
ebbi fin troppe. Una dopo laltra. Prima la Pasqua, poi San Giorgio e, nel mezzo, le elezioni.
Che ne capivo, io, delle elezioni? Quel tantinello che pu entrare in testa a una mariola di sette
anni! Stavo l a orecchiare i discorsi In ogni modo and come sai e quando il Blocco del Popolo
vinse in lungo e in largo per la Sicilia, lo schianto fece tremare la terra sotto i nostri piedi e la paura
rimbalz dai grandi sui bambini.
Una vittoria inaspettata, dissero.
Eppure i segni, a saperli leggere, stavano l. Vero che da un lato cera la mafia che lavorava
sodo e gli agrari, dal canto loro, non erano da meno, per nelle campagne infuriavano le occupazioni, la
Federterra organizzava i contadini e a battagliare in prima fila trovavi le donne, le stesse che la
domenica andavano a messa con lo scialle calato sulla fronte. Le pi accanite erano loro. Durante gli
scontri, invece di tirarsi indietro, avanzavano agitando con orgoglio le bandiere che avevano cucito per
loccasione e guai a toccargliele! Si rifiutavano di metterle gi o di consegnarle alle forze dellordine e
salmodiavano in faccia ai latifondisti: pane e cipolle dovete mangiare, pane e cipolle.
Ci nonostante, fin qui potremmo dire: la solita guerra. Ma che il Blocco del Popolo diventasse
il principale partito dellisola! Eh no, a questo n mafia n agrari erano preparati. Mai avrebbe dovuto
verificarsi un simile affronto.
Anche mia madre e mio padre, che allepoca erano schierati con il partito dei preti, ci rimasero
malissimo. Il paese intero era sottosopra per questa faccenda e pap ne discuteva con il nonno ogni
volta che passava a prendersi un caff in famiglia, cio tutti i santi giorni, regolare: nonna Antonietta
era morta da poco e lui, dopo aver mangiato in solitudine, cercava il conforto della compagnia. Perci
scendeva una rampa di scale e veniva a bussare alla porta del figlio. Sedeva a capotavola e, picchiando
il bastone da passeggio contro il bordo di legno ben lustrato, attaccava: Comunistazzi! Con un sibilo
che mi arrivava fin dentro lo stomaco, mettendolo in subbuglio. Ladroni! Morti di fame! Analfabeti!
Ce laveva con i contadini che, per lappunto, gli avevano occupato un fondo e ora avevano vinto, a
sfregio, anche nei seggi elettorali. Diventava rosso pure negli occhi e pap si preoccupava e cercava di
calmarlo: Siamo tutti analfabeti, davanti a Dio.
La mamma, invece, non diceva niente. Sistemava le tazzine sul vassoio e tornava in cucina.
Per la sera, nel rimboccarmi le coperte, mi esortava a pregare per don Vincenzo, meschinello, che
rischiava dessere mazziato da quella banda di scomunicati con la coppola storta. Cos ero spaventata la
mia parte e, per salvare don Vincenzo, ogni tanto scappavo di casa e andavo ad appostarmi dietro la
parrocchia per dare lallarme, caso mai spuntasse qualche malandrino. Non volevo far mancare il mio
contributo! Insomma perfino io, creaturella comero, avevo fiutato laria brutta. Brutta davvero. Brutta
al punto che il maresciallo dei carabinieri fin per consigliare ai vincitori di astenersi dai
festeggiamenti.
Ma la festa di San Giorgio, che segu a ruota le elezioni, fu grandiosa come al solito. Io feci il
mio dovere sfilando dietro la vara del santo a cavallo e i giochi di fuoco in onore del Cavaliere che
sconfisse il drago furono tali e tanti che mi scordai dei pericoli che minacciavano il povero don
Vincenzo.
Era il ventitr aprile. A quellaltra festa, cio al 1 maggio, mancava giusto una settimana.
Fu Luchina a portarmi alla Ginestra.
Te la rammenti Luchina, la nostra servetta? Per mia madre era la carusa. Ma nel 47, a dir le
cose come stanno, non era pi tanto carusa. Anzi, era gi una ragazza da marito. Per viveva con noi
da quando aveva dodici anni e per mia madre era rimasta tale e quale: una carusa. Dov la carusa?
Chiama la carusa!
Tutti in famiglia eravamo affezionati a Luchina, nonostante fosse arrivata a casa nostra senza
invito e fuori programma. Un poco per combinazione e molto per volont di suo padre, un paesano con
gli scarponi sempre incrostati di terra che, di mestiere, faceva lindustriale. Il che, tradotto dal suo
linguaggio al nostro, significa semplicemente che per vivere sindustriava, vendendo verdure selvatiche
o, in alternativa, affittando le braccia alle cave di pietra. Insomma era un povero cristo, uno di quelli
che a pranzo si sfamano con i pidocchi e a cena con le pulci.
Questuomo, un giorno, era entrato nella farmacia di mio padre per proporgli un baratto: un
cesto di ricotta in cambio di un medicinale contro i vermi dello stomaco. Teneva per mano la figlia 
casualit o calcolo, chi pu indovinarlo?  e mio padre simpression: Le si vedevano lossa dagli
occhi, disse poi. E per compassione la prese a servizio. Subito. Dimpulso. Senza nemmeno consultare
mia madre, che non grad questa mancanza di riguardo pur approvando liniziativa.
Come che sia, da allora in avanti Luchina visse e mangi con noi. Lavava, puliva, stirava,
serviva a tavola, badava a mio fratello. Quando nacqui io, si occup di me. Era lusanza del tempo: una
schiavetta domestica tuttofare che costava solo il pane quotidiano.
Dormiva nello stanzino delle fave, che a me sembrava lalbergo delle streghe. Lungo lungo,
scuro scuro. A destra cerano la branda e un vecchio com con vaso da notte incorporato, a sinistra le
grandi balle di iuta che contenevano i ceci e le fave secche che andavo a sgranocchiare di nascosto.
Affondavo le dita l dentro e le bucce sottili crepitavano
A volte mi nascondevo dietro quei fagottoni ruvidi e, acquattata nel buio, aspettavo che le
streghe venissero a riposare. Oppure che Luchina si accorgesse della mia assenza e cominciasse a
chiamarmi. Ah, quanto mi piaceva starmene l zitta ad ascoltare la sua voce che mimplorava, furente e
disperata! Ero gelosa di lei. Forse perch la sua attenzione, che pretendevo assoluta, mi compensava un
poco del disinteresse tuo e di Giacomo.
In ogni caso con lei mi divertivo, era il mio passatempo.
Eppoi aveva unabilit speciale nel raccogliere lumache e catturare pesci cantanti. Quando
arrivava la stagione loro, passavamo mattinate intere nella campagna del nonno a riempire ceste di
lumachelle con il guscio trasparente e la carne dolce. Babbaluce, le chiamiamo dalle nostre parti.
Invece i pesci cantanti, cio le ranocchie, mi facevano impressione. Erano troppo umane: non
appena Luchina le tirava su per ammazzarle, loro si pisciavano addosso. Ma Luchina manco si
schifava. Prendeva le forbici e zac! via i piedi e le teste. Quindi gli levava il budello pieno di fiele, gli
spezzava le gambe, che diventavano belle gonfie, e per ultimo le spellava. Cos spellate parevano
davvero tanti ometti in miniatura. E le teste, tutte ammucchiate sul tavolaccio davanti al forno,
continuavano a guardarci con quegli occhi gonfi di spavento Me le sognavo la notte, le teste mozze
dei pesci cantanti! E allora mi alzavo dal letto, sgusciavo fuori dalla camera che dividevo con mio
fratello, correvo a infilarmi dentro lo stanzino delle fave e mi riaddormentavo sulla branda, stretta alla
schiena di Luchina.
Per, nel sonno, la sentivo squieta.
Si muoveva, sospirava, e io, confusamente ma con lintima sicurezza che hanno i bambini per
certe cose, collegavo questi sospiri a un giovanotto. Uno che ogni tanto veniva in visita dal nonno e si
fermava sulle scale per scambiare un saluto con Luchina. Buongiorno. Buonasera. Come state. E non
andavano oltre, perch la porta al secondo piano si apriva e il nonno chiamava: Gjergj!
Infatti il giovanotto era greco.
Anzi, albanese
Insomma greco, perch greci si dicevano e tali erano, per noi, anche i figli dei figli dei figli,
cio anche i pi lontani discendenti degli esuli che nel Quattrocento erano arrivati dai Balcani fino alla
Pizzuta. Greci si erano detti e greci erano rimasti. Di generazione in generazione. Finch Mussolini non
aveva cambiato nome a loro e a tutto quanto il paese nostro, trasformando Piana dei Greci in Piana
degli Albanesi.
Questo nel 41, per lappunto. Durante la guerra contro la Grecia. Adesso per eravamo nel 47
e nessuno si era ancora abituato al cambiamento. Ma c poco da meravigliarsi, se pensiamo che cinque
secoli  cinquecento anni!  non erano stati sufficienti a farci digerire almeno la novit dei profughi.
Tant che i nostri vecchiarelli, quelli di sangue isolano, continuavano a ripetere col dito alzato
lavvertenza dei loro nonni: senti a me! caso mai incontrassi un lupo e un greco, lascia stare il lupo e
ammazza il greco
Basta. La conclusione  che, sul nostro pianerottolo, ora stazionava questo Gjergj con la voce
strozzata a furia di dare il buongiorno a Luchina. La mia Luchina. Che aveva i polpacci secchi, non lo
nego, ma un bel seno tondo che le gonfiava la camiciola e lo sguardo di tutti i maschi che passavano
per casa si appuntava l, inevitabile.
Una situazione difficile da classificare. Per certi versi la trovavo antipatica e per altri eccitante,
considerando il gusto di peccato che insinuava sotto la mia lingua. Perci speravo e insieme temevo un
qualche intervento da parte di mia madre, ma lei non si accorgeva n di sguardi n di giovanotti e
seguitava a trattare Luchina alla solita maniera, un po da carusa e un po da servetta di fiducia.
A ripensarci, forse  colpa del greco e delle sue misteriose manovre se quellanno ci spunt la
voglia, sia a me sia a lei, di andare alla Ginestra.
Pu essere. Era una fantasia contagiosa, una specie di febbre che saliva su per le scale assieme
alle gambe di Gjergj e si mescolava a canti e suoni immaginari
In realt non so. Non ricordo nemmeno chi delle due per prima ebbe lidea. Quasi certamente
Luchina, anche se in seguito qualcuno accenn a un mio capriccio.
In ogni modo fu senzaltro lei a riferirmi della musica, delle fisarmoniche accompagnate dal
friscaletto, del ballo e della carne arrostita fra due pietre sullerba. Il resto me lo raccont mio padre,
quando gli chiesi il permesso di partecipare alla festa.
Era in farmacia e stava trafficando tra gli scaffali e le teche di vetro, lucenti, senza un granello
di polvere o lo smerlo di una ditata: ci teneva eccome alligiene! Ingrediente principe, secondo lui, di
ogni ricetta della salute.
Ascolt la mia richiesta. Quindi mi sollev per aria mettendomi a sedere sul bancone, cos da
avermi alla sua altezza, faccia a faccia.
Bene il divertimento, disse. Niente in contrario. Ma alla Ginestra non ci si va per ballare e basta.
No, signorinella mia. Non  una scampagnata qualsiasi:  la festa del lavoro, che da noi  usanza antica.
Quando comandava il Duce, era cosa proibita. Ma adesso che abbiamo la libert,  giusto riprendere la
vecchia tradizione, perch nessuno dimentichi che anche i lavoratori hanno i loro diritti.
Mi parlava molto seriamente, come non aveva mai fatto in precedenza.
Eppoi mormor: cera una volta un uomo
S, disse ravviandomi, con la sua manona, i capelli che mi cadevano sugli occhi. Cera una volta
un uomo che si chiamava Nicola Barbato ed era medico. Ma, soprattutto, era apostolo di un ideale.
A Piana dei Greci lo amavano moltissimo, e non solo perch visitava gratis la povera gente.
Quelluomo vissuto tanto, tanto tempo fa, quando perfino il nonno era giovane, credeva che il popolo
basso si dovesse organizzare, che dovesse crescere politicamente e conquistare il pane assieme alla
democrazia. Ma i contadini che chiedevano lavoro e dignit venivano arrestati dai carabinieri e anche a
Nicola Barbato furono chiuse le manette ai polsi. Di notte, per. Quando nessuno poteva vedere,
altrimenti ci sarebbe stata una rivoluzione.
Ora sta attenta, prosegu mio padre. Perch succede che alla fine lo liberano, il Barbato. E
dunque esce dalla galera e se ne ritorna in carrozza da Palermo a Piana. Ma qualche chilometro prima
di arrivare in paese, e precisamente a Portella della Ginestra, chi c ad attenderlo? La gran folla di
quelli che lo chiamano Maestro! Maschi e pure femmine Gli uomini schierati in basso e pi in alto,
sui contrafforti rocciosi, le donne in fila, con il costume greco, la coccarda rossa dei lavoratori sul petto
e fra le braccia i canestri pieni di petali da rovesciare gi, sullo stradale. La carrozza avanza, i fiori
finiscono e le donne scendono per mettersi alla testa del corteo che dovrebbe raggiungere Piana, ma 
un corteo troppo grande per una piazza di paese e quindi si ferma l dov, in aperta campagna. A
Portella.
Nicola Barbato allora smonta dalla carrozza. Gira attorno lo sguardo. Coppole, cappellacci dalla
visiera a onda e bianchi fazzoletti femminili. Un vallone aspro, giallo di arbusti pi alti delle
cavalcature. Rocce giganti che bucano la terra. Lui guarda e pensa. Poi sceglie una pietraia, ci sale
sopra e grida pi forte che pu: Ben venga il carcere, se  per la causa comune! Non mi fa paura, se
rende pi vicina la societ dellavvenire, il mondo dove ognuno avr il suo pane... E, oltre al pane, il
sole, laria, la libert e lamore!
Ecco com nata la leggenda del sasso Barbato, che non  leggenda ma storia vera.
Fu cos, disse ancora mio padre, che i lavoratori presero labitudine di radunarsi ogni anno alla
Ginestra per ascoltare il comizio del 1 maggio. Tre erano i comuni affratellati, Piana dei Greci, San
Giuseppe Jato e San Cipirello, fratelli perch vicini, ma intere famiglie partivano anche da posti pi
lontani, Partinico, Borgetto, Belmonte Mezzagno, ogni paese con il proprio stendardo. Quando poi
arrivavano alla Ginestra e sincontravano, i portabandiera inclinavano le aste in modo che i drappi si
confondessero luno con laltro: era il bacio della concordia. Il suggello dellunione tra lavoratori di
qualsiasi genere e grado, perch fra loro cerano calzolai, fabbri, braccianti, mezzadri e contadini che
sfoggiavano, a piacere, baffetti delicati o baffoni robusti.
I baffi allepoca non erano toletta da villani, ma Nicola Barbato aveva detto: portateli anche voi!
in segno della vostra dignit umana. Sicch una gran quantit di gente se li fece crescere concedendosi,
in aggiunta, il piacere di arricciarli. E, con quei baffi da borghese, nessuno diceva pi bacio le mani o
voscenza benedica
A questo punto del discorso, finalmente capii: mio padre non apparteneva alla stessa razza del
nonno, nonostante fosse un figlio devoto.
A lui non sarebbe dispiaciuto affatto mischiarsi con i villani, uscire in corteo dal paese e magari
applaudire il comiziante di turno, in piedi sul sasso Barbato. Lui era del partito dei preti, vero,
verissimo, ma aveva rispetto per chiunque predicasse la giustizia sociale. Non per niente, del resto, era
amico di tuo padre, che voleva recuperare le terre incolte fondando quelle cooperative che davano tanto
fastidio a mio nonno.
Insomma, per concludere, ebbi il permesso.
Se vuoi andare, vacci.  pur sempre una festa, santiddio! mica la rivoluzione. Eppoi non  cosa
ristretta: per un motivo o per laltro, per divertirsi o per convincimento politico, alla fine ci vanno
tutti Tutti, perfino i figli dei mafiosi!
E con ci mio padre ritenne chiusa la faccenda.
Ma sullultima questione, purtroppo, commise un errore di giudizio, perch i mafiosi,
quellanno, non ce li mandarono i loro figli alla Ginestra, a sentire la banda e a giocare sullerba. No
davvero.
Ormai abito a Palermo da una vita, eppure devo confessarti che ogni tanto mi capita ancora di
provare una vertigine, la stessa della prima volta che misi piede in citt.  una sensazione di squilibrio,
come se dun tratto mi venisse a mancare un punto dappoggio. E in effetti s, qualcosa mi manca: il
baluardo protettivo delle montagne. Non che a Palermo scarseggino i monti, ma quello che loro
chiudono, il mare apre: una contraddizione pericolosa.
A Piana, invece, vivevo dentro un cerchio rassicurante: da un lato le vette della Pizzuta e, a
seguire, Xeravulli, Maganoce e il massiccio della Kumeta con i fianchi smangiati dalle cave di marmo.
Anche l dove la visuale era larga, lorizzonte aveva una cornice a cui sorreggersi. Un limite certo, che
mi dava sicurezza.
E fu proprio con questo sentimento di fiducia che il 1 maggio del 47 mi avviai verso lo
stradale che passa sotto la Pizzuta e conduce, per traverse montane, a Portella della Ginestra.
La campagna mi chiamava con i suoi odori che conoscevo, uno per uno, fin da quando ero una
lattante che viaggiava alluso antico, dentro un cesto attaccato al dorso di un mulo.
Quel giorno, per, avevo a disposizione unicamente le mie gambe.
Mi ero alzata tardi, in parte per colpa del mio sonno duro e in parte perch la mamma faceva un
po di resistenza: non voleva lasciarmi andare. Le pareva un tradimento nei confronti del nonno e di
don Vincenzo. Sia come sia, sta di fatto che mi svegliai quando il corteo era gi uscito da Piana, con la
fanfara, gli stendardi, i carri e qualche raro cavallo che faceva la sua bella figura in mezzo ai muli e agli
asini, che sono animali da fatica, senza nobilt. Ed erano partiti da un pezzo pure tua madre e tuo padre,
a cui avrei dovuto essere raccomandata. Nonostante questo inconveniente, pap tenne fede alla
promessa e non ritir il consenso. Dopotutto si trattava di una passeggiata di poco pi di unora e mio
fratello Giacomo mi avrebbe raggiunto alla Ginestra, con comodo, per riportarmi indietro sulla canna
della bicicletta.
Cos mincamminai per mano a Luchina, mentre Giosi col muso a terra cercava il sasso giusto:
era un cane raccoglitore!
Volevo bene a Giosi, anche se me laveva regalato il campiere del nonno del nonno e di altri
due o tre piccoli proprietari della zona Un uomo da cui mi riusciva difficile accettare regali. Si
chiamava Giuseppe ma per noi era Giosef, in omaggio agli anni che aveva trascorso a New York.
Era, per dirla chiara, uno dei tanti picciotti che ci avevano rispedito in Sicilia, dopo la guerra, a
causa di certe amicizie non molto apprezzate dalle autorit doltreoceano. Fumava Lucky Strike col
filtro rosso, si lucidava i capelli e vestiva allamericana, giubbotto e camicia bianca: un tipo
pomatoso, diceva Luchina. Tutto il contrario di Giosi, che aveva preso il nome da lui ma era un bel
cane simpatico. Di pelo biondo, con due orecchie pizzute che, se fosse stato un cristiano, si sarebbero
dette a sventola. Il suo piacere consisteva principalmente nellazzannare sassi. Pi grandi erano, pi gli
procuravano fremiti deccitazione. Si sganasciava pur di non mollare la preda. Che vuoi farci: invece
dinseguire conigli, raccattava sassi da portare a casa e nascondere sotto il mio letto! Ne possedeva una
bella raccolta, ormai.
Dunque eravamo in ritardo, e io avevo fretta perch non volevo perdermi il bacio delle
bandiere: mi aveva impressionato assai, questa storia.
Ma Luchina, lei non si dava pena
Camminava adagio, a passi misurati, e intanto frugava con lo sguardo a destra e a manca. Al
bivio, si stacc dallo stradale per imboccare la mulattiera che saliva verso labbeveratoio. Di qua
facciamo prima, si giustific, ma era evidente che stava mentendo. E infatti allaltezza della figurella,
cio delledicola sacra, eccola l ecco la ragione vera del nostro cambio di rotta!
In breve: Gjergj.
S, era il nostro giovanotto, seduto in attesa sui gradini della cappella votiva, con la giacca di
velluto e il collo che sinfossava dentro un cravattone scuro. Balz in piedi per venirci incontro e
mentre si avvicinava, grande e bruno e sorridente, sentii la mano di Luchina diventare umida e
scivolare sulla mia perdendo la presa. Le sue dita, da forti che erano, si fecero molli e anchio,
allimprovviso, mi ritrovai con una pozzetta di sudore fra il naso e il labbro.
Il sole era gi alto. Nel caldo della campagna le scarpe del greco alzavano uno spolverio di terra
gialla, come se fossimo in pieno agosto. Dai canaloni arrivava un sentore di piante selvatiche, di pietra
calda e sterco asciutto. Ancora non era il soffio abbruciante dellestate, ma qualcosa di pi sottile.
Intimo, quasi. Qualcosa di simile a una smania. A una voglia di correre e correre fino a restare senza
fiato, per poi buttarsi gi sullerba a sfidare la luminosit del cielo attraverso le palpebre socchiuse.
Ma Gjergj ormai ci aveva raggiunto e io non potevo scappare per i campi dietro al cane, perch
adesso avevo un compito Daccordo, ero creatura. Scarsa det. Ci nonostante avevo ben capito la
malafama che accompagna il mestiere della serva, sempre esposta alle voglie altrui, e non volevo che
questa brutta nomea si attaccasse pure a Luchina. Bisognava salvarle la reputazione. Cos
mimprovvisai garante della sua rispettabilit e, invece di lanciarmi allinseguimento del cane, rimasi
al suo fianco.
Restai accanto a lei,  vero. Ma quello che i due si dissero durante la camminata mi risult
ugualmente oscuro. Pi che una conversazione era un rimbalzare di parolette lasciate in sospeso e
invano io mi aggrappavo ora alluna ora allaltra, troppe erano le giravolte.
Eppoi cera la voce di Luchina Soffice, tutta vibrazioni: unape sul miele. Mi sembrava
impossibile che un simile suono potesse uscire dal suo corpo tanto ruvido e scurigno, chiuso perfino
nellabbandono del sonno. Chi poteva saperlo meglio di me? Quel tono non le apparteneva, doveva
essere un inganno. E dunque, pronta a ogni evenienza, mi tenevo alla sua mano con una caparbiet che
aveva un che di feroce.
Intanto avevamo perso qualsiasi traccia della festa, delle bandiere e dei suonatori, nascosti
dietro lorizzonte. La passeggiata si stava allungando pi del previsto e io cominciavo a essere stanca di
andare al vento e alla ventura. Mi sentivo delusa e anche un po triste, mentre camminavo guardando la
trazzera che spariva tra le gobbe del monte e riappariva pi in l, irrimediabilmente vuota.
Finch, superata una curva, ci trovammo a ridosso di una masseria. E qui la scena cambi.
La costruzione era recintata da un muricciolo, in buona parte franato, che fummo costretti ad
aggirare. Pure il cancello era scomparso, forse non era mai esistito, ma, nello slargo che si apriva in sua
vece, sostava una macchina e gi in fondo, nel cortile, una comitiva beveva e mangiava ai lati di un
tavolo spinto contro la parete della casa. Erano in quattro. Maschi. Pi una donna che dava
limpressione dessere forestiera, perch aveva le labbra pittate e una vestina con un grande scollo e
senza maniche, per celeste come il manto dellAddolorata. Mi fermai a fissarla con una curiosit forse
un tantinello troppo scoperta, ma lei non si arrabbi. Anzi. Prima sorrise, poi mi rivolse un cenno
dinvito. E io lavrei accolto volentieri, lo confesso, se Luchina non mi avesse ordinato: Muoviti!
muoviti, ch con quella non ci mischiamo!
Non ebbi il coraggio di protestare, bench fossi dispiaciuta assai di dover voltare le spalle a un
luogo che prometteva bene in quanto a compagnia e festeggiamenti. In ogni modo non feci obiezioni e,
rassegnata, riattaccai la nostra salita su per la trazzera. Ma non eravamo pi soli, perch di l a poco ci
raggiunse uneco di spari e, quando fin leco, un fischio lungo, quasi di sirena.
Gjergj spinse indietro il berretto e si gratt sovrappensiero, poi disse: Cacciatori!
Il pendio adesso era dolce, si procedeva quasi in piano e dopo qualche tempo, alzando lo
sguardo, mi accorsi che sulla montagna cera movimento, una specie di tremolio che dalle coste calava
verso di noi. Col palmo mi riparai dal riverbero e le vidi: dieci, dodici figure in processione, piccole
che parevano formicole. E tutte erano scure tranne una, bianca, a capo del gruppo.
Quanti traffici! pensai confusamente. E quanti occhi hanno i nostri monti! Occhi e orecchie.
Sembrano un deserto di cristiani e invece, dietro ogni roccia, c sempre qualcuno, un pastore, un
campiere, un contadino che controlla e spia e sa quel che succede.
Anche Gjergj ora stava col naso per aria a studiare la fila ordinata di formicole che scendeva in
verticale e, nellavvicinarsi, si rivelava per quello che era: una squadra di uomini con i fucili in spalla.
Ma passarono lontani, la loro strada non incroci la nostra e Gjergj ci spinse ad accelerare la marcia.
Eppoi, finalmente, svoltammo per la scorciatoia che nel giro di qualche minuto, mi assicur
Luchina, ci avrebbe portato a destinazione.
Vero? chiesi, perch mi era venuta sete e speravo di comprare un misurino di quellacqua che
si vendeva alle feste, dal gusto metallico per via dei recipienti di latta.
Vero. Niente ci vuole, replic lei. Arriviamo subito subito e ci arrifreschiamo la bocca.
Una promessa destinata a rimanere tale, dato che alla fiera della Ginestra non arrivammo n
allora n mai.
A me non piace il gioco del se.
Trovo assurdo lasciarsi spaventare dalle ombre, dalle cose terribili che potevano essere ma non
sono state: se, per esempio, fossi partita assieme agli altri o se Luchina avesse seguito il percorso
regolare e non avesse avuto un appuntamento segreto Be, non c dubbio. Nel primo come nel
secondo caso saremmo finite dritte dritte nel mezzo dellinferno, sotto il fuoco dei mitra che per venti
minuti buoni spazzarono i campi attorno al sasso Barbato.
Ma non  andata cos, almeno a questa prova siamo scampate e il gioco del se lo lascio
volentieri a mia madre, che ama lavorare dimmaginazione. Per quanto mi riguarda, preferisco
attaccarmi a ci che realmente  accaduto. Alla carne dei fatti.  l dentro che dobbiamo scavare,
perch i fatti sono come gli iceberg, bianchi di sopra ma con immensi corpi oscuri nascosti
sottacqua
E certo loscurit non  mancata attorno a me e a te.
Quel mattino, per, cera il sole e io ero ancora una bambina che rideva per un nulla, una
creatura che si affidava a chiunque le mostrasse un briciolo dattenzione.
Ricordo che chiamai il cane con un fischio (avevo imparato da poco ed ero molto orgogliosa di
questo mio talento da maschiaccio) prima di prendere la scorciatoia che in effetti, come aveva garantito
Luchina, ci condusse rapidamente allimbocco del pianoro.
La Ginestra adesso era di fronte a noi. Appena oltre la trazzera che, sotto i nostri piedi, gi si era
trasformata diventando uno stradone su cui la polvere non attecchiva, mangiata dal nero del catrame. E
proprio su quella crosta di bitume, a tratti rigonfia, rotolava a gran velocit una biglia gigante che, a
distanza ravvicinata, risult essere un carabiniere in sella a una bicicletta dalle ruote grosse. Pedalava
furiosamente ma, alla nostra altezza, rallent per gridarci un avvertimento incomprensibile, quindi
riprese la corsa.
Qualche secondo pi tardi ci ritrovammo dentro la folla.
Carrette, carriole trainate a braccia da tre, quattro persone, asini senza il basto: conoscevo bene
lo scompiglio tipico delle fiere, ma quel disordine Ah, era assai diverso. Di una differenza evidente e
tuttavia difficile da decifrare. Almeno da parte mia. E anche gli uomini che ci venivano incontro a
gruppi, alla spicciolata, dov che andavano? La Ginestra era l, e loro si muovevano nella direzione
opposta. Tornavano a casa? Ma se non era nemmeno mezzogiorno! Mi voltai, inquieta, a scrutare la
faccia di Luchina e stavo giusto per chiederle spiegazioni  non era sempre al corrente delle novit, la
nostra servetta?  quando lei con una mossa veloce mi fu sopra, agguantandomi senza complimenti, e
con una mano mi tenne ferma contro le sue gambe mentre con laltra mi copriva gli occhi.
Quella stretta, la cecit improvvisa Un terrore incontenibile mi soffoc e lottai per liberarmi.
Intanto sentivo in lontananza i cavalli che nitrivano, anzi gridavano in un lunghissimo, smisurato
lamento, mentre una voce ordinava: Non spostate i morti! Parole che non avevano senso.
Riuscii infine ad allentare la morsa, le dita di Luchina si aprirono e la luce torn,
costringendomi a battere le ciglia. Una, due volte. Cos mi resi conto che a impartire quellordine pi
freddo delle neviere della Pizzuta era il maresciallo dei carabinieri, il maresciallo nostro, di Piana dei
Greci, che tutti conoscevano perch era lunico in caserma che sapesse parlare albanese. E se il nostro
maresciallo si comportava in quel modo, correndo per ogni pizzo e insistendo a dire: Lasciate i morti
dove sono! i rilievi! bisogna effettuare i rilievi, non confondete le tracce, aspettate i rinforzi... be, un
qualche significato doveva pur esserci nelle sue parole, anche se a me sfuggiva, perch i morti...
Insomma, doverano i morti?
Guardavo e davanti a me si stendeva solo la campagna troppo gialla, attraversata da quella
strada troppo nera su cui si riversavano animali e cristiani, giumente sciolte senza padroni e bambini
scalzi che singhiozzavano con la bocca aperta e le guance impastate di moccio. Cerano due ragazzi
che sorreggevano una donna, mentre unaltra piangeva abbracciata a una tavoletta, che poi era una foto
listata a lutto, col vetro scheggiato e la cornice storta. Cera una treccia bruna, lustra, spessa, che
pendeva gi dal pianale di un carro e, a ogni giro di ruota, ondeggiava come la coda di un mulo che
scaccia le mosche. Eppoi una camicia strappata. Un calcagno tinto di sangue. Un pane morso e
abbandonato sullerba... Cerano tutte queste cose. Indubbiamente cerano, ma io le vedevo senza
vedere. E quanto pi mi sforzavo di osservarle, tanto pi lo spettacolo diventava di una limpidezza
eccessiva, allucinatoria, che esasperava i dettagli e inghiottiva il resto in un vuoto di realt.
Doverano finite le cose vere? Il mondo intero, dai puntali delle ginestre alle lacrime sul viso
delle persone, mi sembrava sospeso in unapparenza raggelata. Falsa. Ed era una falsit cattiva, una
bugia che non stava nelle immagini ma dentro le mie pupille che le riflettevano. Era qualcosa che
riguardava me. Un guasto profondo, irrimediabile.
Poi Giacomo si materializz sul bordo della carraia, un piede a terra e laltro sul pedale della
bici che il nonno gli aveva regalato per il compleanno, e il sollievo esplose trapassandomi il petto:
eccolo, finalmente!  mio fratello!  qui apposta per riportarmi a casa il pap gli ha comandato: vai!
e lui  venuto Per tardava a raggiungermi, preso in mezzo alla confusione, impedito da tutto quello
sconquasso che non aveva un perch o un percome, e allora gli corsi incontro urlando: Non  colpa
mia, non  colpa mia!
Qualcuno  un giornalista, credo  ha scritto che a Portella della Ginestra i conti non tornano da
subito, dalla nuda e semplice cronaca di quel giorno.
Il problema  che a distanza di tanti anni ancora siamo l, allo stesso punto, alle stesse verit
negate, agli stessi fantasmi che appaiono e scompaiono e imbrogliano le carte
A quanto mi risulta, il primo a dare lallarme in paese, cio a Piana, fu un carabiniere, forse il
ciclista che mi era sfrecciato davanti sulla stradella bitumata.
A San Giuseppe Jato fu invece un giovanotto, uno sconosciuto che, in seguito, il brigadiere del
nucleo locale dellArma descrisse come un tipo sui ventanni, di statura media, castano chiaro. Il
giovane viaggiava sopra una vecchia moto, una Guzzi dal telaio rosso. Si ferm di fianco alla caserma
e scese per riferire che a Portella della Ginestra era successa una strage. Disse proprio strage e il
brigadiere, da buon continentale, pens: possibile che in Sicilia bisogna sempre tragediare? Insomma
non gli credette, e qualche giorno pi tardi lo ammetter di fronte al giudice in istruttoria. Ma quella
mattina, per scrupolo e malgrado lo scetticismo, fece il suo dovere: radun gli uomini e usc per un
controllo.
Dunque esce e sulla piazza e sul corso principale non c nessuno. Nemmeno sulla via per la
campagna. Ma lui prosegue ugualmente ed  una fortuna, perch strada facendo, poco prima della
Ginestra, incontra la folla allo sbando, i feriti, i sopravvissuti in fuga, i bambini sui carri assieme ai
morti, e ha la prova che cercava, cio che il giovanottino con la Guzzi non ha gonfiato la faccenda a
piacer suo e che, per una volta, pure in Sicilia le parole aderiscono al fatto. Cos comincia a chiedere:
dove eravate, e gli assassini doverano, li avete visti? dove era situata la mitraglieria, sulla Pizzuta o
sulla Kumeta? che indicazioni potete darmi...
Si rivolge anche a Gjergj, lunico maschio adulto del nostro gruppo, e la domanda innervosisce
il greco, lo intuisco dal modo con cui si tocca la cravatta mentre spiega: Non ero sul posto, al
momento degli spari.
No, noi non ceravamo, Gjergj ha ragione. Ma gli altri s, e invece di proseguire per il cammino
loro, come sarebbe accaduto in altre circostanze, si fermano a discutere e a rispondere al brigadiere.
Hanno ancora il fiato corto, lo sguardo pazzo e, nella voce, un panico che cerca sfogo. Le risposte per
sono precise. Pulite. Perch tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, sanno o credono di sapere chi ha
sparato sulla festa del 1 maggio e non hanno intenzione di nasconderlo: lomert nasce dalla sfiducia,
una pianta che ancora non alligna alla Ginestra. Tant che i nomi spuntano fuori subito. E uno in
particolare circola di bocca in bocca.
Lassopra era!
Mi  passato vicino, io ero nascosto nel sulleto
Parlano i grandi, parlano i ragazzetti e perfino il figlio piccolo del vaccaro, quello che ogni
mattina ci porta il latte, ha qualcosa da dire. Lui il nome non lo sa, ma ha visto luomo: Lho
conosciuto dalla pancia a melone, dice.  uno che si azzuffa spesso col sindaco.
Il brigadiere ascolta grattandosi il mento con aria dubbiosa: Don Mariano? Il cavaliere? Ma se
poco fa era al bar di San Giuseppe Jato!
Vero, conferma il milite che lo accompagna, mi ha pure venduto un biglietto di teatro.
Ed  grazie a questaffermazione che il primo fantasma, per lappunto, fa il suo ingresso nella
nostra storia. Perch  ovvio che in due posti contemporaneamente non pu starci, don Mariano.
Almeno non in carne e ossa.
Del mio ritorno a casa, ci che ricordo meglio  il bacio della mamma, il suo alito secco, le sue
labbra impaurite che corrono dalle mie tempie al mento e di nuovo su tra i capelli e non riescono a
posarsi da nessuna parte.
Ero orgogliosa dessere al centro delle sue premure e, al tempo stesso, mi sentivo dispiaciuta
per lei, desideravo consolarla ma non trovavo il verso.
Poi, finite le carezze, cominci a stringermi con le domande peggio del brigadiere e fui costretta
a raccontarle ogni minimo particolare: la deviazione, la masseria con la femmina pittata, gli spari, i
cacciatori, gli uomini che portavano in spalla i fucili grossi con i buchi sulla canna e luomo vestito di
chiaro col berretto e un lungo spolverino chiaro...
A queste parole sbianc. Le venne la faccia stonata e, con quella faccia, mi prese per le spalle e
mi scosse ben bene: Zitta! Muta! Con lostia in bocca devi stare!
Ma che avevo detto? Non mi capacitavo. E in ogni caso non era stata lei a interrogarmi? Non
voleva la verit?
La tensione, accumulata e trattenuta troppo a lungo, sal a galla e finalmente si ruppe. Scoppiai
a piangere. E il cane Giosi, che dopo tanto correre si riposava con il sasso fra le zampe e il muso sopra
il sasso, uggiol pietosamente per regalarmi uneco.
Ah, la farmacia di mio padre! Per me ancora rappresenta la pace dellinfanzia. Il rifugio pi
sicuro. La tranquillit. Al suo interno era severamente proibito vociare e far cortile e perfino il sole
doveva scivolare in punta di piedi tra le fessure strette delle persiane, evitando ogni esibizione.
Sul banco torreggiava un bilancino sottilissimo che in seguito, nel trasferimento a Palermo,
and perso. Aveva un piatto di metallo e uno di vetro, e io mimmaginavo che l, nella delicata conca
cristallina, venissero deposte le voci dei clienti, e chi usava un tono troppo alto, zac! alluscita veniva
beccato e punito con una bella multa. Perci non osavo fiatare
Ma quel gioved la calma non regnava n in cielo n in terra e manco in farmacia.
Bench fosse un giorno festivo, pap aveva aperto il negozio per fornire un qualche soccorso ai
feriti che non avevano dove bussare. Il medico infatti non si trovava, irreperibile, e quando avevano
chiesto alla moglie se cera modo di avvertirlo, dato che si trattava di unemergenza ed erano in
centinaia ad aver bisogno daiuto, lei aveva risposto: Peggio per loro! Hanno voluto andarci, eh! le
hanno sventoliate le bandiere.
In quanto agli ospedali Lo sai, grazie alla linea telefonica della caserma avevano ricevuto per
tempo le debite informazioni sullaccaduto, ma ambulanze non ne mandarono e solo nel primo
pomeriggio le autocorriere del municipio raccolsero moribondi e feriti dai tre paesi, Piana, San
Giuseppe Jato e San Cipirello, per ricoverarli negli ospedali di Palermo, alla Feliciuzza e al
Fatebenefratelli. Da dove, peraltro, li rispedirono a casa. A morire. Uno, un diciottenne che si chiamava
Giovanni, di emorragia cerebrale, perch aveva un proiettile ficcato nella nuca. Un altro di perforazioni
multiple allintestino, e anche lui di nome faceva Giovanni, per di anni ne contava dodici
Basta. Sono storie che conosci meglio di me, andiamo avanti.
Dunque quella mattina me ne stavo seduta in un angolo della farmacia a fissare il rigonfio dei
cerotti sul mio ginocchio sinistro, scorticato a sangue dalle pietre della montagna mentre mi precipitavo
incontro a Giacomo.
Nellafa della stanza lodore dei medicamenti aveva un che di appiccicoso, dava la nausea, la
testa mi girava e dentro ci sentivo mille cicale, ma non avevo la forza, e nemmeno la voglia, di
lamentarmi.
Sarebbe stato inutile, daltronde: la mamma non mi rivolgeva pi la parola e nessuno si curava
di me, malgrado mostrassi segni palpabili di smarrimento. Ma cosera il mio malessere a confronto di
tutto il resto?
Cos, abbandonata a me stessa, brancolavo in mezzo a unangoscia cieca, stordita
dallimmensit di quello che mi era capitato ma senza capirlo davvero, e non capire  la paura pi
grande dei bambini. Ecco perch me ne stavo in disparte a controllare i miei cerotti e, in alternanza, il
pap: toccava a lui offrirmi una spiegazione! Non  compito dei genitori scacciare il buio, aprire gli
occhi ai figli? Fino allora ero vissuta in questa certezza, perderla era inconcepibile. E se la mamma,
prudente come ogni donna che si rispetti, preferiva tacere, lui no, lui prima o poi mi avrebbe spiegato il
motivo di quella gran furia che si era abbattuta perfino sui muli, sui cavalli e sui musicanti della banda.
Sopra dei contadini che non si erano radunati a comiziare di nascosto, contro la legge, visto che pure i
dorminterra, come li chiamava a spregio il nonno, da quando cera la libert repubblicana avevano
diritto alla loro festa. E questo me laveva assicurato proprio lui, il mio pap. Possibile mai che si
sbagliasse?
Intanto la gente entrava e usciva e la confusione aumentava. Finch non se ne andarono tutti
assieme e allimprovviso ci fu il silenzio, tranne per un vecchio che continuava a discorrere al vuoto.
Ci vogliono mangiare, borbott a voce pi alta mentre ritirava al banco un boccettino, piccolo
fra le sue dita spesse. Cotti o crudi, ci vogliono mangiare.
E io l per l mi figurai una legione di diavoli con i forconi pronti attorno a un fal. Li vidi
distintamente, le corna, la coda e lintero apparato luciferino, ma fu questione di un attimo. La scena si
dissolse subito, forse perch avevo gi perduto linnocenza della fantasia e ogni parola cadeva in fondo
al mio cuore con tutto il peso della realt, per quanto incomprensibile.
Cotti o crudi, ripeteva il vecchio e man mano la sua voce saliva, ma il pap non badava
nemmeno a lui, tanto era preoccupato.
Aveva pi di un motivo per esserlo, questo  sicuro, per al momento la preoccupazione
principale riguardava mio fratello Giacomo che, dopo avermi riaccompagnato, era sparito chiss dove:
un colpo di pedale e via, senza aspettare il permesso.
A me, veramente, la faccenda sembrava di normalissima amministrazione: quando mai
Giacomo aveva chiesto un permesso? In qualit di maschio, non era soggetto a certi divieti. Al pi
bastava che gridasse, giusto per avvisare: Esco! ed era libero. Un diritto naturale. E nessuno in
famiglia aveva avuto niente da eccepire, prima dallora. Ma questa volta cera di mezzo un pericolo
fuori misura, qualcosa che andava al di l delle abitudini quotidiane, cos la mamma piangeva dentro il
fazzoletto mentre il pap, agitatissimo, faceva lalza-e-siedi dalla sua poltrona nel retro.
Pass un tempo infinito
Eppoi eccolo! a dio piacendo.
Ricordo che veniva su per la strada a testa bassa, senza bicicletta.
Sembrava un altro. Non era pi il maschio di casa, il figlio maggiore, ma un meschinello che
camminava come se avesse due gambuzze tisiche. E il pap, quando lebbe davanti, invece di
rimproverarlo gli vers un bicchiere dacqua, aggiunse qualche goccia di un medicinale e lo costrinse a
bere.
Lho ancora qua negli occhi, mio fratello, con quellaria stranita, mentre beve e confessa di
essere tornato indietro per te.
S, per te che eri lamico suo. Non ti aveva visto in mezzo agli scampati e voleva sapere se stavi
bene. Doveva saperlo. Ges! mormora. Tutti quei cristiani stesi sui carri, con le ferite allaria! Una
carnezzeria. Perci era montato di nuovo in sella e aveva cominciato a cercarti. Pedala, pedala, ma
niente! Finch arriva alla Ginestra e tu sei l, a guardia di tuo padre.
Considera che in paese le notizie erano ancora approssimative, n in caserma n altrove si
sapeva il numero dei morti. O il nome. Si cominciava appena a fare la conta degli amici che
mancavano
Insomma fu Giacomo a dirci di tuo padre e a raccontarci del camion fermo sulla scarpata, col
pianale vuoto. Era il veicolo che avrebbe dovuto trasportare il corpo, ma tua madre si opponeva: No, a
mio marito non lo metto sopra un carro! E dove vuole metterlo, le chiedevano gli uomini di
rimando. Allora lei li aveva pregati di andare a prendere lalettone di un aereo che durante la guerra era
caduto nelle vicinanze, sulla Pizzuta. Un aeroplano tirato gi dai tedeschi.
A mio fratello questa richiesta suona un po sconclusionata, ma quando gli uomini
sincamminano, e tu con loro, non ha un attimo desitazione: vi segue mollando la bicicletta. E
pazienza se gli tocca sudare lanima,  disposto a qualsiasi fatica purch tuo padre entri in paese da par
suo, sullala di quellaereo venuto dallAmerica.
E pensare che doveva essere un giorno dabbondanza! Abbondanza e cibi speciali, verdure
fritte, salsicce condite con pepe e semi di finocchio, dolci ripieni di marmellata di fichi la mamma
me li aveva promessi, i dolci...
Invece mi coricai digiuna, sfinita al punto di avere voglia solo del letto.
Potevano essere le due, le tre del pomeriggio.
Il ginocchio mi pulsava sotto la medicazione e avevo le orecchie bollenti, forse per un principio
di febbre. Dalle imposte socchiuse filtrava un fastidioso filo di luce che si allungava sulle lenzuola.
Mi addormentai ugualmente, ma di un sonno caldo, malsano, e sognai tuo padre e anche la
donna che abbracciava la foto con il vetro rotto. Il sole batteva sulle schegge e le trasformava in
fiamme che mi bruciavano i piedi.
A svegliarmi fu, al solito, il rumore dellacqua che riattaccava a scorrere nelle tubature della
nostra cucina. Annunci il suo ritorno con uno schiocco, seguito da un lungo rimescolamento
sotterraneo che sugger unidea di fresco e spense il fuoco del mio sogno.
Tornava sempre a quellora, lacqua. E mi svegliava.
Questa volta per aveva un suono diverso, distorto dalleco di una conversazione che si
svolgeva qualche stanza pi in l.
Scesi a fatica dal letto che era molto rialzato  cos usava  e, zoppicando un poco, percorsi
lintero corridoio fino alla sala da pranzo, dove trovai mio padre impegnato a discutere con Vincenzo,
in famiglia detto Vic. O, a scelta, il palermitano, perch aveva casa e lavoro a Palermo pur essendo
nato a Piana.
Vic era un uomo che si notava: alto, di una corpulenza bonaria, folti capelli bianchi e, a
contrasto, sopracciglia nere. Amava indossare giacche di velluto sempre un tantino sgualcite e io a
lungo ho creduto che questa fosse la divisa obbligatoria dei giornalisti.
Allepoca scriveva sulla Voce della Sicilia. Un quotidiano che oggi ricordano in pochi, ma che
allora metteva paura a molti essendo il giornale di Girolamo Li Causi. E il personaggio era importante
assai! Importante e scomodo, in Sicilia e fuori dalla Sicilia, perch non solo era membro
dellAssemblea Costituente, ma aveva rappresentato il partito comunista nel Comitato di Liberazione
dellAlta Italia.
Quindi Vic lavorava per questo gran comunistone. Il che, secondo il nonno, faceva di lui un
reclamista di mestiere, uno che protestava per ogni fesseria e che veniva pagato per sputare sui
galantuomini.
Dal canto mio, lo ammiravo senza riserve.
In effetti aveva fama dessere bravo e doveva esserlo di sicuro, visto che fra lui e i suoi colleghi
riuscivano a mandare in edicola un quotidiano magro di risorse e di redattori  erano in otto e non tutti
a tempo pieno. Perci possiamo ben dirlo: la squadra funzionava e Vic era un giornalista in gamba.
Non per niente era stato il primo ad accorrere sul luogo della strage.
Il primo in assoluto, sia della stampa siciliana sia di quella nazionale. E stava giusto spiegando
questa circostanza a mio padre, quando mi presentai sulluscio, scalza, arruffata e dolorante. Era il mio
eroe, volevo che mi confortasse. E lui si prodig, perch non era di quelli che scansano i bambini. Poi
riprese il discorso, assumendo suo malgrado laria lievemente burocratica che certi giornalisti hanno 
o forse avevano  in comune con i carabinieri.
Rifer che verso mezzogiorno, poco pi poco meno, aveva ricevuto una telefonata da parte
dellAlto Commissario per la Sicilia, lavvocato Giovanni Selvaggi. Noto antifascista. Esponente del
partito repubblicano.
Il Commissario lo aveva informato dellaffare terribile accaduto a Portella della Ginestra e gli
aveva proposto di unirsi a un loro funzionario che si stava recando sul posto in jeep. E Vincenzo,
bench fosse molto stanco per il lavoro compiuto durante la campagna elettorale e avesse sperato in un
1 maggio di riposo, aveva detto: sono pronto. Gi pensava a unedizione straordinaria
Dunque partono. Raggiungono Altofonte, infilano le gallerie della Conca dOro, cio della
ferrovia incompiuta ( usanza antica da noi, una specie di punto donore, lasciare incompiute le opere
pubbliche), e imboccano il passaggio tra il monte Pelavet e la Kumeta che fa da porta dingresso alla
Ginestra.
Quasi in contemporanea arrivano i militari, al comando di un sottotenente di fanteria.
Sono passate due o forse tre ore dalleccidio, ma sulla piana c ancora movimento. Qualche
contadino  tornato indietro per recuperare il mulo, qualche donna raccatta le pentole, le tovaglie e
magari la fisarmonica caduta sullerba al momento della fuga. Altri cercano i parenti dispersi o
piangono, semplicemente, mentre in mezzo al campo una bambinetta urla e si dispera perch ha paura
dessere sparata per la seconda volta dai soldati.
C infine chi  rimasto per senso del dovere, essendo in qualche modo responsabile
dellorganizzazione della festa e quindi doppiamente coinvolto. Il segretario della Camera del Lavoro
di San Giuseppe Jato, per esempio, pi il calzolaio socialista noto col soprannome di Matteotti.
Assieme a loro, svariati anziani chiusi nel tabarro nonostante la calura e qualche ragazzo, che Vic non
ravvisa.
Ma sono poche, per la verit, le facce che gli risultano scognite: questa  zona sua. Per nascita e
per competenza professionale. Tant che il segretario della sezione comunista di Piana, un certo
Petrotta, lo riconosce e si avvicina per salutarlo. Ha aiutato a rimuovere i feriti ed  sporco di terra, con
uno sfrego di sangue secco dal polsino della camicia fino al gomito.
Dopo essersi strofinato le mani sui pantaloni, il Petrotta gli addita le montagne: l erano
appostati e l e l... Con quel gesto vuole informarlo, in sostanza, che i gruppi di fuoco dovevano
essere tre. Almeno tre, specifica. E avendo fatto il militare, di queste cose lui se ne intende. Due gruppi
sulla Pizzuta, dice, di cui uno dislocato sui roccioni alti del Pelavet e laltro pi in basso, sul cozzo
Valanca. Il terzo sul lato opposto del pianoro. Cio sulla Kumeta. O meglio su una delle sue
propaggini, il cozzo Dxuhait.
Se la ricostruzione  esatta, ragiona Vic, allora non si scappa: siamo di fronte a una manovra di
accerchiamento. A una precisa volont di strage. Cos chiede: Secondo te, chi  stato?
A sparare sulla folla? I mafiosi! E quando dico mafiosi, aggiunge svelto il Petrotta per non
essere frainteso, dico uomini con tanto di nome e cognome.
Vic non commenta, un tantinello sorpreso per quella schiettezza priva di reticenze.
Allora laltro lo fissa con intenzione: I testimoni oculari non mancano, spiega. E hanno visto
gente di fuori e gente di qui... Scappavano insieme verso la provinciale che conduce a Palermo,
qualcuno a piedi, qualcuno dentro una macchina nera e qualcuno pure in un camioncino rosso e blu,
che ha fatto sosta a San Giuseppe Jato... in tempo perch don Mariano e gli amici suoi potessero
mostrarsi al bar e precostituirsi un alibi... Ma loro hanno sparato! Loro, sangue dun giuda! si sfoga il
Petrotta. Anche se i mandanti e lordine di sparare Ah! quello  venuto dagli agrari, dai conti
Naselli, dal cavaliere don Francesco Cuccia, dai proprietari dei feudi che non si contentano pi di
ammazzatine singole, oggi un capolega, domani il presidente di una cooperativa, ora vanno allingrosso
perch mal sopportano di essere sopravanzati dai villani nella politica e nel comando.
E non parlo di cose riferite, continua. Lho sentito io di persona, con le orecchie che mi ha
dato iddio, il gabellotto di uno di quei signoroni che giurava dal podio, durante un comizio elettorale
del partito suo e del suo padrone: chi si mette contro di noi non avr padre n madre... E adesso che ha
mantenuto la promessa, scrivilo! Tu che puoi, scrivi di cosa sono capaci i nostri civili, i nostri bravi
borghesi!
Vic ascolta, prende nota sul suo taccuino e pensa: ma certo. Plausibile. Plausibilissimo.
Nellultimo anno ha partecipato a troppi funerali di sindacalisti morti a schioppettate per avere dubbi a
proposito della guerra che si va combattendo nelle campagne. Tuttavia, una strage Cos, per amore
dipotesi, prova a mettere avanti un altro nome: pu essere stato Giuliano?
In fondo non  un bandito qualsiasi, Salvatore Giuliano. Ha combattuto per il separatismo.  un
politico. Uno che non vuole bandiere rosse sulle montagne di casa sua.
Il Petrotta sospira, si passa una mano sulla faccia e alla fine si stringe nelle spalle: Giuliano?
Che vantaggio ne avrebbe... Perch sparare su donne e bambini e inimicarsi una popolazione di cui ha
bisogno per mantenersi latitante?
Giusto: perch?
Ma proprio qui, su questo interrogativo, Vincenzo chiuse il suo resoconto.
Si abbandon contro la spalliera della sedia e tacque. Io stavo ancora aspettando il seguito,
quando lui a un tratto domand a mio padre: tu che ne pensi? E mio padre, posando limmancabile
tazzina di caff sul vassoio, rispose: Mah.
Un solo, semplice mah. Duro come un chicco di grandine sul selciato. Come la goccia che
annuncia un nubifragio. Un mah che mi fece male, perch mi tolse ogni protezione. Il mio pap! Chi
mi avrebbe dato la certezza delle cose passate, presenti e future, se perfino lui tirava a indovinare
mettendo una briciola appresso allaltra
Fu una scoperta che mi lasci senza difese. Nuda peggio di una lumaca appena estratta dal suo
guscio.
Nel frattempo Piana si era riempita di forestieri. In piazza, al municipio, davanti alle sedi dei
partiti e dei ritrovi pubblici, mai se nerano visti in tale quantit e allo stesso momento: dirigenti politici
che erano piombati in macchina da Palermo, segretari delle Camere del Lavoro Tutti compagni
incarnati, a sentire il nonno, che sorvegliava il traffico dalla sua finestra.
Lui e pap avevano litigato a causa mia, perch il nonno si era messo a urlare quando aveva
saputo della scampagnata. Gridava contro i figli che non danno retta ai padri, che studiano ma non
capiscono niente della vita, e insultava Gjergj, quel cagnolazzo greco che, invece di riportargli la
nipote subito subito, aveva perso tempo a spasseggiare dietro una serva.
Alla fine si era calmato, ma gli era rimasta in faccia una smorfia di malumore.
Pi tardi uscii con la mamma.
Ci inoltrammo nelle stradine ripide, che sembrano inserite a incastro tra chiese e palazzi, e
attraversammo vicoli che sprofondano gi per gradinate di pietra liscia:  fatto cos il nostro paese, un
continuo saliscendi. Ti obbliga a una ginnastica che irrobustisce i polpacci. Di solito neanche me ne
accorgevo, ma quel pomeriggio ogni sforzo si trasformava in una fitta rabbiosa dentro il mio
ginocchio...
E tuttavia non mi scapp un lamento.
Reggevo con cura il fagotto che mi avevano affidato e che conteneva un lenzuolo pulito e un
paio di scarpe elegantissime, bianche con la punta marrone, appartenenti a Giacomo. Le portavamo in
regalo a uno dei morticelli della Ginestra. Serafino, lultimogenito della nostra lavandaia. Uno che la
mamma aveva tenuto a battesimo. Un suo figlioccio, insomma.
Le scarpe erano praticamente nuove e, bench Serafino avesse quattordici anni e fosse maggiore
di mio fratello, era pi corto di lui, quindi era probabile che gli calzassero giuste. Daltronde, non
doveva mica andarci in montagna! Gli servivano solo per presentarsi alla corte degli angeli di Dio. Cos
pensavo. Ma la mamma camminando scuoteva la testa e ripeteva come una litania che le scarpuzze
erano strette, strette
Si era alzato un vento che le strappava le forcine dai capelli e mulinava immondizia e odori di
fogna, ma eravamo ormai al limitare del paese, nella sua parte pi nascosta, dove perfino laria che
singhiotte ha il sapore della povert. A ogni modo era il quartiere in cui abitava la famiglia di Serafino.
Lalloggio si apriva direttamente sulla strada senza marciapiede e due donne, due vicine,
stavano pulendo l davanti con le loro scope. Per rispetto del morticello. Spazzavano e buttavano
secchiate dacqua che, scorrendo tra la polvere, liberava come un alito di fontana e di fanghiglia.
La porta era spalancata. Sintravedeva il tavolo in fondo alla camera e, sopra, un corpo che
pareva lungo lungo epper doveva essere per forza quello di Serafino. Lavevano vestito di bianco, con
un mazzo di fiori rossi tra le braccia.
Volevo entrare per toccarlo. Forse, toccandolo, avrei acquistato la capacit di vedere ogni cosa
per intero, nella sua reale completezza, e non mi sarei pi smarrita qualora un maresciallo avesse
gridato di nuovo: lasciate a terra i morti Io pure avrei visto quello che lui vedeva.
Dunque stavo per entrare, quando la mamma mi lev il fagotto dalle mani. Tu resti qua, disse
con la sua espressione pi severa.
Era un ordine. E non erano ammesse repliche. Perci tolsi il fazzoletto dalla tasca della mia
vestina, lo stesi per bene sul lato esterno della soglia (mai sedersi sullo sporco!) e l mi accoccolai,
guardando fuori.
Quanta gente che cera!
Perlopi uomini. Affollavano la strada da unestremit allaltra e riempivano i vani, le
rientranze, la piazza di fronte, che in realt era uno slargo delimitato dai resti di un fondaco
semidistrutto. Ogni tanto qualcuno avanzava fino alluscio, buttava unocchiata allinterno, verso
Serafino, e si ritirava sfiorandomi con il risvolto ruvido della giacca o col lembo di una mantella.
Landirivieni non mi disturbava, ma fin che si accalcarono in troppi e da un minuto allaltro fui
sovrastata da un muro di pantaloni neri. Alto. Incombente. Rumoroso e aspro. Perfino i sospiri
cadevano gi duri come sassi.
In un attimo fui in piedi, rimisi in tasca il fazzoletto e, ora spingendo ora scansando, mi andai a
cercare un sedile pi appropriato.
Lo scovai tra le rovine del fondaco: lavanzo di una scalinata che si appoggiava allunica parete
intatta.
Lass in cima, sullultima pietra dellultimo gradino, un soffio fresco facilitava il respiro e la
folla tornava a essere ci che in concreto era: un insieme di persone daspetto diverso, ciascuna con la
propria storia scritta addosso. Chi aveva la cravatta, per esempio, e chi una pezzuola annodata a
orecchie dasino. E i forestieri  anzi i palermitani, nello specifico  si distinguevano immediatamente
per quei cappelli portati con leggerezza.
Un teatro. Questo pareva, non fosse stato per il crocchio che si era raccolto proprio in mezzo
allo slargo, dove due o tre giovanotti tenevano banco comiziando.
No, diceva un bel picciottone robusto calcandosi in testa la coppola di velluto, non possiamo
accettare che ci ammazzino in tutta comodit, come al tirassegno. Focu di SantAntonio, bestemmiava
un altro, lo sapevano! sicuro che lo sapevano! E, a conferma, raccont della sua vicina che si era
affacciata mentre passava il corteo per la Ginestra e aveva detto: eh, le bandiere! meglio se vi portate
alcol e cotone. Suo marito si era messo a ridere: vanno cantando e tornano cacando Queste parole
sputate. E lui se nera ricordato quando era giunta in paese la notizia della strage, cos era corso sotto la
finestra di quei disgraziati: se  successo qualcosa ai miei parenti vi strozzo con queste mani! e il
marito, quel vigliacco: niente saccio, che sono sbirro io? Allora lui si era precipitato alla Ginestra e
ringraziando la Vergine Santissima, sia lode allAnnunziata e a San Giorgio benedetto, i suoi erano
salvi. Ma quanti, invece
Io, disse un altro, ho incontrato la vedova di Michelangelo Puleo, ve lo ricordate? Il Puleo di
Partinico, quello che era daccordo con loccupazione dei feudi pur essendo un signore... un uomo di
riguardo, non un morto di fame con i crampi allo stomaco...
Questo Michelangelo Puleo, a quanto capii, aveva fondato una cooperativa. La cooperativa
Madre Terra, un nome troppo bello per durare. E infatti non erano durati, n la cooperativa n lui,
perch a gennaio lavevano spento con ventiquattro colpi di mitra sulla porta di casa. Cos la vedova
era venuta da Partinico fino al sasso Barbato per onorare il 1 maggio al posto del marito. Si era portata
un quadro con la foto del defunto, un ritratto grande che le pendeva da un cordino legato al collo, e lei
era scampata, ma le pallottole avevano colpito il vetro che si era rotto in mille pezzi e con ci lavevano
massacrato due volte, il povero Puleo.
Ecco, pensai: ecco!
Adesso il mistero era svelato e la donna che avevo visto alla Ginestra, la donna con la
fotografia, aveva un nome: se non altro, avevo recuperato una mollicuzza di realt.
Ma la scoperta non mi rassicurava affatto. Niente era come avrebbe dovuto essere, perch non
esistevano pi i grandi e i bambini, gli adulti e le creature innocenti: tutti pari. Un picciottello come
Serafino valeva quanto un uomo desperienza. Non cera regola n rispetto per let: chi doveva sparare
sparava. E chi doveva morire moriva, che avesse dodici o centanni.
Intanto, nello slargo, cresceva leccitazione. Alle accuse cominciavano a seguire le minacce e il
picciotto con la coppola di velluto parlava di ricambiare la cortesia ai mafiosi, di dare pane al pane. Se
la giustizia non la fa il maresciallo, la facciamo noi, rincalzava il suo compare. Con un vocione che
stritolava le pietre, tanto che mi puntellai a uno scampolo di muro, ma inutile! dalla strada montava un
vortice di rabbia e io lo captavo, lo avvertivo sulla mia pelle.
Era come stare dentro il cuore calmo di un ciclone che di l a un attimo, me lo sentivo, avrebbe
investito il paese da un capo allaltro, dal convento dei padri cappuccini alla Chiesa di SantAntonio.
Ci manc poco, in effetti.
Perch nel frattempo una scena simile si andava riproducendo dappertutto. Nella piazza del
municipio. In corso Kastriota. Attorno alla fontana dei Tre Cannoli. Ovunque.
Per dirla allantica, era scoppiato un vivamaria. Un principio di rivolta che se non mut in
rivoluzione fu per merito di quei compagni incarnati che il nonno tanto disprezzava. Cos almeno mi
rifer Luchina quella sera stessa, mentre mi coricavo nel suo letto.
Ma il merito  e questo lo seppi pi avanti  fu in particolare di un giovane funzionario della
Federterra, che aveva avuto lincarico di parlare alla Ginestra ed era partito in motocicletta da Palermo.
Purtroppo lungo la via gli si era bucata una gomma e, per colpa di questo contrattempo, era giunto con
parecchie ore di ritardo. A strage avvenuta e con il paese in piena sommossa popolare.
Aveva ventanni scarsi, loratore mandato dalla capitale. Era soltanto uno studentino prestato
alla politica, come lui stesso amava definirsi, e rischiava di essere soverchiato dagli avvenimenti.
Invece, a giudizio di chi ebbe lopportunit dascoltarlo, pronunci esattamente il discorso che ci
voleva.
Vi rammentate, disse, dei Fasci dei lavoratori? Vi rammentate quando lesercito, con laiuto dei
civili, ammazz cento contadini? I lavoratori reagirono assaltando i municipi e ad andare in galera
senza colpa fu poi Nicola Barbato. E la stampa non parl dei cento morti, ma della violenza dei villani.
Volete che la storia si ripeta?
Questo disse. E in paese gli diedero retta, bench fosse giovane e forestiero.
Ma dovero io, davanti alla casa di Serafino, non cerano studenti e nemmeno sindacalisti. A
intervenire fu un uomo det, con la barbetta grigia e un bastone che teneva al collo, appeso per il
manico. Non vi abbastano le disgrazie? chiese allargando le braccia. Non  aggiungendo una
stortura allaltra che vendicherete i morti di oggi e di ieri.
Fin che i picciotti si ammansirono e la folla a poco a poco dirad, si sperse.
Rimasi soltanto io, appollaiata sulla scalea come una gallina, in attesa della mamma che ancora
non usciva. A un certo punto mi attravers un brivido di freddo e distinto alzai gli occhi per cercare il
sole.
Era l, sul muro in rovina.
Aveva il colore di un dente vecchio che non morde pi.
Eppoi capit qualcosa che non riesco a collocare bene nel tempo
Ero in farmacia, e su questo non posso sbagliarmi. Quando, per? Quel giorno stesso o uno
successivo?
Comunque mi trovavo in farmacia, le dita intrecciate a quelle di una bambinetta. Era scarsolina.
Con le gambe a stecco. Non  che la conoscessi, ma la tenevo per mano perch il pap le stava pulendo,
con la sua santa pazienza, lo spurgo di una lacerazione alla coscia Non era compito suo,
naturalmente. Ma chi aveva il dovere di occuparsi dei feriti della Ginestra non se ne occup, n subito
dopo il fatto n mai: li abbandon al loro destino. E cos mio padre fu costretto, per carit cristiana, a
improvvisarsi infermiere, medico e magari psicologo.
La bambina non era sola. Era accompagnata da una conoscente, ma era a me che aveva teso la
mano non appena il pap aveva iniziato il suo lavoro. E io glielavevo stretta per lintera durata
delloperazione, soffrendo assieme a lei.
Quel martirio era quasi finito quando, nel riquadro della porta, comparve don Mariano.
Ovverosia il fantasma di San Giuseppe Jato. Spunt a sorpresa, con il suo corpaccio che non
corrispondeva in nulla allidea di un fantasma.
Guardai mio padre: continuava, impassibile, a trafficare con le garze mentre don Mariano ci
passava in rassegna uno per uno, come eseguendo una specie di controllo. Al termine dellispezione,
indic col mento la bambina:  vostra? fece alla donna. No, cavaliere. La madre  alla Feliciuzza,
fra i ricoverati. Allora lui, alla bambina: Tu, come ti chiami? Lei non rispose e la donna la sollecit:
Lucetta Vero che ti chiami Lucetta? Dillo al cavaliere!
La bambina annu. Lui la fissava. Per un lunghissimo minuto le tenne gli occhi incollati
addosso, quindi ci gir le spalle dirigendosi verso luscita.
Cavaliere, eeh! borbott mio padre quando la porta si chiuse dietro alla panza di don
Mariano. Cavaliere con la coppola storta.
Lepisodio ebbe poi un seguito, ma  inutile che te lo racconti adesso.
A Piana la guerra dei preti risale al Quattrocento, alla prima Madonna bizantina che si affacci,
con i suoi sacerdoti, in terra apostolica romana.
Ne sono passati di secoli! ma la guerra non smette: preti di rito latino contro preti di rito greco,
cattolici romani contro cattolici ortodossi, papades contro parrini. Pure i santi li abbiamo doppi. E
quando c la festa del San Giuseppe latino, non sia mai che un paps suoni le campane della sua
chiesa! Almeno cos era ai nostri tempi, te lo ricordi, no? Bench i paesani, dal canto loro, non si
perdessero in eccessivi distinguo: greci o latini, comunisti convinti o devoti del partito di Dio,
quandera festa si aggregavano alla processione dal primo allultimo. Forse cera pi fede nei santi che
nelle chiese...
Ma i fatti della Ginestra segnano un confine.
Dobbiamo ammetterlo: quella storia inaugura una differenza se  vero, e lo , che dopo la
tragedia i greci ebbero il conforto dei loro preti e in ogni casa toccata dal lutto si vide il kalimafion,
lalto cilindro nero, e la barba lunga del paps. I preti latini, al contrario, sinventarono un sacco
dimpicci e impedimenti e non avrebbero nemmeno benedetto i funerali se i sindaci non fossero
intervenuti dautorit.
Provarono a rifiutarsi, i nostri preti, con la scusa che si trattava perlopi di gente scomunicata,
che aveva applaudito alla vittoria del Blocco del Popolo malgrado da Roma il santo padre, Pio XII, li
avesse ammoniti: o con Cristo o contro Cristo!
Per i parrini, in sintesi, il fronte della guerra si era spostato e i nemici non erano pi i papades
ma i bolscevichi. E contro i bolscevichi e la canea rossa Be, non si combatte a rintocchi di campane,
mormor qualcuno in paese. Perch correva voce che i soldi raccolti per la festa di San Giorgio in
realt fossero serviti a pagare le armi e gli uomini che avevano sparato alla Ginestra.
Calunnie infami! sindign il nonno quando il suo campiere Giosef gli riport la diceria.
Ma il tentativo di negare le esequie agli undici morti  perch ormai li avevano contati e questo
era il numero, per il momento  non piacque nemmeno a lui: Dio li perdoni, disse disapprovando. Al
che mio padre replic:  Dio che deve chiedere perdono a noi, lasciando di stucco lintera famiglia
che non aveva mai sentito una bestemmia cos studiata sulle sue labbra, n mai pi ebbe a sentirla.
C unimmagine che non sopporto, mi d dolore per quanto  ancora viva dentro di me Ed 
limmagine della bambina che ero, tesa nello sforzo disperato di capire e di farsi capire. Mi affannavo,
ce la mettevo tutta, ma limpresa, inesorabilmente, rimaneva fuori dalla mia portata.
E linutilit dei miei tentativi risult chiara e senza equivoci in occasione dei funerali, quando
alla fine si celebrarono.
Attendevo la cerimonia con ansia, perch naturalmente volevo, anzi dovevo esserci: non mi
trovavo forse anchio alla Ginestra, quando il mondo era diventato brutto e pericoloso? Ero l tra gli
sterpi, assieme ai muli azzoppati, alla folla sconvolta, ai morti grandi come tuo padre e ai morticelli
come Serafino, perci adesso era logico che provassi il bisogno di accompagnarli al cimitero e di
mescolarmi ai parenti, ai familiari e a tutti gli altri scampati. Non era quello il mio posto? Mi spettava
di diritto.
Dunque arriv il giorno stabilito.
Gi allalba le autoblindo dellesercito avevano occupato i punti strategici e dal nostro terrazzo
si scorgevano le varie postazioni. Il cielo era immobile. In basso, ai piedi del paese, brillava un orlo di
lago, mentre le montagne spezzavano laria con le loro creste affilate.
Le mie montagne, pensai. Dove si potevano raccogliere le lumache babbaluce e, un passo pi in
l, i proiettili sparati dagli ammazzacristiani. Lumache e cartucce di fucili, un unico raccolto. Nel
frattempo avevo inumidito il pettine e me lero passato tra i capelli per sciogliere i nodi: ero pronta.
Ma la mamma aveva altre intenzioni
Non volle sentir verbo. Mi abbranc per pettinarmi di nuovo alla maniera sua e, intanto che si
sfogava tirando e lisciando, sibilava tra i denti che no, eh no, non avrebbe compiuto lo stesso errore,
non sarebbe stata cos pazza darrischiare sua figlia una seconda volta, tanto pi che il corso era
pattugliato dai militari con i fucili a braccio e si temevano disordini No e no, e senza discussioni.
Dal tono stridulo, dalla foga maldestra con cui cercava di comporre il fiocco, mi accorsi che era
terrorizzata e che, al momento, per lei esisteva solo quel terrore. Il resto  inclusa la mia sofferenza, di
qualunque natura fosse  non era che unincomprensibile astrazione.
A me pareva di avere in bocca uno dei sassi di Giosi. Premeva contro il palato. Duro. Amaro.
Mi sforzai di buttarlo gi. E mentre inghiottivo la mia delusione, mi resi conto che i bambini sono forti,
molto forti nella loro debolezza.
Cos rinunciai, accontentandomi del terrazzo.
Di recente, mettendo ordine nei cassetti, ho ritrovato alcune fotografie scattate durante i funerali
proprio da lass.
Vecchie istantanee un poco mosse. Sbiadite. Ma i contrasti sono ancora percepibili: il nero  pi
nero nel breve rettifilo dombra contro i muri e il bianco dei drappi sulle bare  pi bianco in mezzo
allinchiostro della folla, una breccia di luce.
E di luce ti assicuro che ce nera tanta da farmi piangere gli occhi. La mamma le scambi per
lacrime autentiche e si commosse, mi carezz la guancia e io a quel tocco consolatorio provai rimorso
perch sapevo che il mio pianto in un certo senso era falso, una semplice reazione agli stimoli luminosi:
fra i morti che avevo visto  ma li avevo visti?  e quelle bare troppo lontane non cera alcuna
corrispondenza, nella mia testa. Nessuna connessione o legame emotivo.
Per mi sentivo una gran pesantezza in tutto il corpo. Le ossa. La muscolatura. Perfino le
unghie pesavano. Il mio peso apriva fessure nel mattonato e la balaustra, troppo fragile, ondeggiava
curvandosi in modo allarmante sulla processione che sfilava tre metri pi sotto. Per salvarmi dalla
vertigine, mi aggrappai distinto ai fianchi di Luchina.
In una delle foto compare anche lei, la serva-carusa.
Indossa una camiciola che era stata di mia madre, con il colletto tondo, sovrapponibile, chiuso
da un nastro.  di uneleganza precaria, come appuntata con gli spilli, e tiene il busto leggermente
inarcato a destra perch a sinistra, tra due vasi di gerani, sbuca il profilo di Giosef, un becco rapace
allungato invano verso la preda che si tira indietro...
Eeeh! gli sfuggiva.
Da quando era venuta a galla la faccenda del convegno malandrino, il nonno aveva bandito
Gjergj dalla nostra compagnia e il campiere si approfittava della malaventura del greco per imporsi a
Luchina. Ma lei lo guardava a sfida e poi voltava la faccia.
Quella notte sognai di nuovo la vedova Puleo.
Sedeva sulle stanghe di un carro fermo in aperta campagna e staccava schegge di vetro dal
portaritratti. Le tirava fuori dalla cornice e le ammucchiava a terra. Erano belle, luccicavano come
argento. Erano il tesoro che suo marito le aveva lasciato in eredit. Ma quando ne raccolsi una, mi entr
nella carne. Bruciava. Non era vetro, ma una lingua di fuoco che mi aveva raggiunto dal sogno
precedente.
Al mattino trovai il lenzuolo macchiato di sangue perch, nel dormire, mi ero grattata via le
croste dal ginocchio.
Subito dopo  maggio era ancora agli inizi  mio padre ci annunci che per un paio di mesi
avremmo avuto un ospite.
E la signorina, fece rivolgendosi a me in terza persona bench gli stessi davanti, dovr
sforzarsi ed essere gentile. A mio fratello non cera bisogno di raccomandare niente, dato che lospite
eri tu, lamico suo.
L per l non lavevo capito, perch mio padre ti aveva chiamato con un nome che non
conoscevo e che peraltro us esclusivamente in quelloccasione. Giusto per sottolineare limportanza
dellevento.
Calogero, disse, verr a stare da noi fino alla fine della scuola. La sua mamma, dopo la
disgrazia, se n dovuta andare, ma lui rimarr qui fino agli esami e studier con Giacomo.
Calogero, come scoprii qualche secondo pi tardi, era il tuo nome di battesimo, ma per me e per
tutti eri Lillo e dunque restai un tantinello delusa nello scoprire lidentit del misterioso ragazzo su cui
avevo gi cominciato a esercitare la fantasia: eri soltanto tu, nulla di nuovo.
A parte un certo qual scompiglio nella vita quotidiana
I miei genitori infatti, senza consultare nessuno, avevano deciso di sistemarti nella camera che
dividevo con Giacomo e, di conseguenza, mi toccava cederti il posto  il mio letto, per la precisione  e
traslocare nello stanzino delle fave.
Confesso che la proposta mi lasci un poco titubante. Dovrei dormire con Luchina? Vero che
ormai il pi delle notti mi coricavo assieme a lei, ma sceglierlo di propria iniziativa era un conto e un
altro esservi obbligata per dovere dospitalit.
Eppoi il cane, obiettai, dove avrebbe nascosto i suoi sassi il povero Giosi? Non sotto il letto di
un ospite!
Mio padre accenn un sorriso.
Ma era di nuovo serio quando mi chiese, con un accento perentorio che annullava la domanda:
Non sarebbe un peccato dimmi, non ti dispiacerebbe se uno scolaro intelligente come Lillo dovesse
saltare gli esami e perdere lanno scolastico e la licenza? E potrebbe essere un addio definitivo, adesso
che non c pi suo padre a sostenere la famiglia! Ma almeno la licenza Non vogliamo aiutarlo? Un
ragazzo cos studioso! Bravo. Di buoni sentimenti. Che addirittura S, addirittura ha esitato ad
accogliere il nostro invito perch gli rincresce separarsi dalla mamma. Daltronde  comprensibile, data
la situazione
E qui Giacomo lo interruppe: Ma quale!  sempre stato un mammolino!
Voleva solo dire che eri molto attaccato a mamm, non che la cosa fosse un difetto. Anzi. Ma
quel commento fu per me una specie di lampo rivelatore: un attimo prima eravate una cosa sola, ai miei
occhi, e dun tratto non pi. Allimprovviso ti pensai come non ti avevo mai pensato, cio come un
qualcuno distinto da mio fratello. Separato e diverso da lui. Una persona con un suo proprio destino.
Lillo o Calogero, in ogni caso non eri pi il ragazzo che conoscevo dal tempo dei tempi. Non eri
pi il complice di Giacomo, il suo compagnuccio, ma il figlio di un uomo che era stato ucciso. Di una
vittima. E tu stesso, bench in modo differente, anche tu eri vittima.
Una parola, questa, che dal giorno della Ginestra sentivo ripetere a getto continuo, e sulla bocca
di alcuni aveva un suono nobile, mentre su quella di altri era soggetta a una mutazione che non mi
piaceva nemmeno un po. Per come la pronunciavano, si poteva credere che nascondesse in s una
sorta di vergogna. Un avvilimento. Un che di remissivo.
Ma tu... Tu che tipo di vittima eri?
Fu per rispondere a tale questione che ti guardai, quando bussasti a casa nostra.
Per bagaglio avevi la cartella della scuola e uno zaino militare, che tuo padre conservava dalla
guerra. Era pieno di ganci, cerniere, tasche profonde, capaci di nascondere un intero armamento. Anche
la tua faccia aveva unaria armata, per cos dire: in altri termini, non davi affatto lidea di uno che
subisce. Di una vittima arresa. Al contrario. Lo vidi, lo capii dalla torsione del collo quando sbirciasti
allins, verso le nostre finestre, liberando la fronte dai capelli con uno scatto duro.
Non c dubbio, dentro covavi una rabbia tagliente. Dovevi sforzarti per contenerla e chiuderla
fra le spalle, altrimenti sarebbe schizzata fuori dalle braccia, dal pugno che si alzava per bussare alla
nostra porta.
S, rispondevi con furia allingiustizia. E lingiustizia maggiore era, come dubitarne? la tua
nuova condizione di orfano.
Ecco unaltra parola su cui non mi era ancora capitato di riflettere a fondo. Lassociavo a quei
meschinelli chiusi nellorfanotrofio del convento, che ogni tanto attraversavano il corso in fila per due
dietro un bambino pi grande. Immaginavo che fossero nati cos, senza madre n padre: orfani. Ma tu
ceri diventato. E anchio potevo diventarlo. Una possibilit che mi lasci senza fiato.
Ero scesa ad aprirti, ma questo pensiero mi tenne con la mano pietrificata sul battente, mentre
un secondo cuore mi batteva in gola a colpi affrettati. Ti fissavo piena di spavento e non mi decidevo a
spalancare la porta per lasciarti passare. Tu, da parte tua, non collaboravi. Non dicevi: che fai?
Aspettavi e basta. Finch mia madre non butt una voce dallalto della scala: Allora? Venite su!
Nel salire, mi sfiorasti senza volerlo.
Indossavi una camicia a mezze maniche, il tuo gomito mi urt e io avvertii una scossa, il morso
di una violenza trattenuta che dal tuo corpo si trasmetteva al mio. Fu un contatto brevissimo, ma
sufficiente ad avviare una catena dinterrogativi: e se putacaso metti che e se insomma la tua
disgrazia si fosse rivelata contagiosa, proprio come una malattia?
Di colpo desiderai che te ne andassi. Avrei voluto spingerti in strada e urlare: vattene! porta
altrove la tua disgrazia Non cerco scusanti, adesso, ma  che stavo imparando ad avere paura e la
paura rende cattivi, lo si voglia o no.
Comunque una cattiveria per allontanarti  tale, almeno, era lintenzione  la escogitai davvero,
anche se risult proporzionata allet: il massimo che riuscii a inventarmi fu rubare una delle pietre di
Giosi e ficcarla sotto il tuo materasso.
Qualche giorno pi tardi era sparita, e mi sono sempre chiesta se lavessi trovata tu o la
mamma, nel rifare il letto.
Per mio padre aveva usato una parola sbagliata E questo mi fu chiaro una volta per tutte.
Perch tu non eri orfano per disgrazia. Lo eri per colpa di qualcuno.
Allepoca i giornali erano considerati merce di lusso.
La stampa, linformazione, se la potevano permettere i borghesi, cio i notai, gli avvocati, i
farmacisti come mio padre. Altro discorso per i contadini che, in pace come in guerra, dovevano
razionare il pane e il companatico, dunque figuriamoci se potevano buttare i soldi per un giornale!
E pazienza, perch tanto i pi erano analfabeti. Anche potendo, che la compravano a fare la
carta stampata?
Il problema semmai era liscrizione ai partiti politici, perenne fonte di litigi tra fazioni avverse.
Noialtri la tessera la diamo franca! si vantava il nonno. I comunisti ve la fanno pagare ottocento
lire Ottocento!
I giornali ne costavano otto, di lire, ma bisognava comprarli tutti i giorni perch dopo
ventiquattrore erano gi scaduti e venivano destinati a usi pi bassi. A incartare le salsicce in
macelleria. O, tagliati a striscette, alle pulizie intime nel cesso della scuola. E lo dico con cognizione di
causa.
A casa nostra per il Giornale di Sicilia entrava ogni mattina. Nel periodo poi che va dal fatto
della Ginestra allincriminazione di Salvatore Giuliano, di quotidiani ne entrarono due o addirittura tre.
Per via di mio padre che esager comprando anche la Voce, perch voleva leggersi gli articoli di Vic.
Del resto, loccasione non era di quelle che si possono trascurare: quando mai era capitato che il
nostro paese  per non dire la Sicilia  comparisse in prima pagina? Si parlava di noi ovunque, perfino
in alta Italia, dove i lavoratori riempivano le piazze e organizzavano manifestazioni e scioperi di
solidariet con i contadini massacrati dagli agrari siciliani. LAssemblea Costituente, addirittura,
aveva sospeso la seduta in segno di lutto.
Fu cosa di pochi giorni, per la verit.
Tre, quattro. Non di pi.
Per un attimo il mondo si fece attento e ci guard.
Qualcuno scrisse, azzardando: possibile che in Sicilia si stiano facendo le prove di una strategia
pi vasta? e che magari ci sia un qualche legame  un nesso intimo, sugger Li Causi sulla Voce  fra la
strage, la crisi del governo di unit nazionale e la vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni? possibile
che la rottura fra destra e sinistra non si sia consumata solo in parlamento, con il passaggio dei
comunisti allopposizione, ma anche, in altra forma, sul pianoro di Portella?
Dopodich gli articoli furono retrocessi in cronaca locale.
Tuttavia mio padre ci aveva preso gusto, non si contentava pi di ununica opinione e seguit
ad acquistare la Voce, senza preoccuparsi del nonno che non gradiva un simile spreco di denaro: E
bravo! Accatta, compra, ch il nemico singrassa con i nostri piccioli!
Ma pure lui, gira e rigira, finiva col discutere gli editoriali di Vincenzo  compare tuo,
sottolineava, non mio  e le arringhe di Li Causi che, calunniando agrari e baroni dallalto del suo
scranno alla Costituente, infamava lintera Sicilia.
Il pap non era daccordo e, al contrario, sosteneva che era Li Causi a essere calunniato. Ma
questo lo disse pi avanti, quando alcuni giornali scrissero che in realt non erano i contadini, era Li
Causi in persona lobiettivo dei mafiosi: nel 44 lo avevano azzoppato e alla Ginestra lo aspettavano
per finire lopera, perch credevano che fosse lui loratore ufficiale, mentre era quel giovane della
Federterra che era arrivato in ritardo a causa delle ruote bucate della motocicletta. Una notizia
documentata e documentabile, anche se certi giornalisti preferivano insinuare che Li Causi forse,
chiss, non era andato a parlare alla Ginestra perch qualcuno gli aveva suggerito di non andarci e lui
magari si era tenuto la confidenza per s e cos la strage quasi quasi sembrava colpa sua
Io me lo immaginavo, questo Li Causi, come un gigante. Un San Giorgio a cavallo o poco
meno. Quando lo vidi in fotografia, non ci potevo credere: era lui? quel signore con gli occhiali dalle
lenti doppie e tre capellucci ritti sul cranio?
Ma, a dispetto degli occhiali e della stempiatura, che infinit di discorsi addosso a quelluomo!
Per quanto
A dirla come va detta, era principalmente il pap ad appassionarsi a Li Causi. Al nonno credo
non importasse granch: battagliava pi che altro per amore di polemica.
Linteresse suo era la campagna. La propriet. Si agitava per il suo grano, per i suoi pascoli, e
per un contenzioso su quattro tumuli di terreno poteva mancare di rispetto a chiunque. Financo ai morti
della Ginestra. Per i funerali non si era nemmeno affacciato alluscio e durante uno dei soliti
battibecchi col pap non si era trattenuto e aveva esclamato, succhiando furiosamente il cannello della
pipa: La terra, proprio! lhanno avuta sulle corna.
A quel punto vidi lo sguardo di mio padre, per norma mansueto, animarsi di uno scintillio
bellicoso. E anche quando la fiamma si spense, negli occhi gli rest una specie di lontananza. Fu allora,
potrei giurarlo, che decise di emigrare  e non ti sembri eccessivo il termine, dato che Palermo era la
citt pi lontana che lui potesse concepire: pure da ribelle, restava un figlio devoto che non si
allontanava troppo dalla casa paterna.
In ogni modo, un anno dopo quella discussione noi eravamo a Palermo e il nonno a Piana. Ma
finch non smontammo la farmacia per rimontarla in citt, gli scontri attorno al tavolo da pranzo furono
il condimento del cibo quotidiano.
Eppure la voce del nonno, con i suoi toni da apocalisse, non mi procurava pi crampi allo
stomaco. Quasi la preferivo al mutismo prudente di mia madre e a certi silenzi risentiti di mio padre.
Era come se latto in s del parlare mettesse ordine e, dando un contorno agli avvenimenti, mi
promettesse una via duscita dal buio dellinfanzia. Un futuro di luminosa conoscenza.
Poi, col tuo arrivo, il centro della mia attenzione si spost completamente.
In quel periodo Luchina si alzava dal letto con le palpebre gonfie. Su Gjergj incombeva la
scomunica del nonno, che non lo voleva per casa, e lei non si dava pace, era proprio sconsolata. Tanto
pi che sul pianerottolo, al posto del greco, ogni mattina trovava quelle cicche maledette. Le scovava
dappertutto, disseminate sui gradini, davanti alla porta...
Spesso, assieme ai mozziconi delle Lucky Strike, cera lui.
Giosef in persona.
Sapevo che un altro dei suoi fratelli era tornato di recente dallAmerica. Un picciotto sperto, a
sentire il nonno. Amico di faccendieri che la mafia di qui se ladoperano come stuzzicadenti. Ma la
cosa a Luchina non la spostava n di qua n di l.
Invece per te aveva una simpatia speciale: di sua iniziativa ti rammendava le calze, ti lavava il
fazzoletto, aggiungeva un filo dolio alla minestra.
A suo giudizio, eri bello: un Cristo martellato, diceva. Con le labbra di cenere e la pelle fina,
trasparente sulle tempie.
Io ti scrutavo dubbiosa. Eppoi facevo segno di s: vero. Per essere bello, eri bello. Per nel tuo
portamento trattenuto, nelle spallucce rigide, indovinavo una stonatura. Dun tratto intuivo il tuo
disagio, i tuoi scrupoli, e mimbarazzavo per te. Non volevi darci disturbo. Ovvio. Doveva essere
questo il motivo per cui, oltre alle parole, ora ti accanivi a contare anche i passi: dalla cucina al
corridoio, dal corridoio alle scale. Scendevi cauto, silenzioso, e perfino i gradini di legno si
dimenticavano di scricchiolare.
Ma non ti muovevi in quel modo, prima. Quando ancora possedevi una vita normale e non eri
sempre arrabbiato.
S, adesso camminavi con i pugni stretti... E io ero ben consapevole che la rabbia aveva
sostituito, dentro di te, il dolore. Era un sentimento in cui mi riconoscevo pur avendone paura, dato che
anchio  io che non ero una vittima, propriamente parlando  avevo perso la mia piccola vita normale.
E la tua presenza me lo rammentava in ogni momento.
Ecco perch avrei voluto che ti accorgessi di me, cos come io mi ero accorta di te. Ma tu non ti
lasciavi avvicinare.
In tutto ci, lunico a guadagnarci era mio fratello.
Lo pensavo sul serio, per quanto senza malignit: dormire con un compagno piuttosto che con
la sorella non rappresentava forse un passaggio di grado? Da soldato semplice a capitano o gi di l.
Dunque era un guadagno. Una promozione che, a ben vedere, metteva in seconda linea parecchie cose.
Perfino lesame di quinta.
E in effetti non  che Giacomo se ne preoccupasse molto: dopo la scuola, unora a tavolino e
via. Lui e pure tu, altro che studio! La vostra giornata trascorreva immancabilmente in strada e io non
vi vedevo fino allora di cena.
In conclusione: voi eravate in due a farvi coraggio e io da sola.
Uno di quei pomeriggi solitari, per lappunto, nel passare davanti alla mia vecchia stanza
succede che mi fermo, anzich tirare dritto.
Esito un attimo, quindi abbasso la maniglia e sono dentro.
Dal lato di Giacomo, il solito manicomio: quaderni per terra, il cuscino buttato in fondo al letto
a tener compagnia a una scorza di melone.
Dal lato tuo, niente.
Niente che non fosse dove doveva essere: lordine di un ospite.
Un debole taglio di sole si posava sui due asciugamani che ti aveva offerto la mamma, ben
ripiegati sopra una sedia. In un angolo, lo zaino militare  protetto da cerniere, ganci e bottoni a strappo
 aveva limponenza che potrebbe avere il bagaglio di un generale.
Era una sacca compatta, corposa: la cassaforte di tutti i tuoi segreti! Cos mi avvicinai e, non
senza un brivido di colpa, feci scorrere una cerniera, appena un po... Un altro po e comparve un
ricambio di biancheria. Pi sotto, il berretto americano che ti aveva regalato mio padre. Lo tirai fuori.
Lo annusai: sapeva di nuche sudate e giochi invadenti, da maschi. Lo rimisi a posto, per lodore mi
rest nel naso, come un avvertimento. Non svan nemmeno quando spalancai la portafinestra per uscire
sul terrazzo interno te lo ricordi? finiva contro una parete cieca: lideale per giocare a palla.
Insomma esco, cerco il pallone in mezzo ai vasi dei gelsomini e lo faccio rotolare,
svogliatamente, con la punta del piede. Lodore del tuo berretto  sempre l, dentro il mio naso. Non se
ne va. Allora mi volto per tornare in camera, ma la portafinestra  chiusa e dietro i vetri ci sei tu. O
meglio la tua sagoma nervosa, inconfondibile, che si allontana e in un amen sparisce, lasciandomi l
fuori.
Dapprincipio pensai a una punizione per aver frugato tra la tua roba. O a uno scherzo. In ogni
modo non ero preoccupata: gli scherzi e i castighi non durano in eterno e tu mi avevi ben visto sul
terrazzo! Ma non  che ne fossi proprio sicura e, a dire il vero, non lo sono nemmeno oggi: mi avevi
visto o no? Difficile non vedermi
Comunque il dubbio mi venne, tant che attaccai a tamburellare con le dita: sono qua! Poi
busso pi forte: voglio entrare!
Il silenzio  assoluto e dun tratto ho lorribile certezza che nessuno mi risponder, n ora n
mai, e quando scender la notte mi ritrover in un buio invincibile, senza pi voce per gridare. Sola in
maniera definitiva. Questo mimmagino, cos piglio la rincorsa e mi lancio di testa contro il vetro.
Mio padre impieg le ore a tamponarmi la fronte con una pezza fredda: Che volevi fare,
signorina? Prendere a cornate il mondo?
Avevo due tagli allattaccatura dei capelli e uno al sopracciglio, ma graziaddio il vetro si era
rotto pulito, le schegge mi avevano risparmiato e non ci fu bisogno del medico.
Attorno a me si era radunata tutta la famiglia, compresa Luchina che reggeva la bacinella con le
garze. Poi il pap fin di medicarmi e torn al lavoro, Luchina and a buttare lo sporco, Giacomo scese
in strada, la mamma corse un attimo ai fornelli e noi due restammo soli.
A quel punto mi aspettavo che ti dileguassi anche tu e invece no, stavolta non scappi. Anzi
sollevi la mano e adagio, con delicatezza, mi sfiori la fronte, passi le dita sulle bende che mi coprono i
tagli e, a quel tocco, le lacrime che trattenevo sotto le palpebre diventano fuoco: allora le vedi, le mie
ferite! E poich anchio vedo le tue, non rivelo le ragioni del mio gesto, non mi confido neppure con
Luchina: in un certo senso, comincio a esserti fedele.
Il ventidue giugno il Giornale di Sicilia titol a tutta pagina: Colpo di scena: a Portella della
Ginestra ha sparato Giuliano.
Era domenica. Lo so perch, nella memoria, mi rivedo al bar della piazza, con la gonnellina a
volant dei giorni di festa e gli occhi socchiusi per il piacere che mi d la granita di gelso. In piedi,
davanti al tavolo dei clienti abituali, il nonno. Che devessere appena tornato dalla campagna, perch si
scrosta la terra dagli stivali con il manico di un frustino.
Un tizio in giacca e cravatta legge a voce alta, a beneficio di quanti faticano con lalfabeto, e
larticolo  un tantinello confuso ma il succo della storia, alla fin fine,  semplice e chiaro: unindagine
degli organi competenti ha confermato quello che in paese si sapeva gi, anche se un conto  sapere, un
conto  dire...
In ogni modo adesso, ventidue giugno, la cosa  ufficiale: alla Ginestra, a sparare contro la
folla, cera Giuliano.
Ma quando mai! Ma se Turiddu  dalla parte dei poverelli! Non pu essere, sbott uno degli
uomini raccolti attorno al tavolo. E io mi riscossi e spalancai gli occhi, fiutando odore di battaglia.
Sempre bandito politicante , replic infatti il tizio col giornale.
Ha parlato Domineddio! Che ne sapete voi di politica e politicanti?
Niente so. Ma lui, per esserci, cera. E, posando il giornale, luomo in giacca e cravatta prese
a raccontare.
Raccont di un suo parente  il nome, disse, non ha importanza  che il 1 maggio, fatalit! era
andato a caccia sulla Pizzuta. Non era solo, stava assieme ad altri quattro. O forse tre. Cacciavano di
frodo, fuori stagione, e si erano portati fucili e cani. Mentre cercavano le lepri, si erano imbattuti in un
gruppo dindividui armati di mitra che, dopo avergli levato i fucili, li aveva obbligati a stendersi per
terra accanto ai massi. Il gruppo poi si era allontanato. A sorvegliarli, era rimasto un uomo con un abito
di velluto e un fazzoletto al collo. Dopo unora o due avevano sentito una sparatoria. Raffiche lunghe,
che erano durate fino a quando una sirena portatile non aveva ordinato il cessate il fuoco. Con un
fischio sordo, simile al soffio della conchiglia dei pastori.
Poco pi tardi, i picciotti col mitra erano tornati indietro e un giovane, che manifestamente era il
capo, aveva rilasciato i cacciatori intimando: andate! e dite che eravamo in cinquecento.
Invece erano una dozzina  perlomeno quelli che avevano visto loro. E il giovane che aveva
detto andate! lavevano riconosciuto in caserma, quando, dopo averne discusso in famiglia, si erano
convinti a denunciare il sequestro. I carabinieri avevano una fotografia e lavevano mostrata ai
cacciatori per lidentificazione.
Lui era?
Lui.
Salvatore Giuliano, il re di Montelepre. Col suo famoso berretto chiaro e lo spolverino color
avana, tipo impermeabile.
Ed  qui che io penso: Ah! La formicola bianca.
Dunque non me la sono sognata. Non  fantasia.  realt. Apposta la mamma si era impaurita!
Perch, disgraziatamente, non si pu cancellare ci che accade nella realt, anche se a me riusciva
ancora difficile accettare unidea del genere.
E va bene, acconsent il proprietario del bar, che nel frattempo si era aggiunto al tavolo per
sorseggiare un liquoretto giallo. Mettiamo che era lui. Ma che significa? Non credo che Turiddu
volesse ammazzare quella povera gente, paesana sua. Magari lintenzione era dimpedire il comizio, di
far scappare i muli con qualche schioppettata Purtroppo a qualcuno dei suoi ci dovette tremare la
mano e non seppe regolarsi, non aggiust il tiro.
Allora i morti risultarono per sbaglio? Undici! Senza contare quei meschinazzi che ci hanno
perso una gamba, un polmone, un occhio e insomma la salute. E chi li campa a questi? I picciotti che
fecero il danno?
Ma non furono loro! No, impossibile. Doveva esserci qualche forestiero. Non dice niente il
giornale? E vossia, vossia che dice? fa il barista, rivolgendosi al nonno. Come se fosse unautorit in
materia e quindi gli spettasse di diritto lultima parola.
E il nonno: Eeh! dico che i giornalisti usano e abusano ma, per una volta, hanno scritto la santa
verit:  stato Giuliano. Atto di banditi fu, altro che crimine politico! Lasciamola al giornale di Li Causi
sta minchiata.
 ancora in piedi, con le mani dietro la schiena. Nel pugno ha il frustino, che si muove
dondolando a destra e a manca e pare la coda di Giosi quando festeggia una pietra di suo gusto.
Se non erro, fu sempre il ventidue giugno che, in contrada Cannavera, ritrovarono i resti del
campiere. Si chiamava Busellini, Emanuele Busellini, e un po lo conoscevo.
Anche lui era stato sequestrato dai banditi nei pressi della Ginestra, il 1 maggio. Ma, a
differenza dei cacciatori, era sparito senza lasciare traccia. E poich era compare di Giosef, che gli
aveva fatto da testimone alle nozze, la sua scomparsa era diventata quasi un affare di famiglia.
Poi, ed erano passati cinquanta giorni, eccolo che riaffiora in fondo a un pozzo. Una buca di
ottanta metri. Una vertigine nel cuore della montagna. E l dentro il Busellini, col suo tascapane a
mezzaluna.
Questo s che  un mistero, comment mio padre. Perch mai Giuliano, dopo aver liberato i
cacciatori, avrebbe dovuto ammazzare un campiere? uno che per dritto o per rovescio  sempre amico
degli amici... Magari non proprio mafioso, ma, per necessit di mestiere, amico dei mafiosi. Vero che il
Busellini era in combutta con i carabinieri, tant che gli avevano trovato addosso un biglietto: favorite
venire in caserma che vi debbo parlare, brigadiere tal dei tali.
Sia come sia, non cera logica in quellammazzatina. A meno che Giuliano, disse pensoso mio
padre, non volesse mandare un avvertimento e ricordare a qualcuno  mafioso, politico o carabiniere
che fosse  che i patti non si rompono. Perch non c dubbio che, per convincerlo a sparare, qualche
promessa dovevano averla fatta, al caro Turiddu...
Aveva cominciato la frase parlando naturale ma, nellandare avanti, pian piano abbass il tono
fino a un sussurro. Non per reticenza, ma perch talvolta aveva scrupolo a farsi sentire da noi e credeva
fermamente che bastasse parlare sottovoce per confondere il senso del discorso e ingannare i bambini.
Ma tu non gli permettevi dingannarti, dico bene? Tu capivi tutto e ogni tanto avevi uno spasmo
alla tempia.
Per ci furono anche momenti buoni, durante il tuo soggiorno forzato a casa nostra.
Addirittura di allegria.
Quando si seppe che vi avevano promosso, per esempio, e la mamma organizz una sorpresa
con un regalo per ciascuno di voi.
Giacomo ebbe un pallone, di cuoio autentico.
Tu un dizionario ditaliano.
Voleva essere un augurio per gli studi futuri, poich avevi dichiarato che intendevi continuare a
qualsiasi costo. Magari da privatista, se non era possibile la scuola normale.
Mentre scartavi il pacco sorridevi, finalmente, e Luchina annu fra s e s e disse che ti eri
affamiliato. Poi torn in cucina. A piedi scalzi, perch lei con le scarpe non ci poteva combattere.
Era quasi ora di pranzo e gi in strada il verso del banditore annunciava che era pronto il pane,
il pane del forno! cotto della sua cottezza, bianco della sua bianchezza Un grido che, al solo
rammentarlo, ancora mi fa venire lacquolina in bocca.
Prima che ci lasciassi per raggiungere tua madre, giusto il giorno precedente la partenza,
Giacomo sinvent una gita al lago.
Uscimmo di mattina presto. Laria era umida e dallacqua nasceva un grande arcobaleno che si
alzava svaporando per consolidarsi sulla sponda opposta. Ma il sole crebbe e, assieme al sole, la calura.
Tu e Giacomo vi spogliaste senza vergogna e cos, in mutande, vi buttaste a bagno anche se in quel
punto era vietato.
Da terra, osservavo le vostre braccia che solcavano il verde lasciandosi dietro lunghe scie. Ora
pi chiare, ora pi scure, quando le bracciate rompevano il riflesso dei monti.
Ero triste.
Vi spiavo, cercando dindovinare se la testa che spuntava in mezzo al riverbero fosse la tua o
quella di mio fratello. A un certo punto si sovrapposero e fu come se vi avessi perso entrambi. Giacomo
era svanito dal mio orizzonte e pure tu eri in procinto di sparire, forse per sempre, con il tuo zaino
militare, la tua rabbia nascosta e quel modo che avevi di guardarmi senza vedermi.
Mentre il lago sbatteva piccole onde melmose contro i sassi, pensieri dabbandono mi
succhiavano il sangue come tafani.
Ricordo che stavo seduta allombra di un leccio, a testa bassa, le gambe piegate e strette contro
il torace. Con lunghia stuzzicavo la cicatrice della ferita che mi ero fatta alla Ginestra. Quando la
vestina troppo corta mi scivolava in grembo, scoprendomi le cosce, sentivo lodore del mio corpo che
si mescolava allagrodolce dellerba.
Dopo non so quanto, il vostro gioco si esaur. Giacomo rimase in acqua da solo e tu, tornato a
riva, ti sdraiasti vicino a me chiudendo gli occhi.
Eri cos magro! Davvero un Cristo martellato, con le labbra livide.
Il tuo petto si alzava e abbassava per lo sforzo del nuoto e io allungai una mano e lappoggiai
sulla tua pelle bagnata, dalle parti del cuore. Batteva forte contro il mio palmo e, allimprovviso, il mio
respiro assunse il ritmo del tuo. Era un fiato, una corrente calda che passava da me a te e da te a me.
Dur un attimo. Poi le tue dita  dure, risolute  strinsero le mie spingendole lontano e il calore
mut in unimpressione di freddo.
Battei le palpebre. Dove prima ceri tu, ora cera il vuoto e le mie mani erano diventate delle
appendici inutili, non sapevo pi che farne.
Alla fine le serrai attorno alle ginocchia, sospirando.
E in quel preciso istante mi resi conto, con una sorta di stordita e colpevole meraviglia, che il
mio sospiro era in tutto e per tutto uguale a quello che Luchina tirava fuori nel sonno, quando piangeva
a causa del suo Gjergj.
Lillo
A cambiarmi fu il processo di Viterbo.
Ebbe inizio a giugno del 50, qualche giorno dopo il mio compleanno, e per me rappresent una
svolta: ci andai in un modo e ne tornai in un altro.
Fu la mia vera scuola. La pi importante. E se mia madre non avesse insistito perch
laccompagnassi, non so proprio chi sarei, adesso. Che tipo duomo.
So chi ero allora, quando cominciarono le udienze davanti alla Corte dAssise: un ragazzo di
quattordici anni che aveva gi una vita mazziata, come diceva lo zio Alfio. Un adolescente concentrato
su di s. Che si ribellava al morso del lutto per non sentirsi prigioniero. Che ogni sera, sul punto di
coricarsi, aveva una crisi dapnea perch un bolo di lacrime mai versate lo strangolava.
Anche mia madre non lho mai vista piangere.
Per a volte, mentre studiavo al tavolo di cucina, si fermava l accanto e, strusciando le mani
contro il grembiule, bisbigliava senza guardarmi: non mi fanno bene queste lacrime asciutte, no, non mi
fanno bene! E io che sono un mammolino  ha ragione tuo fratello  in quei momenti la odiavo, perch
mi sembrava di assistere a unesibizione indecente. Era meglio se il dolore rimaneva nascosto.
Per quanto mi riguarda, ero diventato bravissimo in questopera di occultamento. Uno
specialista. Bench la colpa  o il merito  non fossero miei: da un giorno allaltro le emozioni mi
avevano abbandonato. Stavano fuori di me, sopra una specie di palcoscenico esterno, e io le osservavo
con locchio dello spettatore.
A quella distanza potevo tenerle a bada e ci mi dava sollievo. Ma, per non perdere questo
vantaggio, dovevo muovermi quasi in stato di assopimento, sfiorando appena le cose, e non sempre ci
riuscivo: erano anni troppo densi. Pieni di fatti che avevano un seguito
E il principale fu senzaltro listruttoria di Palermo.
Si chiuse nellottobre del 48  un anno, cinque mesi e ventisette giorni dal massacro  e per
mia madre si tratt di un secondo lutto, dato che rinviava a giudizio la banda di Giuliano ma
scagionava i mafiosi. Confermando, in sostanza, la linea tenuta fin l dal governo e dal ministro Scelba:
Portella della Ginestra non aveva niente di politico, era un semplice episodio di banditismo. Una
vicenda di cronaca nera. Non centrava la mafia, non centravano gli agrari e tanto meno la vittoria
elettorale del Blocco del Popolo.
Un duro colpo per i familiari delle vittime e dunque per noi, cio per la mamma e per me. Ma io
cercavo risposte in maniera confusa, ancora approssimativa, mentre lei credeva fermamente di avere
diritto alla verit e alla giustizia e pretendeva di essere ascoltata anche a nome dei morti, perch
nemmeno i morti si rassegnano, diceva, e insistono e la notte vengono a chiedere conto.
S, la sentenza era brutta e aggravava il torto invece di risarcirlo. Eppure su di me non ebbe
leffetto-terremoto che in seguito avr il processo di Viterbo.
Se devo essere sincero, fui pi toccato da un fatterello che per lappunto accadde intorno a quel
periodo, quando una pattuglia di carabinieri fer a morte Giuseppe Passatempo, uno dei latitanti
accusati della strage. Nel tascapane, assieme alle cartucce e a dieci pacchetti di Nazionali con filtro, gli
scoprirono un Canzoniere della radio e fu questo dettaglio a impressionarmi: ma come, il Canzoniere?
nella saccoccia di uno che era chiamato il Boia dai suoi stessi compari? da dove gli veniva, a un uomo
del genere, la voglia dimparare le canzonette alla moda?
La faccenda minquiet profondamente: avevo pur sempre undici anni Anzi dodici,
nellautunno del 48. E ancora oscillavo fra due opposti desideri: cancellare tutto, sapere tutto.
Finch mi trovai a dover scegliere: restare con lo zio Alfio a Sciacca, dove ceravamo stabiliti
dopo lunghe peregrinazioni, o partire con mia madre per Viterbo.
Partire significava ricominciare daccapo. Di nuovo con quelle immagini che mi spezzavano le
gambe, di nuovo con le notti insonni e le crisi di soffocamento. Ma la mamma, in qualit di parte lesa,
doveva testimoniare davanti alla Corte dAssise: era obbligata alla presenza. Potevo lasciarla sola?
Alla fine decisi che sarei andato con lei. Per dovere di figlio.
Il mio timore naturalmente si rivel fondato e, ben prima di salire sul treno diretto a Viterbo,
tornarono a visitarmi i vecchi incubi. Mi strappavano la testa
Tuttavia nel frattempo avevo imparato a difendermi e a guardare il mondo comera: prima i
miei pensieri affondavano in un buio indistinto, ora ragionavo.
Capivo le implicazioni dellistruttoria di Palermo e sentivo montare la rabbia quando mi
capitava di pensare ai mafiosi assolti per non aver commesso il fatto.
Liberi per legge, malgrado le testimonianze e i riconoscimenti effettuati e sottoscritti da
unintera comunit. Il tuo don Mariano? Un fantasma. Come gli amici suoi che avevano sparato dalle
creste della Kumeta: fantasmi dal primo allultimo. Frutto di unallucinazione collettiva (cito alla
lettera), secondo il tribunale. E se i sicari della mafia erano solo finzioni della mente, figuriamoci i
mandanti!
Per la verit sapevo  me lo aveva detto lo zio  che i giudici non avevano ignorato questultima
ipotesi. Nella sentenza di rinvio a giudizio si erano chiesti se Giuliano, putacaso, non avesse ricevuto
un incarico  un mandato  per quellimpresa cos impegnativa. Magari in cambio di un passaporto per
lAmerica.
Daltronde era questo che Giuliano voleva: documenti despatrio per s e per i suoi uomini.
Credeva di averne diritto, dopo essere stato tradito ed escluso dallamnistia del dopoguerra, che
condonava i reati politici e militari. Tanti picciotti che avevano combattuto nellEvis, lesercito
indipendentista della Sicilia, erano stati graziati e lui, Giuliano, era un colonnello dellEvis! Un capo. I
benefici dellamnistia dovevano valere anche per lui. Invece glieli avevano negati e lex colonnello ora
pretendeva almeno un passaporto. Possibile che qualcuno gli avesse promesso una cosa del genere,
come contropartita per la strage?
S, i giudici istruttori si erano posti la domanda, ma poi avevano deciso di lasciar perdere. Non
valeva la pena dindagare in questa direzione: la Corte doveva concentrarsi esclusivamente sulloggetto
del processo, cio sulle modalit delleccidio e lidentit degli esecutori. Tutto ci che andava oltre era
superfluo, inutile ai fini processuali.
E con questo viatico ci preparammo alla partenza.
Era la prima volta che uscivamo dallisola.
Io ormai mi vergognavo ad andare in giro con le ginocchia nude  e grosse e spellate, per giunta
 e dunque fui contento davere finalmente i pantaloni lunghi, ricavati da un vestito di mio padre.
Per s la mamma, che ci teneva a non sfigurare, rispolver dalla cassapanca un cappello di
quandera signorina e lo prov allo specchio.
Se lo aggiustava sulla fronte con uno sguardo lontano, che sembrava correre sempre pi
allindietro...
Vuoi un piccolo segreto tutto mio? Quel cappello esiste ancora.
Anni dopo  lei era gi morta da un pezzo  lho ritrovato mentre sgomberavo la nostra camera
in casa degli zii: stavo preparando il trasloco a Roma, una partenza che consideravo definitiva Lho
riconosciuto immediatamente e non ho avuto cuore di buttarlo.
Stava nella medesima cassapanca da cui lei laveva riesumato in occasione del viaggio, ben
protetto da una custodia tonda, di cuoio, posata sopra una pila di quaderni. Quaderni suoi, perch la
mamma aveva frequentato le magistrali e avrebbe ottenuto il diploma se non lavessero obbligata a
ritirarsi.
Era a un passo dagli esami...
E questo spiega perch, dopo la disgrazia di mio padre, ho accettato la vostra ospitalit: dovevo
evitare il ripetersi della maledizione. Cos sono rimasto a studiare con Giacomo, anche se in quel
momento desideravo solo andar via con la mamma e sparire, sprofondare dentro me stesso. Invece mi
rassegnai: chiusi tutto  langoscia, le ansie, le insicurezze nuove e quelle vecchie  in un ripostiglio
provvisorio della mente e presi la licenza.
Ma pi per lei che per me.
Credimi, lho fatto per mia madre.
Non volevo darle un dispiacere fermandomi a mezza strada come si era fermata lei, a causa dei
suoi stessi genitori Perch erano stati loro a toglierla da scuola allimprovviso, da un giorno allaltro,
e sai il motivo? Avevano paura che sincontrasse con mio padre! Di nascosto e contro la volont della
famiglia.
I miei nonni materni, tanto per spiegarti il problema, erano benestanti  burgisi, si diceva allora
 e non si fidavano di un uomo che borghese non era e, per possedere, possedeva solo il bombardino
con cui suonava alle feste.
Io non ho avuto il bene di conoscerli, questi nonni burgisi, e la mamma non ne parlava
volentieri. In compenso mio padre, che era pronto di lingua e amava lo scherzo, mi faceva ridere
imitando il gesto con cui il nonno aveva cercato dintimidirlo.
In una calda mattinata di primavera, a quanto pare, si erano incrociati per strada e il futuro
suocero lo aveva guardato fisso sfiorandosi il naso con la mano. Come a dire: le mosche che mi
disturbano io le caccio via. E non era soltanto la povert a disturbarlo. No, erano le idee, diavolo dun
ragazzo! le belle pensate di quel giovanotto presuntuoso che ambiva a imparentarsi con lui.
A distanza di anni, mio padre ancora si difendeva argomentando con falsa modestia: Sar un
nessuno condito col niente, ma almeno ho una visione filosofica della vita.
La sua visione filosofica per si traduceva in concrete, concretissime attivit pratiche: comizi
durante le campagne elettorali, assemblee a favore dei decreti Gullo per la spartizione delle terre
incolte, riunioni per organizzare le cooperative di lavoro Ah, le cooperative! Batteva sempre su quel
tasto: Noi, organizzati, siamo un pugno di fratelli.
Non gli mancavano le parole e la gente lo seguiva, era pazza di lui. La mamma sosteneva che
mio padre creava legami con la parlantina. In quanto a lei, era pi portata per le parole mute, cio per i
libri e la scrittura.
Questo prima della disgrazia
Lo so,  un sostantivo improprio e non dovrei usarlo, dato che in realt si tratta di un assassinio,
di un omicidio programmato e su commissione. Ma allepoca questi termini non mi uscivano naturali
dalla bocca, spostavano il dolore in un territorio che non mi apparteneva. Preferivo dire: la disgrazia.
Una cosa intima. Mia.
In ogni modo, girala come ti pare, mio padre non cera pi. E la sua scomparsa non addolc i
contrasti familiari, anzi sembr dar ragione alla diffidenza del nonno e confermare il torto della
mamma, che aveva voluto quelluomo a qualsiasi costo e senza il consenso della famiglia. Unoffesa
che non le fu perdonata nemmeno nella sventura.
Lei, comunque, era orgogliosa la sua parte e mai e poi mai avrebbe ammesso una sconfitta,
soprattutto se poteva dar adito a sospetti nei confronti di chi era morto da innocente.
Per farla breve, le tocc arrangiarsi da sola. E se la fine di mio padre era stata difficile da gestire
anche nei risvolti pratici, ci che venne dopo non fu di aiuto o di consolazione, n per lei n per me.
Credevo che un lutto fosse pi che sufficiente e che almeno gli addii, grandi o piccoli, fossero finiti.
Invece erano appena cominciati.
Il primo spett alla casa, perch soldi per pagare laffitto non ce nerano, ma il padrone li
reclamava, li pretendeva immediatamente, lira su lira: non voleva correre il rischio di rimetterci la
mesata, adesso che era defunto chi ci portava il pane, pace allanima sua.
In conclusione, bisognava lasciargli le due stanze dove abitavamo e separarsi.
Non per molto, promise la mamma: quattro, cinque settimane al massimo. Lei sarebbe andata
dai nonni, i miei nonni paterni, e io sarei rimasto a Piana per un po, giusto il tempo degli esami.
E studia, ah!
Dopodich, senza aggiungere verbo, chiese in prestito un carrozzino, sistem lassopra il poco
che avevamo e si trasfer a San Giuseppe Jato, dai suoceri.
Daltronde era quello il luogo dove mio padre era nato e dove aveva avuto sepoltura. Giaceva l
assieme agli altri, nella fossa comune delle vittime di Portella della Ginestra.
Intanto io ero ospite vostro e studiavo con Giacomo, chiuso in una specie di sospensione
temporale.
Ma alla fine arriv Volere o non volere  non  che avessi grandi certezze a questo proposito
 in ogni caso arriv anche per me il momento del secondo addio. Non mi stavo spostando allaltro
capo dellItalia, non mi stavo trasferendo in una citt straniera ma a pochissimi chilometri di distanza
dal mio paese, cos pochi che potevo percorrerli addirittura a piedi. E tuttavia era un abbandono.
Montai sulla corriera.
Quando scesi, allingresso dellabitato, alzai gli occhi alle montagne e sentii che il respiro mi si
fermava in gola da quanterano vicine. Tu dici che i monti ti davano sicurezza A me la tolsero da un
minuto allaltro. Forse era la prospettiva nuova da cui guardavo il panorama, lo spaesamento. Sia come
sia, questa sensazione di chiusura mi perseguit per tutta la durata della nostra permanenza a San
Giuseppe Jato.
Ovunque mi girassi, andavo a sbattere contro le montagne. A passo svelto percorrevo corso
Umberto I e, giunto in fondo, il cielo era occupato da una cuspide di pietra bianca, abbacinante. Mi
voltavo e allestremit opposta, nel rettilineo fra le case, spuntava il fianco liscio di un costone a
strapiombo. Non cera scampo.
Impazzivo in quella strettura, dove mi pareva di stare troppo accanto agli assassini e ai loro
padroni, i signori che gli armavano la mano. Gente che viveva tranquilla in paese, libera e pulita, e
magari ci guardava e ci compativa, a me e a mia madre. E forse al caff, tra una partita a carte e una
bevutina, parlava di noi: eh! le desolarono la casa alla moglie del comiziante
Questa era la situazione.
Poi la mamma decise di raggiungere a Sciacca lo zio Alfio, il fratello maggiore di mio padre, e
tutta un tratto i miei polmoni si allargarono e il fiato torn leggero. Cos ce ne andammo portandoci
appresso il bombardino che al nostro arrivo, ingombrante comera, caus qualche imbarazzo. Alla fine
venne messo nella nostra stanza, sopra il canterale, una cassettiera bassa e stretta dove rimase
occupando una buona met del ripiano.
Lo zio era un uomo semplice. Quasi analfabeta. Per firmare, firmo, assicurava. Per firma,
sono maestro. Non aveva gli interessi culturali e linfarinatura scolastica di mio padre ma, come lui,
era un po filosofo: I pidocchi vengono dai pensieri, scherzava, per questo i poveri ne hanno di pi.
Aveva una bottega da calzolaio e io presi ad aiutarlo, ma per me, per il figlio di suo fratello, lui
nutriva delle ambizioni. Non si pu vivere solo di panuzzu e pasticella, diceva. Devi studiare. E
poich, per forza di cose, dovevo farlo da privatista, mi esortava a darmi una disciplina, a imparare da
mia madre il metodo che simpara a scuola. Insomma, a studiare da studente.
Mi piaceva, lo zio Alfio. Un po meno sua moglie, la zia Mannina, che, non avendo figli da
comandare, pensava di rifarsi su di me. Ma riuscivo a farmi piacere anche lei. E soprattutto mi piaceva
il mare, che scoprivo e toccavo per la prima volta in vita mia.
Sabbia. Scogli. Orme solitarie sul bagnasciuga...
Mi mancava Giacomo, questo s. Non cera spazio per nuovi amici in quella specie di esilio che
era diventata la mia esistenza, senza pi maestri e compagni di classe con cui discorrere un giorno
appresso allaltro. In compenso la mamma guadagnava offrendo ripetizioni ai figli dei burgisi e io
avvertivo di nuovo una prevedibilit rassicurante, una coerenza, nel tempo che ricominciava a scorrere
in un flusso ordinato. Se poi la notte mi svegliavo di colpo con la bocca asciutta, cercando laria, era
sufficiente abbandonarsi al rumore della risacca per riacchiappare il ritmo del respiro.
Ecco perch, sulle prime, non volevo andare a Viterbo.
Mi sentivo debole. Troppo ragazzino per quel passato ingombrante che tornava ad aggredirmi
come una malattia, una forma di malaria ricorrente da cui era impossibile difendersi.
Fu lo zio a illuminarmi sullimportanza del processo. Mentre spalmava la colla sulla suola di un
paio di stivali, me lo illustr in ogni suo possibile risvolto e risultato e fin dicendo: Noialtri che
volemo sangue di padroni? Non ne volemo sangue, ci basta la galera.
Era la sua idea di giustizia e mi sembr, come spiegarti Scalza. Senza rivestimenti e
rifiniture. Cos naturale, in quella bottega di ciabattino! Si tratt, in sostanza, della spinta definitiva che
mi convinse a partire.
Viaggiammo in uno scompartimento di terza classe, su certi sedili di legno che risultarono
scomodi perfino a Francesco Caiola, un bracciante che era abituato a riposarsi sui pietroni della Pizzuta
a dispetto della sua gamba cionca.
Era secco, nero, e tossiva di continuo sputando dentro il fazzoletto. Anche lui era parte lesa.
Ma, a differenza della mamma, la lesione la portava direttamente sul corpo, perch allospedale
Benefratelli di Palermo gli avevano estratto una decina di schegge di granata dalla gamba destra. Perci
laveva cionca.
Feriti, parenti delle vittime, testimoni: lintero vagone era occupato da noi e, man mano che il
treno procedeva e le ore di viaggio si accumulavano, lodore della fatica diventava pi intenso.
Agro, per familiare.
Simile allodore che hanno sulle braccia le conserviere di Sciacca  le donne che scapuzzano
le alici, se vogliamo usare il linguaggio dello zio. E cio le operaie che tolgono la testa al pesce prima
di metterlo in scatola. Sulla corriera, quando cerano loro, era come sguazzare dentro una salamoia.
Alla stazione di Viterbo laria invece odorava di sterro. Di unumidit polverosa che usciva
dagli squarci dei bombardamenti, dalle macerie della guerra che stavano sempre l in attesa di essere
rimosse.
Lapertura del processo era di luned, il nostro gruppo arriv la domenica.
Nessuno di noi aveva esperienza di viaggi, a parte gli uomini che avevano combattuto sul
continente attraversando lItalia per quantera lunga. E tuttavia un conto era camminare da soldato e un
conto da civile, perci nemmeno loro sapevano dove andare o a chi rivolgersi. Quando il treno locale
che ci aveva lasciato a Viterbo torn indietro, riprendendo la corsa verso Roma, noi eravamo ancora in
testa al binario ad aspettare unindicazione, un aiuto. Ma n la prefettura n lEca, lente comunale di
assistenza, ci fornirono il bench minimo appoggio.
Eravamo stanchi, sporchi, frastornati, e i passanti ci sbirciavano di sottecchi affrettando
landatura. I piedi mi bollivano dentro le scarpe. I miei pantaloni nuovi mostravano due macchie
deplorevoli allaltezza delle ginocchia e la mamma si aggrappava al manico del suo borsone e lo
torceva e lo strapazzava tanto malamente che temevo si rompesse.
Venne a salvarci dallimbarazzo un giovanotto del sindacato, un operaio dei cantieri edili che
nelle spalle grosse e nel sorriso festante aveva davvero laspetto del salvatore. Ci guid, per strade e
stradette pi intricate delle nostre, fino alla Camera del Lavoro, che era stata attrezzata apposta per noi.
Con una mensa rifornita dai contadini dei dintorni e letti per ospitare chi non aveva da pagarsi un
alloggio.
A me e alla mamma trovarono una camera presso unortolana, la signora Franca, che, oltre alle
verdure, vendeva anche gelati. Un particolare che suon molto invitante. E in effetti quella sera mi
addormentai con la lingua fresca di gelato al limone.
La mattina dopo, alle otto precise, eravamo in piazza Fontana Grande, nel centro storico
presidiato dalle camionette militari e dai celerini in tenuta antisommossa. Eccoci l, nel cuore impazzito
di Viterbo, in mezzo ai giornalisti, ai lampi delle macchine fotografiche e ai curiosi che, come ebbi
modo di constatare pi avanti, non scarseggiano mai a un processo, quale che sia.
Le udienze si tenevano nella Chiesetta degli Scalzi, che chiudeva la piazza con un alto frontone
che alternava sfumature rosa a tonalit gialle.
Vedi? mi disse la mamma, che si era informata. Le manca il campanile: lo hanno tirato gi
per fare spazio al tribunale. Non ora Tanto tempo fa.
Una chiesa senza campanile! Mi parve una mutilazione grave, bench si trattasse di una chiesa
sconsacrata.
Ma la vera sorpresa mi aspettava dentro. Infatti, appena varcata la soglia, mi accorsi che lo
scranno dei giudici era sistemato proprio dove una volta si celebrava la messa ed era chiaro che gli
imputati o i testimoni, per rispondere alla Corte, dovevano salire i tre gradini di marmo che nel passato
conducevano allaltare.
Non ero cresciuto in una famiglia di parrinari, di amanti dei preti, anzi al contrario, e tuttavia
questa scoperta mi emozion, la interpretai come un segnale. Un cenno benevolo di Dio nei nostri
confronti.
Pu essere? chiesi al Caiola, con cui ero entrato in confidenza. Glielo domandai con una
timidezza da bambino che credevo superata, e lui prima alz il mento in un gesto che significava no,
poi aggiunse, a voce: Quello sta in cielo Lincarico di noialtri non se lo piglia.
Ero in piedi dietro la sedia della mamma, nel posto che ci avevano assegnato, e non avevo
nessun altro di cui fidarmi.
Ma la cosa pi difficile da affrontare, almeno nellimmediato, fu la loro presenza.
Perch loro cerano, naturalmente. Chiusi in due gabbie di diversa misura che si alzavano, con
lance di ferro, ai lati dellaltare.
Nel gabbione sedevano i cosiddetti grandi, cio i componenti effettivi della banda di Giuliano.
I banditi per professione. Vestivano alla maniera dei giovani di paese ma eleganti, con i fazzoletti di
seta al collo. E avevano avvocati di fiducia.
La gabbia pi piccola era destinata ai picciotti. Ormai tutti li chiamavano cos, anche i
giornalisti continentali, ed erano gli avventizi, i precari del banditismo, assoldati a un tanto a crimine.
I picciotti avevano difensori dufficio perch pure fra i banditi comuni, non solo nella mafia,
vale il modello dellesercito: si marcia di grado in grado. E il grado pi basso, perfino in unaula di
giustizia, spettava senza dubbio alle loro facce da pastori  quali erano, per la maggior parte.
Dalla mia postazione potevo vederli fin troppo bene.
Li osservavo con gli occhi stretti e nel frattempo, mentre un tizzone nero mi bruciava in fondo
allo stomaco, mi tornavano in mente i discorsi di mio padre, quando diceva alle riunioni della Camera
del Lavoro: fra pastori e contadini, mah! non c amicizia. I contadini vorrebbero seminare anche tra le
pietre della montagna, seminare e rimboschire, mentre il pastore  nemico del bosco che, con le sue
spine, ruba la lana alle bestie. Il pecoraro, il mandriano, ha paura che lo spazio si restringa. A lui
conviene limmenso feudo vuoto, pascolativo. Perci il contadino si rivolge al sindacato e il pastore va
a chiedere la protezione del campiere mafioso o del gabellotto. Purtroppo. Perch il sudore delluno 
poi uguale a quello dellaltro.
Avevo creduto a mio padre, ancora gli credevo, ma leco delle sue parole rimbalzava contro la
gabbia dei picciotti sonando a vuoto. Le braccia mi tremavano, come quando avevo issato il suo corpo
sullalettone dellaereo. Pesava tanto! Le gambe, il busto linerzia assoluta della carne Ricordi
impressi nel palmo delle mie mani.
E loro? mi chiesi dun tratto. Cosa ricordano questi uomini con la faccia da pastori? La
pesantezza dei mitra tenuti a spalla? Il rinculo dellarma dopo ogni sparo? Certe memorie sono
inconciliabili. E se noi siamo qui, pensai, in una citt che non conosciamo, dentro una chiesa senza
campanile trasformata in aula dassise, magari  proprio per questo, per non perdere la guerra dei
ricordi.
Molti che dovevano esserci per quel giorno non cerano, sui banchi degli imputati.
A cominciare, naturalmente, dai mandanti e dai complici, spariti dalla scena grazie
allistruttoria di Palermo. Ma questo  un capitolo a parte.
Il problema  che nemmeno i cosiddetti esecutori materiali erano presenti al completo.
Parecchi dei grandi risultavano ancora in latitanza. Altri erano morti. Gente che mia madre
avrebbe preferito vedere in tribunale con gli schiavettoni ai polsi, ma che non era arrivata fin l perch
le forze dellordine, nel frattempo, avevano fatto un bel repulisti.
Il Boia era stato fra i primi a morire ammazzato e la stessa sorte era toccata a Fra Diavolo, alias
Salvatore Ferreri, che era tuttinsieme luogotenente di Giuliano e informatore della polizia. Quando lo
avevano preso, durante un conflitto a fuoco, si era subito qualificato: sono un agente dellispettore
Messana! Ma poi, in caserma, un ufficiale dei carabinieri laveva ucciso sparandogli in mezzo al petto,
perci adesso non cera.
Insomma, per un motivo o per laltro, quel dodici giugno erano davvero in tanti a mancare
allappello. E soprattutto mancava lui, Salvatore Giuliano.
Con lo sguardo mi spingevo oltre le sbarre, frugavo tra i banchi che salivano in tre o quattro file
rialzate, e ogni volta era come se toccassi un vuoto: finalmente il processo iniziava, ma dovera il
latitante pi famoso dItalia? Per catturarlo avevano mobilitato lesercito, istituito il coprifuoco a
Montelepre e inviato una buona met del paese al confino, nellisola di Ustica. Lo cercavano i militari,
i carabinieri, la polizia. Ma, al dunque, risultava assente.
Questa favola del bandito che nessuno riusciva ad acchiappare, primula rossa in salsa siciliana,
secondo mia madre puzzava di sceneggiata. Di leggenda costruita ad arte. A me invece pareva un gioco
di specchi con le immagini rovesciate, che non sono mai dove ti aspetti che siano.
Ci nonostante eravamo in unaula di giustizia e, a dar retta alla mamma, non bisognava
perdere la fiducia, perch magari, presto o tardi, anche quei vuoti si sarebbero riempiti.
A ogni buon conto, mentre pazientavo assieme agli altri in attesa della Corte, mi rivolsi al
Caiola e gli sussurrai indicando il gabbione: Giuliano l dovrebbe stare, con i suoi compari.
Dovrebbe, assent il vecchio. Quindi fece una bocca pensosa e sottile, a filo dago: Com,
mormor a sua volta, biascicando un poco, ah, com che i giornalisti lo trovano sempre e le forze
dellordine mai? E, a dimostrazione dei successi della stampa, allarg la mano contando sulle dita: il
giornalista di Roma, e uno, il fotografo di Milano, e due, e tre la svedese, quella Maria Silcco...
Maria Cyliakus, corressi in silenzio mentre lui, dopo aver sputato nel fazzoletto, continuava a
voce pi alta, infervorandosi nel proseguo: Una femmina! una femmina straniera che viaggia in
pantaloni!
Una femmina cos, era il suo ragionamento, non poteva passare sotto il naso dei carabinieri e
infilarsi, zitta e scognita, dentro il covo di Giuliano.
E fosse stata solo lei!
Quel giorno ancora non si sapeva, ma ospiti ben pi illustri di Maria Silcco andavano a
schiticchiare nella tana del lupo e a intrattenersi in conversazione. Ospiti di riguardo come Ciro
Verdiani, ispettore generale di pubblica sicurezza. O Michael Stern... Gli spioni americani, allepoca,
erano ossessionati dalla Sicilia: la Sicilia, dicevano,  il cuore del Mediterraneo,  la cerniera tra
Europa, Africa e Medio Oriente, la nostra sicurezza  legata alla Sicilia. Bisogna vigilare! Michael
Stern era uno di questi vigilanti. In pi, scriveva sui giornali del suo Paese ed era capitano dellesercito.
Da Turiddu soleva andarci in divisa e a bordo di una jeep, e in tale tenuta ci and anche due o tre giorni
dopo il massacro della Ginestra. Come giornalista o cosa?
Un gran viavai, comunque, per il latitante pi ricercato dItalia!
Eh s, aveva ragione la mamma a insistere e a dire che non era innocente la leggenda del
bandito inafferrabile. Troppa folla attorno a Giuliano e troppe, troppe visite riservate ma cordiali, se 
vero  e anche questo si seppe pi avanti, nel corso degli interrogatori  che a Natale del 49 il dottor
Ciro Verdiani in persona, e con gli auguri della mafia di Monreale, si era premurato di portargli un bel
panettone da annaffiare col marsala.
Nel frattempo noi eravamo costretti a vivere della carit dello zio, uno che per campare
rappezzava le suole dei villani. E quello stesso anno mia madre, a Natale, mise in tavola gli spezzatini,
cio la pasta che avanzava in fondo ai sacchi e costava di meno perch, appunto, era sbriciolata: ma
pazienza, a noi lo Stato non regalava dolci e liquori!
Qui, per,  meglio che mi fermi.
Tornando al tribunale di Viterbo
A quanto dicono, la mattina di quel dodici giugno fu piuttosto afosa, ma io non mi accorsi n di
caldo n di freddo. E se il sudore mi scivolava morsicando dentro il colletto della camicia, la colpa non
era della temperatura, bens del nervosismo provocato dallattesa. Pi lunga forse nellimmaginazione
che nella realt, perch erano allincirca le nove quando la Corte comparve in aula mettendo in moto il
processo, che si avvi con le procedure di rito: costituzione della parte civile, nomina dei difensori. La
solita trafila, per gli habitu dei tribunali. Ma non per noi e tanto meno per me, che non mi
raccapezzavo e stavo sulle spine per paura che mi sfuggisse qualcosa.
In ogni modo, terminate le formalit, doveva cominciare il dibattimento vero e proprio.
Invece accade che da uno dei banchi situati nel transetto esce un avvocato in mantella nera, il
difensore di Giuliano. Sale i tre gradini che lo separano dai giudici e deposita una richiesta di rinvio,
motivata dal fatto che contro il suo assistito pende un supplemento distruttoria. E io mi allarmo e
penso, col respiro che si aggruma e scoppia dentro i polmoni:  per questa miseria che abbiamo
attraversato lItalia sopra un treno sporco che puzzava di morchia e di latrine? per un processo che,
appena iniziato, gi rischia di finire?
Ma la Corte, dopo una lunga discussione in camera di consiglio, respinse la richiesta. E con ci
si chiuse ludienza del mattino, dato che ormai eravamo allintervallo di pranzo.
Fuori, il cielo brillava di una limpidezza sgombra, quasi estiva.
La mamma non aveva fame e nemmeno io, perci a piccoli passi raggiungemmo piazza del
Plebiscito, entrammo nel cortile e, fermi contro una balaustra di pietra che si affacciava sul quartiere
vecchio, guardammo in silenzio la citt.
Alla ripresa dei lavori latmosfera era cambiata, bench il protagonista fosse sempre lui, il
difensore di Giuliano.
Il pubblico era irrequieto, quasi presentisse un colpo di scena, e quando lavvocato si avvicin
di nuovo ai giudici, per consegnare un documento, la tensione crebbe e il brusio divent insopportabile.
Daltronde laula aveva una pessima acustica: le voci scappavano in alto, battevano contro la cupola e
ci tornavano addosso. Leffetto era penoso per le nostre orecchie, tanto che in seguito, non saprei dire
esattamente quando, cercarono di eliminare il rimbombo con un telone, ma il miglioramento fu un
nulla, una sciocchezza. Come rimedio non cera che il silenzio. E infatti anche quel pomeriggio una
campanella fuori scena suon ripetutamente per tacitare luditorio.
Il presidente intanto scartabellava lo scritto.
Erano sei fogli, tutti di pugno del bandito, e passeranno alla storia come il memoriale di
Salvatore Giuliano. Il primo. Perch qualche tempo dopo, come sai, ne spunter un secondo e pi
avanti ancora un terzo. E questultimo, lunico veritiero secondo alcuni imputati eccellenti, alegger
come un fantasma durante lintero procedimento giudiziario, senza materializzarsi mai. N mai sar
individuato con certezza il famoso avvocaticchio che lo aveva avuto in consegna e che invece di darlo
al capitano Perenze, come promesso, forse laveva bruciato. Forse. Perch il forse  dobbligo in tutta
questa storia.
In ogni modo quel primo memoriale  sincero o bugiardo, qui non importa  conteneva una
frase che per me, o meglio per il ragazzo che ero, fu una sassata in piena fronte.
Giuliano affermava, nel suo manoscritto, dessere lunico colpevole di quanto accaduto alla
Ginestra. Scagionava i suoi uomini, negava lesistenza dei mandanti, si assumeva tutte le responsabilit
e giustificava il suo atto con lo sdegno nei confronti dei caporioni comunisti che spingevano i contadini
a fare la spia e a denunciare i banditi alle forze dellordine. Sosteneva che mai e poi mai lui avrebbe
potuto far del male a della povera gente: erano i capi, e soltanto loro, che intendeva punire e giustiziare
dinanzi al popolo radunato per il 1 maggio.
Ma il piano era fallito, purtroppo per lui. Una delle sue squadre si era dovuta spostare per non
essere scoperta, e cos avevano perso il collegamento. Gli erano rimasti dodici uomini: troppo pochi per
circondare il pianoro, sequestrare i colpevoli, cio i dirigenti politici che sobillavano i lavoratori, e
fucilarli davanti ai compagni, comera nel programma originario. Allora aveva ordinato a quelli che
stavano nel suo gruppo di disperdere la folla sparando in alto: tre caricatori ciascuno, non di pi.
Desiderava evitare  cito a memoria  che quei contadini ricevessero altro veleno dalla propaganda
comunista. Ma a qualcuno, ahim, gli era tremata la mano E insomma i morti della Ginestra erano
morti per sbaglio.
Questa storia lavevo gi sentita: circolava in paese, non era una novit.
Di nuovo cera che adesso Giuliano la rendeva ufficiale. Introduceva la sua versione dei fatti in
unaula di giustizia, offendendo mio padre e, assieme a lui, tutti i braccianti e i giornatari che dai
quartieri bassi erano usciti in processione per dimostrare che il lavoro, a testa alta, poteva essere una
festa. E se erano caduti attorno al sasso Barbato non era certo per sbaglio.
Ma, dopo averli ammazzati, ora Giuliano cercava di colpirli nella loro dignit e il senso di
questaffronto mi scorreva in ogni vena, mintossicava dodio.
Non appena rientrammo nella nostra camera daffitto, la mamma si tolse le scarpe. Poi, sedendo
sul letto, mormor con una voce che sembrava trattenuta da un divisorio di vetro spesso: Lunga fu.
Una lunga giornata...
Con le dita spazzava automaticamente i granelli di polvere che si erano depositati sulla coperta.
Li spazzol ben bene, quindi si alz, chiuse la finestra e, raddrizzando la schiena in quella sua maniera
che suggeriva orgoglio e cocciutaggine assieme, cominci a sbottonarsi il giubbetto.
Dormivamo in due lettini gemelli e, siccome non cera paravento, quando la mamma si
spogliava io mi giravo verso il muro, aspettando la fine della toletta. La forma del suo corpo si
disegnava sulla parete e io ne sorvegliavo i movimenti: le braccia che si sollevavano, il camicione
bianco che scivolava sui fianchi. Ma quella sera non avevo occhi per il gioco dei chiaroscuri. Voltato
contro la parete, inseguivo lombra di mio padre, luomo che aveva fondato la cooperativa Rinascita e
che ora stava sottoterra dentro una fossa comune. In compagnia. E questo a lui sicuramente non sarebbe
dispiaciuto. Per sulla tomba avevano costruito una stradetta, un cammino che collegava una zona del
cimitero a unaltra e dunque tutti i paesani ci passavano sopra e, passando, assieme alle ossa
calpestavano lanima e la verit di mio padre e dei suoi compagni morti per sbaglio.
Perfino l, a novecento chilometri di distanza, sentivo il rumore dei piedi che si alzavano e si
abbassavano, si alzavano e si abbassavano  tum e tum, tum e tum.
Con quel suono nelle orecchie, mi girai di scatto verso la mamma: non so cosa speravo, forse
che sollevasse la coperta per accogliermi come quando ero un bambino che si reggeva a stento sulle
proprie gambe.
Ma lei, da sotto le lenzuola, mi disse con la stessa voce smussata di prima: Sbrigati e spegni la
luce, ch qui si paga magari il fumo della candela.
La signora Franca, la nostra padrona di casa, in effetti teneva dei conti assai dettagliati. Fra il
sapone, il filo da rammendo e lutilizzo del ferro da stiro, lelenco delle cose da pagare spesso
occupava anche due pagine di quaderno.
Mia madre tuttavia la compativa, perch suo marito attualmente era disoccupato e lei, con le
verdure e i gelati, doveva camparci pure una figlia. Non erano cattive persone, sosteneva la mamma.
N la signora Franca n il marito. Bench lui, a detta della moglie, fosse un picio freddo 
soprannome che aveva molte sfumature, alcune pi maliziose, altre meno. E io lo capii soltanto dinanzi
a un piatto di maccheroni pallidi e scotti che loro, per lappunto, chiamavano pici.
La bottega della signora Franca era in realt uno spaccio nel sottoscala e il marito, che vantava
un passato di commerci significativi, non voleva sporcarsi le mani e la reputazione vendendo cicoria e
broccoletti.
La casa, antica, aveva una gradinata esterna che conduceva al portoncino dingresso. Stava
accanto alle mura bombardate nel 44 e, quando soffiava il vento, si riempiva di un polverone secco
strappato alle macerie. Oltre a noi cera un pigionante fisso, un signore con la barba grigia e un
immancabile gilet di panno scuro, proprietario di un rinomato negozio di stoffe in pieno centro. A me
pareva vecchio ma doveva essere sui cinquanta. Sua moglie era morta sotto le bombe e lui, dopo la
guerra, si era stabilito a pensione dalla signora Franca per evitare le seccature domestiche.
Di norma lo incontravo la mattina presto, in fila davanti al gabinetto che era piazzato fuori,
sopra un terrazzello coperto a met. Aspettava il suo turno sfogliando il giornale poggiato contro la
ringhiera e, mentre commentava le notizie con i presenti, lo stomaco gli gorgogliava peggio di un
lavandino intasato.
Sinteressava al processo e offriva alla mamma consigli non richiesti:  degli avvocati di qui
che dovete fidarvi, di quelli del foro di Viterbo! E se mia madre, pur ringraziando, cambiava discorso,
diventava subito insofferente e ci trattava con una commiserazione vagamente ostile.
Atteggiamento comune a molti, del resto. Un po di piet, un po di sbrigativa gentilezza pronta
a rovesciarsi in scortesia.
Lui per insisteva a chiedere dettagli, particolari. Ogni tanto, sempre durante quelle soste
mattutine, minterrogava sullultima udienza e io non sapevo cosa dirgli. Un antipatico rossore
minfiammava il collo e nel salire aumentava dintensit, perci era un refrigerio quando la porta del
gabinetto si apriva liberandomi finalmente della sua presenza.
Con la faccia lavata di fresco, mentre mia madre si preparava, uscivo e andavo a raggiungere
sulla scalinata esterna la figlia dellaffittacamere, che aveva pi o meno la mia et e si chiamava Rosa,
come la santa patrona di Viterbo.
Sedevo sul primo gradino, accanto a lei. Posavo le mani sulla pietra tiepida  era un giugno
mite, di una dolcezza sorprendente  e lasciavo che il sole mi riscaldasse le ginocchia. Intanto Rosa si
pettinava, faceva prendere aria ai capelli, che erano tanti e lunghi, e se li portava sulla faccia prima di
ributtarli dietro le orecchie, dove li appuntava con due forcine.
Unoperazione che non richiedeva molto tempo, in realt. E che tuttavia, nella sua breve durata,
mi regalava un intervallo di pace. Di silenzio pieno.
Era il momento in cui raccoglievo le forze.
Sbirciavo il pettine che scorreva, affondava, separava le ciocche e mi stupivo: mai e poi mai
avrei immaginato che, sulla terra, potesse esistere una ragazza cos bionda! E di un biondo cos
prepotente! un biondo davvero senza paragoni.
Che vuoi farci, ero ancora un cucciolo da addestrare: non avevo familiarit con laltro sesso.
O forse s Essendo cresciuto accanto a te, avrei dovuto avercela un po di confidenza, ma tu
allepoca rientravi in una categoria tutta speciale.
In primo luogo perch anchio, non credere, faticavo a vederti come una persona dotata di
unesistenza autonoma, indipendente da quella di tuo fratello. Eppoi non pensavo di certo a te come a
una ragazza! Tu eri la sorella di Giacomo: una bambina.
Fastidiosa, per giunta.
Quando ero ospite vostro, non mi davi tregua: sempre a girarmi attorno, a pretendere attenzione
e a inventare dispetti dogni genere se non la ottenevi. Ero esasperato dal tuo comportamento.
Che vuole questa? mi domandavo. Non le basta avere un padre che le serve sul piatto dolci e
caramelle e una madre che non deve combattere col padrone di casa, dato che lei ce lha di propriet, la
casa, e addirittura con lacqua corrente?
Perdonami, ma non volevo, mi rifiutavo di credere che dalla Porta della Ginestra fosse entrato
anche per te il dolore.
Ecco, ora lho detto e non potrai pi accusarmi dessere mutangolo
Anche se  vero, perch purtroppo ho ereditato da mia madre la preferenza per le parole mute.
Per la scrittura. Il che, tradotto in pratica, significa che sono abituato a parlarmi e a rispondermi da solo.
In ogni modo, questo non centra con Rosa. Lei faceva parte delle novit di Viterbo, che erano
molte e contraddittorie.
Da un lato quei gradini caldi di sole. Dallaltro la Chiesa degli Scalzi, lumido, il rumore, i
cavilli procedurali, i battibecchi fra avvocati, le contestazioni, i ripetuti tentativi di rallentare il processo
o dinsabbiarlo fino al giorno del giudizio universale, lunico che non pu essere sospeso o aggiustato
da un qualche principe del foro. In sintesi: un teatro senza fine che produceva ansia.
Non era facile orizzontarsi, capire le procedure, seguire il filo delle domande e delle risposte.
Non lo era per tanti uomini det, figurarsi per un ragazzetto come me, che ancora non sapeva dove
mettere i piedi camminando.
Ma lavoravo dintelligenza.
Mimpegnavo.
Tanto pi che, allepoca, ero convinto che avrei studiato legge, che quella era la mia strada, nel
caso si fosse realizzato il sogno lontano e abbastanza improbabile delluniversit.
Per ora studiavo le toghe, le fasce tricolori, la Corte, la giuria.
Persone che, nel complesso, non sapevano niente di noi.
Non era strano che, per comunicare con i testimoni e gli imputati, avessero bisogno di un
interprete? Ma non era colpa loro e nemmeno nostra: era lItalia di allora, lItalia analfabeta che
costringeva due marescialli a darsi il cambio, in aula, per tradurre il siciliano incomprensibile che
usciva dalla bocca dei miei compaesani.
Lesito finale, a essere pignoli, risultava un tantinello Insomma, arrovescia di qua, rivolta di
l, da tutto quel rimescolamento saltava fuori una parlata curiosa assai, quasi una terza lingua: italiano
in dialetto, la battezz mia madre.
Qualche volta capitava che mi sentissi veramente esausto. Stavo in piedi per ore e ore nella
navata di quella chiesa troppo piccola, che spesso non riusciva a contenere il pubblico attirato dalle
rivelazioni dei giornali o dalla presenza di un personaggio da rotocalco. E dovevo avere unaria proprio
a rovescio, se un giorno il Caiola mi sussurr allorecchio: Va a farti un sonno.
Ma io rimanevo. Non me ne andavo nemmeno quando le spalle mi si piegavano dalla
stanchezza, e sai perch? Perch alla Ginestra, sotto le raffiche dei mitra, non avevo mai pensato a mio
padre.
Mai, nemmeno per un attimo.
Il mio pensiero era rivolto unicamente alla mamma, era stato il suo viso a emergere, nel
momento della paura, dalle terre sconosciute che anchio, come tutti, mi porto dentro. Era il suo nome
che avevo invocato. E ora mi vergognavo di questa parzialit e volevo espiarla. Lavarla via.
Comunque  ed eravamo appena allinizio  un giudice popolare si ammal, le udienze furono
posticipate al ventuno giugno e io, allimprovviso, ebbi molto tempo libero.
Si allarg davanti ai miei piedi come un pozzo pronto a inghiottirmi e, per un attimo, mi pentii
di aver seguito la mamma in un luogo dove nessuno, per strada, mi salutava chiamandomi per nome.
Un luogo dove non cera traccia di me.
Il fatto  che avevo fretta.
Nella mia fantasia il processo era diventato quasi un percorso di salvezza personale. Una prova
di coraggio. Un tunnel in cui dare sepoltura alle menzogne e da cui uscire nel pi breve tempo
possibile. Una volta fuori, mi sarei potuto riposare. Prima per dovevo compiere il cammino.
In verit avevo accumulato unenorme stanchezza, pi emotiva che fisica. Continuavo a
respirare male e il sonno si era trasformato in unesperienza terrorizzante, da cui emergevo pi sfinito
che mai. Mi svegliavo alle due, alle tre di notte e, per non disturbare la mamma, rimanevo fermo e zitto
sotto la coperta in un feroce sforzo dimmobilit. Aspettando che si alzasse, la sorvegliavo nella
penombra della stanza, attento a non farmi scoprire  avevo pudore della mia insonnia.
Finch una mattina, aprendo gli occhi, vidi che il lettino gemello accanto al mio era gi vuoto e
in ordine, la coperta ben tesa. Mi tirai su con una piacevole sensazione di leggerezza, mentre dal
pianterreno saliva un profumo vivo di verdure appena colte e buttate in pentola. E in quellistante fui
attraversato da un lampo di benessere, breve e acuto come una stilettata: finalmente! finalmente mi ero
sfogato a dormire.
Doveva essere domenica, perch ricordo che nel pomeriggio buss alla porta zu Cicco  cos
mi ero abituato a chiamare Francesco Caiola, il nostro compagno di viaggio. Si present con il mento
fresco di barbiere e dato che si radeva solo di domenica Apparteneva a una razza irsuta, zu Cicco!
razza contadina.
Insomma era domenica quando venne da noi e chiese a mia madre se poteva prendermi a
prestito perch aveva urgenza che gli leggessi certe carte. Magari con comodo, nel caff di sotto, dove
smerciavano i gelati della signora Franca. E io, senza attendere lautorizzazione, dissi: s! s. Non per
golosit, bench mi aspettassi una ricompensa dal servizio, quanto piuttosto per la smania di ficcarmi in
un posto da uomini, con gli uomini.
Daltronde, a causa delle udienze sospese, eravamo tutti schiffariati, per dirla alla paesana, cio
non avevamo un bel niente da fare, e dunque non mi dispiaceva lidea dun compito, di un incarico che
regalasse uno scopo alla mia giornata.
Il locale era preciso identico ai nostri, fitto di uomini che giocavano a carte e chi diceva ah! chi
oh! commentando la partita. Solo che qui i tavolini stavano al chiuso e le voci avevano una cantilena
discendente, mentre la nostra  accentata allins.
Ebbi limpressione che zu Cicco si vergognasse un poco in mezzo a tanti sconosciuti e che mi
avesse invitato, pi che altro, per non sfigurare entrando da solo e con la gamba a strascico. Per il
lavoretto per me cera sul serio, anche se in realt non dovevo leggere bens scrivere una lettera a
sua figlia, e a tal fine si era portato dietro carta, matita e pure la busta col francobollo gi incollato.
Sedeva contegnoso sorbendo il caff col cucchiaino, lo risucchiava cos, ad assaggi minimi,
distanziati, e negli intervalli mi dettava il testo.
Cara figlia, non preoccuparti per me, faccio la vita morbida nel dormitorio della Camera del
Lavoro, ho un materasso a disposizione e un rubinetto con tutta lacqua che serve, non come al paese
dove viene gi, quando viene, dalla fontana pubblica e si beve goccia a goccia, uso medicinale.
Sapevo di dover scrivere con la mia calligrafia migliore e dunque mi applicai con grande
scrupolo. Poi gli porsi il foglio.
Lui lo infil nella fodera della coppola e, puntando la mano contro il tavolo, cominci a
sollevarsi faticosamente.
Allora mi decisi e, prima che sparisse, mi azzardai a rivolgergli quella domanda che non sapevo
a chi altro rivolgere, a parte la mamma. Ma lei mi rispondeva immancabilmente con la giaculatoria
della giustizia, dello Stato che deve pensare a noi e non ai mafiosi e ai politici indegni, che non pu far
scomparire una strage
Perci chiesi: zu Cicco, ma voi credete che i giudici ci daranno quello che ci spetta?
Lui mi fiss e, lento lento, si rimise gi sulla sedia. Figlio, che posso sapere io che ho le mani
piene di calli, non sono allaltezza.
Quindi prese a massaggiarsi la gamba ferita. Era un gesto automatico, per accompagnare i
pensieri. E infatti disse: Ma almeno a questi gli abbiamo levato i fucili! Almeno ora li guardiamo negli
occhi a questi uomini da niente! Sangue dun diavolo! non ci possono sempre disprezzare, rubare e
ammazzare a gusto loro.
Al ritorno trovai mia madre che, in un angolo del tinello, insegnava a Rosa la funzione dei verbi
ausiliari: contrariamente a me o a zu Cicco, la mamma non era affatto schiffariata. Ma forse voi donne
non lo siete mai, difficile che vi manchi qualcosa o qualcuno di cui occuparvi
Daltronde il soggiorno a Viterbo si stava allungando pi del previsto e poich i soldi, scarsi in
partenza, diminuivano a gran velocit, lei aveva pensato di tirar su qualche lira offrendo ripetizioni
private. Il periodo per non era dei migliori, con le scuole gi chiuse o in chiusura. Per i rimandati a
ottobre, daltro canto, era troppo presto e, in conclusione, dalle sue profferte aveva ricavato ununica
allieva: la figlia della signora Franca.
Rosa a scuola non ci andava pi per via di un difettuccio, una balbuzie minima che quasi non si
avvertiva, ma che in classe peggiorava notevolmente: la tensione, limpaccio... Aveva smesso, tuttavia
le era rimasta la volont dimparare e cos mia madre, per soddisfare questo desiderio, le impartiva
qualche lezioncella di grammatica e sintassi. La signora Franca, in compenso, alleggeriva il nostro
conto e, bench laccordo le procurasse un po di sofferenza, non si tir mai indietro. Nemmeno la
volta in cui, al momento del dare e del ricevere, le tocc dire, dopo aver controllato la lista: con li zordi
siamo pari.
A me non importava nulla della balbuzie di Rosa, anzi mi sembrava unaffascinante
stravaganza, e in quanto alla scuola Nemmeno io la frequentavo, no? Studiavo da esterno. Sotto la
guida della mamma. E questo, in qualche modo, mi autorizzava a piazzarmi accanto a lei durante le
lezioni.
Anche quella domenica mi sistemai l vicino, sopra una poltrona che perdeva limbottitura per
aveva uno schienale comodo.
Pi che ascoltare, guardavo la gola di Rosa. Piena, tonda. Con una piccola cavit alla base che
forse era il nido delle parole che faticavano a uscire, il luogo dove si fermavano tremando e si
trasformavano in goccette di sudore. Le spiavo mentre rotolavano gi dentro lo scollo della blusa e
sentivo, nella testa, un rumore di vento che corre e corre
Avevo sempre pensato alla verit e alla menzogna come a entit perfettamente riconoscibili.
Pietre bianche o nere. Corpi solidi.
Il corpo di mia madre, ripiegato su se stesso dallo strazio, era la verit. Perci quello di
Antonino Terranova  magro, alto, giovane sotto la luce gialla che filtrava dalle vetrate della cupola,
nella Chiesa degli Scalzi  doveva per forza essere la menzogna.
Antonino Terranova, detto Cacaova, era uno dei grandi, il capoccia della squadra specializzata
nei sequestri, e fu il suo interrogatorio a inaugurare la riapertura del dibattimento dopo quasi una
settimana di sospensione.
Sedette di fronte ai giudici sfoggiando unelegante giacca di sartoria che faceva a pugni col
dialetto scuro, da villano, in cui si esprimeva. E, curiosamente, esord proprio chiedendo scusa alla
Corte per la sua scarsa conoscenza dellitaliano: un difetto di cui si vergognava. Per il resto, nessun
imbarazzo. Respinse le accuse con tranquillit e si dichiar innocente: lui non aveva partecipato alla
strage e quel giorno non era nemmeno sul posto. Si trovava in contrada Pernice, non a Portella della
Ginestra.
Potevo credere a un assassino? Non gli credetti,  ovvio. Fino allintervallo di pranzo, non mi
posi neanche la questione.
Poi uscimmo e la piazza si riemp di capannelli.
Tutti discutevano, si accanivano sulle dichiarazioni del bandito e io ascoltavo mangiando un
frutto allombra della fontana. Poco pi in l, in mezzo a un gruppo di compaesani, un uomo fece:
Sapete la pignatta quando bolle? lacqua si rigira e quella disotto va sopra e quella disopra va sotto!
Un modo artistico per dire che certi uomini non confessano mai la verit bella pulita, ma
neppure una menzogna per intero: mescolano e rimescolano. Perci, se il Cacaova affermava che quel
1 maggio del 47 lui a Portella non cera, be, poteva essere una falsit ma poteva anche non esserlo.
Non del tutto.
Avete presente, prosegu luomo, il memoriale di Giuliano? Una carta bugiardissima per
come negava lesistenza dei mandanti, e tuttavia Non cera scritto, l dentro, che il sequestro dei
dirigenti comunisti era fallito perch una squadra manc allappello? Magari era la squadra di Cacaova!
E magari s, magari il caposquadra aveva disertato lappuntamento perch i mafiosi  che lo
utilizzavano come tramite con Giuliano, una cosa risaputa  avevano cambiato programma e magari
lavevano cambiato proprio per incastrare il caro Turiddu e togliere di mezzo un bandito che, dopo i
fuochi del separatismo, non era utile n alla mafia n alla politica.
E ora che non serve pi a nessuno, gli amici fanno a gara per levarselo di torno. Tant, disse
luomo, che gli hanno procurato un passaporto per lAmerica.
LAmerica? stup una voce.
LAmerica, conferm un giovanottino dei nostri. E a riprova aggiunse che i giornali di l
avevano gi annunciato larrivo del re di Montelepre e davano per imminente il suo sbarco al porto di
Boston. Giuliano, a quanto pare, viaggiava a bordo di una nave francese che lo aveva raccolto in
Sicilia, al largo della costa meridionale.
 notizia di oggi. Labbiamo letta sullUnit... Giusto, zu Cicco?
Ma come, mi stupisco, il vecchio ha trovato un altro che gli legge al posto mio? Forse che non
leggo bene? Non lo soddisfo?
Finii di mangiare la frutta, mi lavai le mani sotto il filo dacqua della fontana e, senza aspettare
la conclusione del discorso, mi affrettai a rientrare in aula.
Ero offeso. Scontento.
Linterrogatorio del Cacaova prosegu per lintero pomeriggio e io lo seguii con una certa
svogliatezza: avevo lanimo gonfio di sciocchi risentimenti. Ma tornai in me con un sussulto, uno
scatto di meraviglia, quando il bandito sconfess il suo capo. Non aveva affermato, il Giuliano, che la
strage della Ginestra era opera sua e di nessun altro? Ed ecco che il Cacaova, da animale maligno qual
era, lo contestava proprio su questo punto. Turiddu? disse. Lui da solo non pu aver combinato quel
gran macello.
Una frase azzardata. Uninsinuazione. Ma se rispondeva a verit, chi si nascondeva allora, oltre
a Giuliano, sui costoni del Pelavet? Chi aveva sparato in aggiunta alla sua squadra?
In altri termini: chi erano gli esecutori materiali del massacro, a parte i banditi gi incriminati?
I giudici di Viterbo non potevano pi evitare la domanda. Ah no, ora non potevano sottrarsi.
Erano obbligati a indagare, per offrirci una conferma o una smentita.
E la speranza che ci avvenisse mi parve, l per l, ben motivata e del tutto realistica.
Nei giorni successivi altri grandi si alternarono ai picciotti dinanzi alla Corte, e il resto di
giugno se ne and in questa maniera, con lescussione degli imputati.
Il turno dei familiari delle vittime, dei feriti e dei testimoni, venne spostato al mese di luglio.
Eravamo nellanno del Giubileo e la signora Franca, che si professava devota alla Vergine
Maria, aveva appeso al muro della nostra stanza un calendario benedetto dal Papa che, a ogni foglio,
riportava limmagine della Madonna pellegrina.
L sopra, con una matita rossa, io segnai il nostro giorno, quello in cui la mamma, finalmente,
avrebbe reso la sua deposizione: il cinque luglio. Un mercoled.
Quando giunse il momento, anchio, memore della giacca del Cacaova, cercai di figurare al
meglio curando almeno laspetto fisico, riga dritta fra i capelli e unghie pulite. Per labito, purtroppo,
cera poco da scialare: non ne possedevo uno di ricambio. Mia madre per lo teneva lustro e stirato e
poi avevo la cravatta di mio padre, in seta, una meraviglia che da bambino non osavo neanche sfiorare.
Adesso era mia.
Ed era bellissima.
Mentre lannodavo con dita inesperte, provando e riprovando, mi sorpresi a sorridere dentro lo
specchio. Capisci? Fin l mi ero limitato ad ascoltare gli altri, ora toccava a noi! Alla nostra verit. Era
come uscire dallinverno. E forse pure da certe fantasie... Perch ancora non mi abbandonava il
sospetto  infantile, e dunque inciso nel profondo  che fossi stato io, con uno slancio del cuore, a
decidere chi, tra mamma e pap, dovesse sopravvivere.
Non avevo mai parlato a nessuno di queste cose. Le tenevo per me: ossessioni che rifiutavo di
spartire con il mondo. Tuttavia quella mattina avevo limpressione di potermi alleggerire un po.
Anche la mamma, del resto, preferiva evitare certi argomenti. Scansava i ricordi. Non parlava di
quello che era accaduto  la disgrazia  se non per brevi accenni e in via generale. Perch i dettagli,
diceva, sono brutte bestie: azzannano alla gola.
Ma oggi ne avrebbe discusso in pubblico. Una prova a cui aveva deciso di sottoporsi di sua
spontanea volont: se serve a ottenere giustizia...
Mi girai per lanciarle unocchiata.
Stava alla finestra, il fianco poggiato contro il davanzale. Con lo sguardo seguiva il sole che
spuntava nebbioso, pigro, e tardava a sollevarsi sulle rovine dei bombardamenti.
Era gi vestita. La fronte in parte nascosta dal cappello, il giubbetto allacciato fino allultima
asola e, sotto, la gonna a pieghe.
La stessa che aveva alla Ginestra.
La metteva raramente, perch si era macchiata di sangue allaltezza del ventre e allorlo e, per
quanto lavesse lavata e rilavata, sulla pancia era rimasto un alone che, a guardarlo, faceva male. Ma
intuivo, credevo di comprendere perch avesse scelto di comparire in aula con quella gonna, perci me
ne stetti muto.
Aprii la porta della stanza e scesi gi.
In cucina la Radiomarelli  un mastodonte di radica chiara  era accesa e qualcuno, al notiziario
delle otto, raccontava di una sparatoria avvenuta in Sicilia, a Castelvetrano. Registrai la notizia ma
nellimmediato non ci feci caso, finch non mi accorsi che linquilino della signora Franca, il
proprietario del negozio di stoffe, aveva interrotto la colazione per fissarmi intensamente. Allora la
voce della radio si concretizz.
Un uomo, il conduttore del notiziario, stava dicendo che durante la notte, dopo un inseguimento
e un conflitto a fuoco con i carabinieri, era stato ucciso il bandito Salvatore Giuliano.
Morto, pensai. Dunque  morto.
E cos succede che, in un brevissimo volgere di tempo, il fulcro della giornata diventa questa
morte e tutto prende un ritmo diverso da quello che avevo immaginato.
Davanti alla Chiesa degli Scalzi ci tocc combattere con la folla che impediva lingresso,
mentre pi in l, sullo stesso lato della piazza, la stampa assediava il pullman dei giudici e degli
avvocati che venivano da Roma. Laula era stracolma di pubblico e fummo spinti quasi a forza
allaltezza del banco che ci avevano riservato per quella circostanza speciale, cio per la deposizione
della mamma.
Pure zu Cicco aveva avuto un trattamento donore e, quando entrammo, sedeva al posto che gli
spettava, nella medesima zona nostra. Al solito, era impegnato a sputare dentro il fazzoletto e ad
analizzare gli sputi con le sopracciglia strette sulla radice del naso. Gli rivolsi un cenno di saluto intanto
che mi avvicinavo e proprio allora, da un punto lontano della navata, un giornalista grid agli uomini
dentro le gabbie: Lo sapete che hanno ammazzato Giuliano?
No, non lo sapevano.
Incollai lo sguardo alle loro facce: uno cercava di ripararsi dalla curiosit della platea
abbassando il mento dentro il bavero, un altro si aggrappava alle sbarre con un colorito che via via
diventava di gesso.
Uno dei grandi invece reag con strafottenza: Ah s? Tanto piacere, mi ci fumo sopra una
sigaretta.
Per la mano gli tremava e, davanti a quella pantomima, mi venne in mente il bigliettino che
Giuliano, appena qualche giorno fa e tramite il suo difensore, aveva indirizzato alla Corte: ancora non
 il momento, ma se avr la fortuna di mantenermi vivo, ogni cosa verr alla luce.
Adesso non avevo pi dubbi: la minaccia contenuta nella lettera era una specie di ricatto che,
per la banda, funzionava da scudo. Una garanzia, finch a Turiddu rimaneva il fiato in canna per
parlare... Ma, una volta finito lui, finiva pure la protezione ed ecco che al suo luogotenente ballava la
sigaretta fra le dita!
Altro che America, sospir zu Cicco, allungando la gamba in una strettoia fra una sedia e
laltra. Lhanno fatto mutolo per sempre. Gli hanno tolto la parola. E scosse la testa, perch quella
morte non giovava nemmeno a noi. Non ci conveniva che Giuliano sparisse sottoterra assieme ai suoi
segreti.
E fin qui il ragionamento filava liscio, ma ero ancora un ragazzetto, ancora non arrivavo al
sottofondo dei discorsi, e quando zu Cicco comment, dopo essersi raschiato la gola: Loro fecero e
loro disfecero, dun tratto mi persi. Loro chi?
Lo scenario stava diventando un po troppo affollato e mi sbilanciava, anche perch avevo le
mie idee, i miei convincimenti e delle aspettative molto precise rispetto a quelludienza. E dunque non
desideravo distrarmi imboccando una nuova pista: ero come un asinello testardo, che segue ciecamente
le sue proprie suggestioni.
Insomma mi ostinavo a credere  e a volere  che quello fosse il nostro giorno.
E in un certo senso lo fu, dato che il presidente affront la seduta senza accennare in alcun
modo alla sparatoria di Castelvetrano. O alla morte dellimputato principale. Si attenne al ruolino di
marcia e and avanti come se laccaduto non modificasse di ununghia il procedimento.
Dapprima chiam i feriti.
Alcuni avevano la mia et e magari meno, perch allepoca della strage erano proprio
bambinetti. Altri erano uomini ben addentro negli anni, tipo Francesco Caiola, lo zu Cicco. Molti
avevano subito menomazioni gravi, senza possibilit di recupero. Erano stati colpiti ai polmoni, alla
testa, alle gambe e, in diversi casi, le ferite erano dovute ad armi da scoppio o a schegge di granata: un
bel mistero anche questo, considerando che gli uomini di Giuliano possedevano soltanto mitragliatrici e
moschetti.
Dopo i feriti, fu la volta dei familiari delle vittime. La madre di un ragazzo tir fuori dalla borsa
la camicia di suo figlio, sporca di un sangue vecchio, catramoso. La mostrava ai giudici: per lui avrei
chiesto lelemosina! Baciava la camicia, gridava, piangeva, e non fu possibile interrogarla.
Il turno della mamma non veniva mai
Poi il suo nome risuon dentro la cupola e leco lo restitu falsato, talmente distorto da farmi
dubitare che le appartenesse. Ma era davvero il suo nome, quello da nubile, e lei si alz. La sorvegliai
mentre attraversava il breve corridoio che ci separava dalla Corte e, quando la vidi incespicare, serrai i
pugni dentro le tasche dei pantaloni: allimprovviso, aveva unaria cos stanca! La ruga della fronte era
un solco nero dentro una faccia di cenere. Tuttavia era calma. Composta, a differenza della donna che
laveva preceduta. E io, che detesto ogni esibizione, ne fui orgoglioso.
Il procuratore generale cominci con le domande e lei rispose scegliendo le parole con cura,
pesandole una a una, per le articolava a voce bassa, mormorata, e forse per questo il pubblico non le
prestava attenzione e i giurati erano distratti, non lascoltavano.
Mi veniva voglia di farle segno con la mano, dincitarla: su! parla pi forte.
Ma non era colpa del tono. Come avevo fatto a non accorgermene prima? A non capire che
linteresse generale era concentrato sulle gabbie? L stava il polo dattrazione. Erano loro i
protagonisti, bench fossero dietro le sbarre. O magari proprio per questo. Non cera giornalista, in
quellaula, che non tentasse una qualche manovra davvicinamento, che non si agitasse spintonando di
nascosto i colleghi per estorcere a uno degli imputati  grande o picciotto, non importa  una parolina
sulla morte del capobanda, una frase pur che sia, una dichiarazione da rivendere ai lettori.
Strinsi pi forte i pugni: ah, non c dubbio, Giuliano ci aveva rubato la scena! Che attrattiva
poteva avere il patetico corteo delle vittime a fronte di un Salvatore Giuliano? O persino di un Cacaova.
No, non cera spazio per noi in quel tribunale.
E a questo pensiero se ne associ subito un altro. Perch, a ben riflettere, doveva esserci
qualcosa di sbagliato proprio nel meccanismo giudiziario se gli assassini potevano occupare il centro
del palcoscenico, lasciando alle vittime unicamente i ruoli secondari. Doveva esserci un errore da
qualche parte, magari nel modo stesso distruire i processi.
Chiss. Forse, per essere ascoltati, avremmo dovuto allestire a nostra volta uno spettacolo e fare
teatro, sciorinando davanti alla Corte le giacche, le gonne, i nastri delle bambine e le calzette che alla
Ginestra si erano sporcate di sangue. Peccato che solo la madre del ragazzo morto avesse mantenuto
intatta la camicia di suo figlio, con quel laghetto scuro in bella mostra. Le altre donne, purtroppo, si
erano comportate da donne perfino dopo il massacro e avevano buttato i vestiti dentro un mastello,
sciacquando e risciacquando, perch la roba costa bei piccioli e pazienza se a qualcuno disturba avere
addosso la memoria di ci che  stato.
Anche la macchia sulla sottana di mia madre era unombra sbiadita e, quando lei fin la
deposizione e si lev in piedi, notai che si vedeva e non si vedeva, come se il suo ventre la stesse
risucchiando.
In ogni modo, io avrei potuto disegnarne il contorno pure da cieco.
E a proposito di vedere e non vedere, ti ricordi la foto di Giuliano? Quella famosa, con il corpo
ancora a terra e ripreso cos comera caduto sotto i colpi dei carabinieri: bocconi e in canottiera.
Il sei luglio, ovvero il giorno dopo la sua morte, questa foto era in prima pagina sul
Messaggero, sul Corriere della Sera, sullAvanti!, sulla grande stampa e sulle gazzette di provincia. In
aula la gente commentava ora un particolare ora laltro scambiandosi i giornali e un cronista li pass in
mucchio ai detenuti, attraverso le sbarre.
Una copia, non so pi di quale testata, arriv nelle mie mani. Larticolo era molto lungo, lo
lasciai perdere e spiai la foto.
Mostrava un giovanotto come tanti, robusto, con i calzini corti arrovesciati sui sandali, buttato a
faccia in gi dentro un cortile. In alto non si vedeva il cielo, ma una corona di case. Un panorama
urbano. E dun tratto mi torn alla mente una vecchia notiziola, uno degli aneddoti con cui lo zio Alfio
mintratteneva in bottega, e cio la risposta che Giuliano aveva dato ai separatisti che lo volevano a
Catania, in qualit di comandante. Aveva detto: non ci vengo, ch sopra i marciapiedi scivolo!
Intendeva dire che la citt non era cosa per lui e che il suo posto era in montagna.
Giusto. Bastava una sola, rapida occhiata alla fotografia riprodotta su tutti i quotidiani per dargli
ragione.
Ripiegai il foglio che avevo preso in prestito e lo restituii al suo legittimo proprietario.
Ma quando lEuropeo usc in edicola con quel titolo  Di sicuro c solo che  morto  e
scoppi lo scandalo, allora mi pentii di non aver esaminato meglio la foto. Perch il segreto della morte
di Giuliano stava in quellimmagine che avevo allontanato quasi con spavento. Nelle sue incongruenze.
Nelle stonature colte dallocchio professionale del fotografo e adesso enumerate, una per una, dal
giornalista dellEuropeo: il terreno sotto il cadavere, per esempio, com che era pulito e la canottiera,
invece, imbrattata sulla schiena? forse che il sangue di Giuliano non obbediva alla legge di gravit? E
la giacca ben ripiegata, come se il bandito lavesse messa in disparte con cura Ma non era stato
ucciso durante un inseguimento?
Sia come sia, la foto raccontava una storia che faceva a pugni col rapporto dei carabinieri. E alla
fine risult fin troppo semplice smontare la versione ufficiale dellaccaduto, rovesciare la dinamica dei
fatti e mettere in dubbio addirittura il conflitto a fuoco. Un lavoro giornalistico di fino, che non fu opera
della Voce di Li Causi, che peraltro allepoca stava chiudendo o era gi chiusa, e nemmeno dellUnit,
ma di un settimanale indipendente.
Fu linviato dellEuropeo a osservare che doveva esserci stato un finimondo di rumore, se
davvero, come avevano affermato i carabinieri durante la conferenza stampa, erano stati esplosi pi di
duecento colpi in un cortile interno, ossia in uno spazio ristretto. E per di pi in una di quelle notti
estive in cui si dorme con le finestre aperte. Lui per aveva chiesto in giro e i vicini  e fra loro cerano
il pretore di Castelvetrano e un colonnello in pensione, persone degne di fede  gli avevano detto di
non aver sentito questo gran rumore: due raffiche di mitra e cinque o sei colpi di pistola al massimo.
Era evidente che i carabinieri mentivano.
Ma per quale motivo? Forse perch la morte del capobanda era avvenuta altrove, come
suggeriva la mancanza di sangue sul terreno? Una stranezza assoluta, che autorizzava a chiedersi e a
chiedere se Giuliano, per caso, non fosse stato consegnato gi cadavere. E se, di conseguenza, gli
uomini dellArma non avessero allestito nel cortile di Castelvetrano una brutta messinscena, sparando
addosso a un morto per zittirlo una seconda volta.
Dunque la menzogna, se cera, era di Stato.
Per lindagine dellEuropeo, le domande scomode, tutto era cominciato grazie a quel primo
fotografo. Era stato lui a farci vedere due braccia nude, una canottiera e una macchia di sangue che si
allargava sopra invece che sotto. Una messa a fuoco pi eloquente di qualsiasi discorso. Unistantanea
preziosa, bench scolorisse un po sulla carta stampata. E io, che mi ero affrettato a restituirla, ora la
volevo, la volevo disperatamente e, per averla, divenni ladro.
Non c altro termine...
Devi sapere che il vedovo, linquilino della signora Franca, aveva unabitudine. Prima di andare
a letto, si appartava in un angolo del soggiorno, dove aveva la sua poltrona, il suo tavolino, la sua pipa,
il suo limoncello. Si piazzava l e, fra un sorso di liquore e una fumata, sfogliava il suo quotidiano, di
solito il Messaggero, e un paio di rotocalchi che gli arrivavano in abbonamento. Quando era stanco,
impilava il tutto e saliva in camera sua. Solo la signora Franca, una sera a settimana, aveva il permesso
di sfoltire il mucchio.
La stanza era stretta e, nel passare, mi capitava spesso di soffermarmi accanto al tavolino per
leggiucchiare un titolo o una didascalia. Finch un giorno, in cima alla pila, non comparve una rivista
con la foto  quella foto  in primo piano e io distinto, con una prontezza da malandrino rifinito,
lafferrai infilandola sotto la giacca. Che vuoi che ti dica. Magari il vedovo mi avrebbe offerto lintera
collezione se glielavessi chiesta, ma a chiedere mi vergognavo, cos rubai.
E dopo fu facile continuare.
Adocchiavo gli articoli che minteressavano e al momento opportuno li strappavo e correvo a
nasconderli in uno scomparto interno del mio zaino, che si gonfi come il nido di una gazza ladra.
Eravamo arrivati a Viterbo in primavera, adesso era estate.
Ormai infilavo con disinvoltura le scorciatoie per attraversare i vicoli del centro e, quando mi
prendeva la voglia dallargare lorizzonte, mi spingevo fuori dalla cinta muraria, verso la campagna.
Camminando, addomesticavo i luoghi e tenevo sotto controllo la mia impazienza.
Il tribunale non era pi molto affollato. A seguire il processo eravamo rimasti in pochi, anche
perch il nostro gruppo se nera tornato in Sicilia subito dopo laudizione davanti alla Corte e zu
Cicco, con mio grande dispiacere, era partito assieme agli altri.
Di fronte a questo esodo generale, la mamma aveva avuto un attimo dincertezza. Vero che le
spese erano tante, tuttavia partire prima della sentenza era un po andarsene a mani vuote. E alla fine,
dopo aver fatto e rifatto mille volte i calcoli, aveva deciso di fermarsi.
Per da sola.
La sua idea era di rimandarmi indietro, dallo zio Alfio. Non gradiva che sprecassi il mio tempo
e si angustiava perch passavo le ore a dondolarmi sulla sedia o a girare a vuoto per le strade: non
mimpegnavo a dovere nello studio e non stavo nemmeno imparando un mestiere.
In effetti era una vita un po sospesa per un ragazzo che aveva appena compiuto i quattordici
anni, ma almeno la vivevo con lei.
E con questo argomento la convinsi.
O forse, al dunque, pure lei si spavent della solitudine e del letto che sarebbe rimasto vuoto, di
fianco al suo.
Poi il marito della signora Franca prese in gestione il caff sotto casa e, da un minuto allaltro,
quel picio freddo si trasform in imprenditore. Ma aveva bisogno di un aiuto, non gli bastava Rosa per
servire ai tavoli e al banco, cos finalmente anchio trovai unoccupazione.
Di sera e talvolta di giorno, negli intervalli fra le udienze, allacciavo intorno ai fianchi un
grembiule e lavavo tazze e bicchieri oppure stappavo chinotti e Coca-Cola, versavo birre, preparavo
vassoi con ciambelle allanice che Rosa distribuiva agli avventori.
Il locale era frequentato da una clientela eterogenea, che variava a seconda delle ore e
comprendeva i commercianti della zona, gli operai dei cantieri, qualche maestro e un professore
dellIstituto tecnico, che abitava nei dintorni.
Fra i clienti ordinari, quello che mi piaceva di pi era Dante, il muratore che ci aveva accolto
alla stazione in rappresentanza della Camera del Lavoro. Con le sue spalle grosse, da torello, e laria
mansueta, mispirava fiducia. Nel sindacato lo tenevano in gran conto e nessuno si scandalizzava se, a
fine turno, veniva a scolarsi un bicchierino in compagnia.
Largomento preferito di Dante era la ricostruzione di Viterbo: quand, diceva calandosi sulla
sedia, che le spazziamo via quelle rovine infami e diamo lavoro alla gente? Ma gli amici lo zittivano:
niente prediche al bar! E attaccavano a ragionare di sport e in particolare del Giro dItalia, che era finito
da poco. Un Giro disgraziato, perch Coppi aveva avuto un infortunio ed era stato sostituito da Bartali,
che vecchio comera  let pesa  non ce laveva fatta ed era stato battuto da un tedesco. E se Dante
protestava: tedesco? ma  svizzero! svizzero, lo volete capire? gli altri replicavano senza dargli retta: ci
voleva proprio lAnno Santo per far vincere un protestante! E avanti di questo passo.
Il padrone, cos adesso la signora Franca chiamava suo marito, aveva apportato varie migliorie
in sala.
Il mobile bar con il ripiano di cristallo era stato verniciato di rosso e alle pareti avevamo appeso
le locandine di alcuni film in programmazione nei cinema di Roma: Lisola del tesoro, La famiglia
Passaguai, Il re dellAfrica. Questultimo era una specie di King Kong in sedicesima, un filmaccio
secondo gli intenditori, per il manifesto mi sembrava bellissimo, pieno di colori e di mistero. E poi nel
verde della foresta, accanto al gorilla, figurava una ragazza bionda, sottile, che nei tratti rammentava
vagamente Rosa. Perci, se non potevo guardare Rosa, guardavo lei.
Ma Rosa non era mai molto lontana: quando non la vedevo, la sentivo cantare. Aveva una voce
assai intonata e, nel canto, la balbuzie spariva come per magia e le parole delle canzonette uscivano
dalle sue labbra fluide e lievi, senza intoppi. Cantava: se vuoi venir con me, ti porter sul Cucciolo e
io avvampavo, in piena confusione.
Ogni sabato laccompagnavo al mercato delle erbe e le andavo dietro con il carico delle ceste.
Anche senza parlare, eravamo in sintonia.
Una volta mi addit un portone sotto una loggia: era l dentro che scappava durante la guerra,
quando suonavano le sirene, e io allungai lo sguardo. Sapevo che non era un vero e proprio rifugio
antiaereo, e nemmeno una cantina, ma una galleria antichissima che si apriva nel palazzo, proseguiva
per cunicoli e passaggi sotterranei scavati nel tufo e si riversava in strade buie e misteriose che erano il
rovescio delle strade di sopra. Da fuori, comunque, non si scorgeva niente.
Un pomeriggio andammo nel negozio del vedovo a ritirare degli scampoli.
In vetrina campeggiava un cartello enorme: Il meglio per Uomo e Donna  sconti eccezionali!
Era una giornata caldissima ma, varcata la soglia, il sole si spense e il caldo si attenu in una
penombra che profumava di fresco e di tessuti nuovi. Il vedovo stava dicendo a una signora col viso
bianco di cipria: centonovanta lire al metro tocchi! senta che cretonne! Intanto faceva volteggiare sul
bancone una pezza che si aggiunse alle altre e si distese in mezzo ai rasatelli, al popelin e alle fodere di
seta.
Allestremit opposta del tavolato, fra gomitoli e matassine di filo da ricamo, giaceva
abbandonata una copia del Messaggero e a me venne subito da pensare: chiss se in cronaca  riportata
ludienza di ieri.
Doveva esserci una voglia scoperta sul mio viso, perch il vedovo si allontan dalla cliente,
occupata a tastare il cretonne, e afferrando il giornale me lo ficc in mano a forza.
Vuoi leggere? e leggi! ma ad alta voce, per il piacere delle nostre orecchie.
Un tono sgarbato. Cattivo. Che sottintendeva la conoscenza di tutte le mie colpe passate,
presenti e future. Possibile s, possibile che si fosse accorto dei miei furtarelli?
Fu come se il caldo della strada entrasse di schianto allinterno del negozio, coprendomi di
sudore e di vergogna. E ora? Che potevo dire a mia discolpa? Come chiedere scusa? Stropicciavo il
giornale fra le dita umide e non sapevo che atteggiamento tenere.
Ero in trappola, paralizzato dallumiliazione, e cos sarei rimasto per leternit, probabilmente,
se non fosse intervenuta Rosa, che mi tolse il giornale e, con il piglio da padrona che era tipico di sua
madre, lo riconsegn al vedovo. Intanto cercava di mettere assieme un discorso, ma laffanno le
bloccava la gola e le impediva di spiegarsi. Annasp un poco fra vocali e consonanti, poi si arrese e mi
trascin via tirandomi per la manica.
Mi aveva visto in pericolo e, a modo suo, si era data da fare per proteggermi.
Ora camminava svelta battendo le suole delle scarpe e, per tutto il tempo che ci volle a tornare
indietro, ritm a bocca chiusa un suo motivetto battagliero.
Il mio lavoro da barista ebbe comunque durata breve: tre settimane allincirca, forse meno.
Dur poco per via della sorpresa che ci aspettava nella seconda met di luglio, ma ogni singolo
istante che trascorsi dietro il bancone fu unera geologica a s: considera che si trattava del mio primo
lavoro remunerato!
Il giorno in cui presi servizio lidea della paga mi perseguit da mattina a sera, e quando fu il
momento e il marito della signora Franca mi cont sul palmo le monete  cinquanta, cento,
centocinquanta  ebbi limpressione di stringere una cosa viva.
Il compenso era minimo, naturalmente: non ci avrei comprato neanche un metro di cretonne!
Spiccioli. Che per me, in ogni caso, avevano il valore di un attestato di maturit: il secondo, dopo i
pantaloni lunghi. E quella sera stessa, con un certo orgoglio, passai il denaro a mia madre.
Era molto tardi. La lampadina che pendeva dal soffitto della nostra stanza ondeggiava, spinta da
un filo daria, e lodore di selvatico delle macerie entrava assieme allumidit e al lamento dei gatti.
La mamma era gi a letto. Sfior con lo sguardo i soldi che le porgevo, distolse gli occhi e
sospir con amarezza: Tuo padre ah! lui ti avrebbe mandato a scuola regolarmente. Perch  vero,
disse, che eravamo poveri anche allora ma, quando cera lui, non si viveva alla giornata: Tuo padre
guadagnava tutto lanno! E se lo stipendio della Federterra non faceva ingrassare, in compenso
arrivava ogni mese. Puntuale.
Poi tacque e si aggiust il cuscino, prima di aggiungere in un soffio: Che disgrazia! E qui fui
io a sospirare: non si andava mai avanti, eravamo sempre l, sempre al solito punto, a quella disgrazia
che ci teneva fermi, inchiodati al passato. Alla memoria di un tempo in cui non eravamo ancora un
orfano e una vedova, ma semplicemente una madre e un figlio.
Nei giorni seguenti continuai ad alternare il servizio al bar con la presenza in aula, che era una
diversa forma di lavoro.
Spesso pi faticoso dellaltro.
Mi costava uno sforzo enorme incontrare i familiari degli imputati, vedere come si scambiavano
cenni dintesa, saluti e gesti affettuosi con gli uomini delle gabbie. La moglie di Cacaova portava la
bambina e la sollevava, nonostante fosse ormai grandetta, perch mandasse baci al pap e, in quei
momenti, avrei voluto essere altrove. Tuttavia resistevo perch, nel segreto del mio cuore, ero convinto
che la mamma avesse ragione e che solo in quellaula la nostra storia potesse trovare la sua
conclusione.
Dove, se no?
Sia come sia, nellattesa cercavo di stare al passo e di tenermi informato. Malgrado non ci fosse
pi zu Cicco a illuminarmi, avevo bene in mente i precetti di mio padre, certe sue raccomandazioni sul
dovere che abbiamo, come cittadini, di aggiornarci sui fatti. Un dovere che  anche una risorsa, una
maniera per non soccombere di fronte alle prepotenze.
Memore di ci, leggevo i giornali, che ora compravo con i miei soldi, e seguivo le polemiche e
le discussioni che non mancavano n in piazza n al caff, dato che a Viterbo la vita ruotava attorno al
tribunale e tutti quanti sinteressavano alle vicende giudiziarie discusse l dentro.
Daltronde il nostro non era un processo qualunque, coinvolgeva grandi nomi della politica e,
proprio in quel periodo, Scelba aveva rilasciato unintervista che aveva fatto scalpore. Perch il
ministro ammetteva che s, qualcuno gli aveva chiesto un passaporto per Giuliano, ma il governo, dio
ne scampi, non aveva mai preso la domanda in seria considerazione. Un parlamentare della sinistra,
forse proprio Li Causi, gli aveva risposto dicendosi stupito: che Giuliano avesse amici influenti anche
presso gli organi governativi era cosa nota, ma una conferma dal ministro in persona! chi se lo sarebbe
aspettato?
Eravamo ancora nel pieno di questo scandalo quando vennero catturati altri cinque latitanti
della banda Giuliano e io, dopo tanto amaro, mi rallegrai: finalmente una buona notizia.
Due di loro erano accusati della strage e la Corte di Viterbo li stava gi processando in
contumacia, quindi mimmaginai che in breve si sarebbero aggiunti ai grandi nel gabbione della
Chiesa degli Scalzi.
Invece fin in tuttaltra maniera.
La storia non  edificante ma, a raccontarla, prevale lassurdo.
Gli arresti erano avvenuti in aprile, ora eravamo a luglio e cosera successo, nel frattempo? Che
i carabinieri, per tutti questi mesi, avevano trattenuto i banditi in caserma, senza darne avviso n alla
procura n alla Corte dAssise.
La mancata notifica del mandato di comparizione in giudizio (come seppi in questoccasione)
violava il codice di procedura penale e annullava il procedimento in corso. A meno di un accordo fra la
parte civile e la difesa. Ma lavvocato degli imputati si oppose e il processo fu rinviato a nuovo ruolo.
Punto e a capo.
Bisognava ricominciare tutto dallinizio.
In altri termini: n mia madre n io avremmo avuto quella sentenza che aspettavamo come una
Pasqua di resurrezione.
Era il diciotto luglio e proprio quel giorno, per un qualche motivo, non ero andato in tribunale.
Seppi del rinvio per caso, mentre stavo al lavoro. Avevo le mani a bagno dentro il lavello e qualcuno
annunci: chiudono bottega...
Fu sufficiente perch il senso dellattesa, che aveva dato sostanza e fiducia alle mie giornate, si
capovolgesse cambiando di segno.
Mi levai in fretta il grembiule, lo appesi al gancio dietro la porta e scappai in strada. Cos, senza
uno scopo.
La delusione era un nodo profondo, nero, incatramato, che mi raschiava le viscere. E pi
stringeva, pi diventavo furioso: che legge era mai quella che rimandava un processo allinfinito, che
cimponeva di attendere e attendere? Quante vite mi servivano per avere non dico giustizia, ma almeno
una sentenza?
La mia fuga si arrest nei pressi di piazza del Plebiscito, dove un muretto mi offr il suo
appoggio. Era quasi buio e davanti a me si allargava una cerchia di palazzi scuri e di finestre prive di
luci. Lunico punto di chiarore era lorologio della torre con il suo quadrante di ceramica celeste,
cerchiato di giallo.
Mentre le ombre si allungavano, mi sporsi oltre la spalletta di pietra e vomitai. Poi scivolai di
schiena lungo la parete accucciandomi a terra, dove rimasi, incurante della gente che mi passava vicino
e sinfilava su per i vicoli. Attraverso il riparo delle braccia mi giungevano voci, rumori di passi, ma
nessuno si ferm a controllare se quel ragazzo rannicchiato contro un muro si sentisse male.
Viterbo viveva per conto suo, estranea alla mia rabbia.
Il ritorno a Sciacca fu molto silenzioso.
Lo scompartimento si riemp e si vuot a pi riprese e mia madre dorm o, comunque, tenne gli
occhi chiusi dalla prima stazione allultima. La testa, un po scarmigliata, le ciondolava sul petto. Il suo
cappello era buttato, come un oggetto inutile, lass in alto, sulla rete del portabagagli.
Quel sonno torpido, prolungato... Non era normale.
Seduto accanto a lei, mi sforzavo dinterpretare il suo respiro: dormiva? non dormiva? Avrei
voluto scuoterla, ma non osavo.
Ai lati del binario lerba bagnata luccicava come colpita dal sole, bench il cielo fosse
nuvoloso. Mentre il treno correva parallelo al mare, mi domandai per chi stessimo tornando e dovera
la nostra casa.
Le somiglianze, le differenze:  un gioco comune a tutte le famiglie. Anche mia madre ha
sempre detto che i colori chiari li ho ereditati da mio padre e il carattere brusco da lei...
Il carattere e pure il gusto per lo studio. Il piacere del leggere e dello scrivere.
Per a Viterbo era successo qualcosa e un poco me lero persa, la voglia della scuola. Ora
volevo essere uomo, faticare e guadagnarmi da vivere. Lambizione della mamma non era pi la mia,
bench fosse sottinteso che s, nel mio futuro cera questo impegno questa lontana prospettiva Ma,
per limmediato, preferivo non sporgermi al di l del presente.
Lei, al contrario, si preoccupava del domani e da me  il suo unico figlio, e per giunta maschio
 non voleva soldi, bens diplomi e allori scolastici. Si attacc anima e corpo a questa fantasia e ne fece
un programma concreto, qualcosa da organizzare tappa dopo tappa, come scoprii con un pizzico di
spavento appena fummo di nuovo a Sciacca, dallo zio Alfio e dalla zia Mannina.
Per cominciare, scrisse a tuo padre e Giacomo venne apposta da Palermo con un pacco di libri
usati che a lui non servivano pi, perch in autunno sarebbe andato al ginnasio, dove lo aspettavano
nuove materie e nuovi professori. Ormai negli studi era avanti a me, ma potevo ancora raggiungerlo,
perch  vero che imparavo con facilit, come sostenevano mia madre e lo zio Alfio.
In ogni modo, non mi sentivo in gara con tuo fratello.
Giacomo mi aveva aiutato nei momenti pi difficili, era lamico che aveva portato a spalla mio
padre, il compagno con cui potevo discutere di qualsiasi argomento e al quale non dovevo spiegare
niente: con lui, il passato non era una persecuzione.
Non lo incontravo da un anno, pi o meno.
Scese dalla corriera con un paio di occhiali che gli riempivano la faccia, per, quando se li tolse,
torn quello di sempre e io lo accompagnai al porto per fargli ammirare il movimento delle barche.
Cerano dei motopescherecci fermi al largo e, mentre il sole riverberava in cima alle onde, gli raccontai
di Viterbo, partendo dalla signora Franca per arrivare a sua figlia Rosa. E lui, quando fu il suo turno, mi
raccont delle ragazze di Palermo, di come si spogliavano sul lido di Mondello e di quanterano
saporite.
Avevamo fame di leggerezza, ecco tutto.
Nel tardo pomeriggio, al momento dei saluti, gli chiesi di te e Giacomo, sbuffando, disse che eri
la solita pulce fastidiosa e che ti eri attaccata alla sua giacca perch pretendevi di aggiungerti alla
spedizione e avevi scatenato una canizza.
Ora magari non ci crederai, ma quel tuo capriccio non mi spiacque affatto: ti vidi come tavevo
visto mille volte, con le guance in fiamme e il fiocco della treccia che si agitava sulla schiena, e questa
visione mi procur una specie di benessere, un lungo tepore dentro le vene.
In quanto ai libri, finirono in fila sul canterano a far compagnia al bombardino di mio padre.
Ben protetti da copertine ricavate dai fogli di giornale, ogni tanto me li portavo dietro pure alla marina.
Pi che altro per scusa, a essere sincero
Perch sulla spiaggia, l dove sorgeva il mulino che poi and a fuoco, sprecavo le ore giocando
a carte, di nascosto, con certi picciottazzi del posto. Picciotti di mare. Gli stessi che di notte montavano
sui pescherecci e pescavano di frodo, usando gli esplosivi al posto delle reti.
Si deve pur campare, era il ritornello. La pesca  come il gioco del lotto, in una nottata puoi
prendere venti quintali, anche trenta, cinquanta, e poi pi niente per quindici giorni.
E allora, per riempire la barca, preparavano le bombe spalmandole con la creta perch calassero
in fretta. Una volta sul fondo, la miccia innescava lesplosione e da riva sembrava una luminaria, una
citt in festa. Per la mattina dopo, tra i pesci morti e il puzzo, non riuscivo a camminare sulla sabbia.
Alla marina in realt ci andavo soltanto la domenica, per svago.
Nei giorni feriali imparavo il mestiere nella bottega dello zio, che era pi frequentata dun
circolo di conversazione, fra parenti, amici e compari che si fermavano a ragionare di questo e di
questaltro. Venivano apposta. Si accomodavano sopra un paio di vecchie sedie sfondate o sui gradini
di una scaletta che finiva nel soppalco adibito a magazzino e, dallalto di quella tribuna, affrontavano
luniverso mondo.
Non si trattava di un parracino, dun parlare inutile, bens di un alto esercizio di retorica.
Fra odori di colla e lucido da scarpe, discutevano delle nozze del sindaco come della Cassa per
il Mezzogiorno, che era la novit del momento. Ogni tanto parlavano pure di Viterbo e del processo
interrotto sul pi bello, lasciato per aria, e mi chiedevano, sinteressavano, ma come a una faccenda
remota, accaduta in un altro paese. Non sentivo calore nelle domande e tuttavia, quando smisero
dinterrogarmi, me ne rammaricai. Senza uno scambio costante, avevo paura che la memoria  la mia
memoria  diventasse inerte, una cosa amorfa appesa a una corda che mi penzolava nel cranio.
Finch, a dicembre, la polizia di Partinico non cattur Pisciotta. A casa di sua madre, in un vano
non pi largo di una tomba.
 come se avessero preso Turiddu, disse lo zio. Ma vivo, questa volta. E i quattro anni o
quasi che mi separavano dai fatti della Ginestra si accorciarono di colpo e si ridussero a un unico
respiro: ero di nuovo l, dentro una storia che girava e girava senza fine.
Di Pisciotta sapevo quello che sapevano tutti, e cio che era il luogotenente pi fidato di
Giuliano. Non il cugino, come erroneamente aveva scritto (e continua a scrivere) qualche giornale, ma
lamico fraterno. Il compagno inseparabile. Turiddu lo trattava con il massimo affetto  lo nutriva a
caramelle, dicevano in bottega  e teneva la sua fotografia nel portafoglio. Ma la confidenza era mal
riposta, perch era stato proprio Pisciotta a fabbricargli le scarpe da morto. A tradirlo.
Queste, per, non erano che dicerie.
Parole prive di riscontri.
E io ero stanco di chiacchiere da bottega o da caff, di verit buone per i giornali e che, al
dunque, non producevano alcun effetto pratico. Avevo bisogno delle certezze di un processo. Perch
solo un processo poteva darci il riconoscimento che ci spettava, trasformando il vero in certo.
A Natale arriv una cartolina di auguri da Viterbo. Sotto la firma della signora Franca e di suo
marito cera pure quella di Rosa.
La fissai a lungo. Poi il mio sguardo si spost sul francobollo, uno di quelli emessi per il
Giubileo, con il profilo di Pio XII e la dicitura: Lanno del gran perdono.
Con il perdono sarebbe arrivata la pace, predicava il Papa dalla basilica di San Pietro. La pace
dentro i cuori. Ma, anche volendo, io non avrei saputo chi perdonare.
Nellanno nuovo, finalmente, si conobbe la data del secondo processo.
Questa volta ero pronto, anzi impaziente di tornare a Viterbo. Ormai sapevo come comportarmi
in un tribunale, conoscevo le procedure e pure i luoghi e le persone: non era pi un andare alla cieca.
Comunque, non  che allepoca le mie opinioni rispetto al partire o al restare contassero molto.
Era ancora mia madre a decidere.
Poco male, perch adesso i nostri desideri coincidevano.
Io volevo essere presente in aula. Lo volevo con tutte le mie forze e la mamma era daccordo,
perch  troppo grande, diceva, troppo enorme quello che c capitato per starsene a guardare da
lontano, quasi fossimo dei semplici spettatori.
Questa era la sua idea, perci saremmo partiti di sicuro se la malasorte non ci avesse visitato di
nuovo.
La sua malattia cominci in sordina, con una specie di tremito in fondo alla schiena, e in un
primo tempo le risult facile minimizzare: un incomodo senza importanza!
Tanto insignificante per non doveva essere, se la costringeva a interrompere qualsiasi attivit e
a stendersi sul letto. Cosa che, fino a quel momento, le sarebbe parsa uneresia, perch il letto, nella sua
concezione di vita, era sinonimo di spreco, un luogo pericoloso dove la gente che non ha carattere
sperpera il tempo.
Lei, che invece era donna di temperamento, si sentiva in obbligo di stare in piedi e di sminuire
pure i malanni. Dava la colpa dei suoi guai al nervosismo e ai brutti pensieri e quando la zia Mannina si
offr generosamente di chiamarle un medico, un lusso che allepoca si pagava in contanti, scroll la
testa.
Che lo chiamiamo a fare? so gi quello che mi direbbe: carne, pane, vino e non pensare ad
altro.
Di fronte alla fatica del viaggio per anche mia madre, a bocca storta, dovette cedere.
La conclusione  che il nove aprile del 51, a otto mesi e ventidue giorni dal rinvio a nuovo
ruolo, la Chiesa degli Scalzi riapr senza di noi.
Il protagonista assoluto del processo, stavolta, era Gaspare Pisciotta. E, per sua sfortuna, gli
toccava essere presente.
La stampa gli dedic un gran numero di colonne fin dal primo momento, da quando apparve in
aula in mezzo a due guardie, incatenato con schiavettoni lunghi e risonanti, assai coreografici.
Al pari di Cacaova e degli altri luogotenenti, indossava, stando alle cronache, un completo di
lusso. Un doppiopetto blu che un tantinello doveva preoccuparlo se  vero che entrando nella gabbia,
prima di sedersi, aveva steso sulla panca un fazzoletto per paura di sporcarsi i pantaloni.
Avrei voluto assistere alla scena dal vivo, ma purtroppo potevo solo immaginarla: non ero l.
Non cero neanche quando si accus dellomicidio di Giuliano.
Ho ucciso Turiddu con la mitraglietta, in casa dellavvocato Di Maria. Poi ho avvertito i
carabinieri.
Non cero nemmeno quando disse di aver concordato quella morte con Mario Scelba, durante
un colloquio al Viminale. O quando consegn alla Corte il salvacondotto  con tanto di foto  che gli
aveva rilasciato il Ministero dellInterno. Corredato di timbro e firma del ministro, cio del solito
Scelba.
E non cero neppure quando fece i nomi dei mandanti occulti della strage: un sottosegretario del
governo italiano, un deputato regionale, un altro onorevole... La politica era entrata in aula! Ma io ero
nella bottega dello zio Alfio, a cercare le notizie dentro i giornali.
Mah, sospir lo zio, quando gli lessi larticolo che spiegava perch la Corte non avrebbe
convocato, nemmeno in qualit di testi, i presunti mandanti.
Ero molto arrabbiato per questa storia: dovevano essere gravi davvero le colpe della politica se,
dopo essere entrata in aula, cercava di uscirne in maniera cos precipitosa!
Mah, sospir di nuovo lo zio. La politica  facciola. Ossia ha molte facce.  doppia. Finta.
Furba. Bisognerebbe spogliarla delle sue doppizie e costringerla a presentarsi con una faccia sola,
quella dei galantuomini.
Perch ce ne sono, disse, ce ne sono.
Poi fu di nuovo Natale e il postino ci recapit una seconda cartolina con la firma di Rosa.
Mia madre la mise a incastro dentro la cornice della specchiera e io, ogni volta che ci posavo
sopra gli occhi, avvertivo un piccolo smottamento interno.
Sempre a Natale, il processo entr nella sua fase conclusiva, che fu tuttaltro che breve. Le
requisitorie durarono mesi e il solo procuratore generale parl per ben quindici udienze di seguito,
senza contare le repliche successive.
Linverno pass tra arringhe contrapposte e, man mano che finiva, io sentivo montarmi dentro
una sorta di frenesia. Non a causa della primavera, ma per lavvicinarsi della sentenza: almeno quel
giorno dovevo essere in aula!
Assolutamente.
Assolutamente...
Daltra parte non potevo non considerare il biglietto del treno, il costo della pensione... e la
mamma che se ne stava con la schiena contro il cuscino, ammalata di non so quale malanno...
Insomma non sapevo decidermi, ero combattuto. Perci mi sfogavo mangiandomi le unghie, le
mordevo a sangue, e se ci aggiungi il nero delle tinture che usavo in bottega, il risultato non faceva un
bel vedere.
Finch una sera, mentre tentavo di studiare al tavolo di cucina, la zia non venne a sedersi
davanti a me, con una grembiulata di patate da preparare per la cena.
Era terribile, la zia Mannina: una comandiera.
E si accorgeva di tutto.
Mentre pelava le patate, mi guard le mani e io, svelto, le nascosi sotto il libro. Lei emise due o
tre sospiri che le gonfiarono il grembiule allaltezza del petto e allora, non so come n perch, le parole
mi scapparono di bocca e mi confidai con lei. Proprio con la zia Mannina. Che pos il coltello, piano
piano, prima di dire s... s, figlio mio, certo che ci devi andare! pure per tua madre.
Sul treno persi lorientamento.
Mi confusi e per un attimo, mentre uscivamo da una galleria, tempi e luoghi si sovrapposero: in
che direzione mi stavo muovendo? verso nord o verso sud, avanti o indietro?
Pioveva di traverso contro i vetri, bench fosse il 1 maggio.
Anche a Viterbo veniva gi unacqua zitta zitta, senza rumore.
Linverno, mi raccont la signora Franca, era stato cattivo, con un nevone che non si ricordava
da anni, e tuttora, sebbene il peggio fosse passato, di sera si stava volentieri attorno al braciere. Poi mi
squadr, ammiccando dietro le lenti che usava per controllare i suoi registri: Ehi tu, sei diventato un
bel galletto! Come vanno gli studi?
Effettivamente, in un anno e nove mesi, erano successe fin troppe cose e avevo avuto modo di
crescere, saltando a pi pari dentro unaltra et. Ma non ero cambiato solo io. Pure l, durante la mia
assenza, era scoppiata qualche piccola rivoluzione. Il vedovo, per esempio, si era risposato e abitava in
centro con la seconda moglie, in un appartamento sopra il negozio. Al suo posto cera un maestro che
veniva dalla provincia.
Il mio vecchio letto comunque era libero e io fui felice di ritrovarlo, anche se adesso dovevo
dividere la stanza con il nuovo aiutante del padrone, detto il Cicoria perch era figlio di uno dei
contadini che rifornivano la signora Franca.
Mimmaginavo che fosse un giovanotto, magari grande e grosso come il mio vecchio amico
Dante, il muratore del sindacato. Ma quando scesi al bar per salutare il padrone, che per non cera,
vidi che si trattava dun ragazzo come me. E di statura pi bassa, tanto che dietro il bancone quasi
spariva. Quando seppe che saremmo stati compagni di stanza, mi offr una Nazionale senza filtro e,
dato che non avevo fiammiferi, ne sfreg uno dei suoi contro uno spigolo. La fiamma gli tremava fra le
mani unite a conca e io mi chinai e accesi la prima sigaretta della mia vita, trattenendo la tosse perch
Rosa era l.
Ora portava un vestito con la cintura alta, ma aveva sempre i capelli a spasso sulla faccia e
scioglieva la lingua alla sua maniera, canticchiando nello sgombrare i tavoli.
In tasca avevo un piccolo regalo comprato apposta per lei, delle tavolette di cioccolata alle
mandorle, una specialit del mio paese, per esitavo, mi vergognavo a darle quella miseria davanti a
tutti. Cos aspettai fino a quando il bar non si svuot.
Andammo a scartare linvolto in cima alla scalinata esterna, sul nostro solito gradino. Ero
emozionato e lo divenni a maggior ragione quando lei promise  senza inciampare nelle parole  che
sarebbe venuta con me in tribunale: giusto per farmi compagnia... Ma qui sinterruppe e non riusc a
finire la frase. Allora spezz una tavoletta, ne assaggi un pezzo, quindi un altro, succhiando per farlo
durare, e ne offr un poco anche a me.
Ne misi una punta in bocca e masticai lentamente, premendo la pasta dolce contro il palato. Da
una grondaia colavano delle gocce di fango e dentro il vento cerano dei granelli di terriccio gelido che
mi pungevano i polsi, ma il sapore della cioccolata scendeva in gola caldo come una carezza data e
ricevuta.
Pensavo che per Viterbo  che aveva ospitato il processo  la sentenza sarebbe stata un evento.
Anzi, levento principale della stagione.
Pi in generale pensavo che una Corte, quando si riunisce in camera di consiglio, debba
prendersi tutto il tempo che le serve, essendoci in gioco, oltre alla giustizia, anche il destino di tanti
uomini.
Invece la Corte di Viterbo fu obbligata a contare le ore, se non i minuti, perch la sentenza
doveva essere letta tassativamente entro la mezzanotte di sabato. Per domenica mattina era previsto il
passaggio della Mille Miglia lungo la Cassia, cosa che avrebbe impedito il trasporto degli imputati dal
carcere di Santa Maria in Gradi al tribunale. Inoltre bisognava attrezzare il percorso. Ecco perch la
Corte doveva affrettarsi a emettere un giudizio: la gara non tollerava intralci. Quellanno, per di pi, la
sfida era tra Mercedes e Ferrari, cio tra Germania e Italia, non si poteva proprio far finta di niente (e
per la cronaca, se a qualcuno interessa, vinse la Ferrari).
In conclusione, la lettura della sentenza avvenne a notte fonda: alle ventitr e trenta. Il che fra
laltro significa che Rosa non ebbe il permesso di accompagnarmi.
Dunque mincamminai per conto mio, attraversando vie e viuzze scure, mal rischiarate da
qualche fanale. Unilluminazione avara. Nel camminare spiavo le ombre, sbirciavo le finestre chiuse
mentre in testa mi batteva il ritmo di una canzone: com sola la strada... com sola a questora...
A piazza Fontana Grande trovai i primi capannelli, per la maggior parte persone costrette a
rimanere sveglie per lavoro: avvocati, giornalisti, uscieri. Davanti al tribunale stazionavano i celerini.
A poco a poco si radun una piccola folla, ma i familiari degli imputati erano assenti. Perfino la
moglie e la figlia di Cacaova se nerano partite gi da diversi giorni. Daltronde anche i parenti delle
vittime, anche noi eravamo a ranghi ridotti e di nuovo mi torn in mente quella canzone: com sola la
strada... com sola... chi doveva morire  morto... chi doveva piangere ha pianto...
Ma io ero un mare asciutto.
Quando ci fecero entrare, il contrasto fra dentro e fuori mi fer gli occhi.
Se fuori era buio, allinterno della chiesa avevano impiantato una luminaria che strappava il
cervello. Alle lampade normali erano stati aggiunti dei riflettori immensi, fatti venire apposta da
Cinecitt, e dentro quei fari i capelli impomatati di Pisciotta brillavano lucidi, perfetti. Pure gli occhiali
del presidente della Corte, quando li inforc per leggere, mandarono un lampo. Che si ripet quando li
tolse e li mise di nuovo.
La luce. Di quella notte ricordo soprattutto la luce, invasiva e irreale come il silenzio dellaula,
eppoi i carabinieri in alta uniforme e la voce stanca del presidente che elenca, enumera e sentenzia. E il
succo finale : i grandi allergastolo, i picciotti assolti.
Assolti e scarcerati dal primo allultimo. A cominciare da Giuseppe Tinervia, inteso
Bastardone, che non ci aveva sparato addosso,  vero, ma solo perch non aveva capito il
funzionamento dellarma. In libert anche lui. Non era punibile perch, secondo i giudici, aveva
partecipato alla strage unicamente per paura di Giuliano e non per soldi o per lambizione di entrare
nella banda, come al contrario avevano sostenuto i giudici di Palermo nel rinviarlo a giudizio.
Sia come sia, il Bastardone se lera scampata, usciva dalla galera assieme allintero gruppo dei
picciotti e il processo finiva cos, a coda di topo.
Ma la Corte non si era dimenticata di noi. Non aveva scordato le vittime.
Ancora una volta il giudice sinfil gli occhiali e, abbassando lo sguardo sui fogli, lesse lentit
della somma che i condannati dovevano rimborsare ai parenti dei morti: dalle cento alle trecentomila
lire.
La vita di mio padre, per il tribunale di Viterbo, valeva al massimo quanto una Lambretta.
In un attimo il freddo che sentivo ai piedi mi sal al petto e poi pi su, facendomi battere i denti.
Non era semplice dolore, era un sentimento che traboccava e investiva il mondo, qualcosa che
riguardava il mio passato, ma anche la fragilit del mio avvenire. Il perch della mia esistenza.
Di l a un mese avrei compiuto sedici anni e qual era il mio orizzonte? Quei quattro gradini che
vedevo dalla bottega dello zio? Quella breve rampa dissestata che scendeva nel vicolo, gi verso una
spiaggia di sabbia ruvida come la voce del presidente della Corte?
No. Ah no.
Io avevo sete di futuro.
Lo capii allimprovviso. E nel medesimo istante compresi che per soddisfare quella sete dovevo
inventarmi da solo. Dovevo recuperare il respiro, diventando medico di me stesso.
Enza
Il trasloco fu di luglio, credo. In ogni modo era estate, perch mio padre aveva voluto che
finissimo lanno scolastico prima di portarci a Palermo, dove ci attendevano una casa fresca di pittura e
una vita cittadina.
Al mattino part lui con i mobili, di pomeriggio venne Vic a prelevare il resto della famiglia
con laggiunta di Giosi, che si accucci dentro la macchina arricciando le orecchie perch fosse chiaro
il suo dissenso. Quella trasferta lo insospettiva.
Vic si era fatto prestare da un collega del giornale una berlina a due porte, un modello antico,
fuori moda, ma senza un graffio sulla vernice e con certi coprisedili, allinterno, di un bianco
immacolato che metteva soggezione. Perci a ogni curva mia madre ci guardava, a me e a Giacomo,
per paura che ci sentissimo male e sporcassimo la tappezzeria. Invece fu il cane a vomitarci sui piedi e
a noi tocc pulire scarpe e tappetini con fogli strappati da vecchie riviste.
Il rombo del motore, la tensione del vento contro le fiancate, non ero abituata a questi suoni, un
basso continuo che si accompagnava al caldo dellabitacolo togliendomi energia. A met viaggio caddi
nel sonno e solo quando sentii la voce di Vic che diceva ci siamo, mi svegliai e vidi Palermo: un
viale rumoroso, grandi platani, balconi profondi. E laggi in basso, al termine della strada, una
lucentezza indolente. Il mare! esclam mio fratello e io ebbi un piccolo sussulto di felicit.
Anche mia madre aveva laria allegra quando scese dalla macchina, con le chiavi in mano. Da
donna pratica qual era, apprezz subito i vantaggi di un appartamento moderno, dotato di una
ghiacciera enorme per tenere in fresco la gassosa al limone o al caff e lo zamm, lacqua con lanice
che a Palermo non pu, assolutamente non pu mancare. Fa parte della mitologia del luogo: acqua e
zamm, prima io poi tu...
S, lappartamento le piaceva bench fosse un po troppo squadrato: corridoio dritto, stanze da
letto a destra, salotto e cucina a sinistra e il bagno a chiudere, in fondo. Un ordine quotidiano costruito
tracciando una riga di qua e unaltra di l. In compenso, non cerano scale interne da salire e scendere
di continuo e nemmeno formicole, scorpioni o scarafaggi in libera uscita dal battiscopa o, peggio, da
una qualche crepa sui muri. Il che giustificava lentusiasmo della mamma.
Mio padre, da parte sua, non era scontento, ma neanche molto soddisfatto, lo capivo da come si
portava la mano alla fronte quando, la sera, sedeva in poltrona. Forse perch gli affari a Palermo
richiedevano un impegno maggiore, le relazioni erano pi complicate e lui si adattava a fatica. In
sostanza era rimasto un notabile di paese dai gusti semplici e amante della tranquillit: un uomo senza
smanie di cambiamenti.
Eppure era stato lui a volere il trasloco e a sacrificare le sue  oltre che le nostre  abitudini.
Una decisione che, per quanto ci pensassi, non mi appariva affatto limpida nei suoi contorni: daccordo,
le zuffe col nonno... Ma bastavano a giustificare quel gran trambusto? Doveva esserci per forza un
motivo pi stringente. Ne ero sicura anche se non mi azzardavo a chiedere... e s che sono una
domandiera senza vergogna! Malgrado ci, non riuscivo a entrare nel discorso. Ci provavo e ogni volta
la lingua mi diventava secca e le parole ritornavano indietro.
Sono passati anni, ne sono dovuti passare un bel po prima che succedesse. Eppoi una sera di
qualche tempo fa, mentre eravamo soli in farmacia e mio padre si lamentava del traffico e della mala
educazione dei palermitani, ho replicato dimpulso, senza riflettere: ma se lhai scelto tu di stare a
Palermo!
Allora sulla sua faccia  comparsa unespressione paziente, la stessa che usava per spiegarmi le
cose quandero una creatura alta cos, che doveva alzarsi sulla punta dei piedi per arrivare al banco. E
con quellespressione sul viso ha detto: Vero, ma lho fatto per voi. Per tuo fratello e soprattutto per
te. Perch sperava che cambiando aria, in una scuola nuova, con compagnucce nuove, io la smettessi
di comportarmi tale e quale una terremotata.
In effetti i sintomi erano quelli.
Aggressivit. Ansia. Un persistente senso di paura e dimpotenza.
Ero proprio una bambina terremotata che continuava a sentir tremare la terra dentro la sua
pancia.
A Piana, la nostra casa aveva due balconi e due terrazze che i gatti attraversavano andando da
un tetto allaltro.
Qui a Palermo, un unico balcone.
Affacciava sul retro, sopra un cortile, e serviva a stendere il bucato, non era un posto dove si
potesse giocare. Perci tutti i guadagni che mio padre vedeva nello stare in citt  le scuole migliori, la
farmacia che fruttava il doppio  a mio giudizio non compensavano i sacrifici. E Giosi, che adesso
doveva passeggiare col guinzaglio, la pensava senzaltro come me. Infatti smise di raccattare sassi.
Ogni tanto, quando uscivamo assieme, si fermava ad annusarne qualcuno. Lo fiutava, gli dava una
leccatina e lo lasciava l, quasi a dire: non merita.
Ma il sacrificio pi duro da accettare, per quanto mi riguarda, fu la perdita di Luchina, che era
rimasta a Piana perch il nonno non poteva vivere scompagnato e senza una servit di fiducia.
Questa, almeno, fu la giustificazione che diede mia madre.
Io per sospettavo che si trattasse di un complotto e che la mamma lavesse obbligata a
rimanere al paese per favorire Giosef. Pure lei, come il nonno, lo considerava un buon partito. Tant
che ne aveva parlato a lungo con la stessa Luchina, che alla fine della discussione aveva ribadito,
abbassando la testa come una capretta: A quello non lo voglio. A forza dindagare e dinsistere la
mamma le aveva tirato fuori il nome di Gjergj e da quel preciso istante lintera famiglia si era
coalizzata contro il greco. A fin di bene,  ovvio. Per proteggere la serva-carusa da un pretendente che
non era allaltezza.
Gjergj? interloquiva mio padre quando la mamma entrava in argomento. Un bravo figlio, per
carit. Peccato che non riesca a tenersi un lavoro ch uno. Ne ha fatti, di mestieri!
Troppi, rincarava mia madre. E mai quello giusto.
E magari la preoccupazione era sacrosanta, ma sempre meglio un disoccupato cronico che un
campiere mafioso, fratello dun mafioso americano! Possibile che mio padre, almeno lui, non se ne
rendesse conto? Ma forse era alloscuro delle manovre di Giosef e non realizzava che cera una rivalit,
una guerra in corso, perch certi intrighi, a meno che la mamma non glieli segnalasse, potevano
passargli e ripassargli sotto il naso e lui manco se ne accorgeva.
Sia come sia, Luchina rimase col nonno e la sua assenza fu un dispiacere forte, anche perch da
allora in avanti mi tocc dormire da sola e io non amavo allungare le braccia, di notte, e incontrare il
vuoto.
Per farmi inghiottire questamaro, pap mi prese in disparte e mi spieg quanto fossi fortunata:
a pochi passi da noi, nei vicoli del centro storico, la gente dormiva in otto dentro un vano!
Ah s, pensai. In otto per stanza. E io da sola. Una fortuna che non ero in grado di apprezzare.
Cera un cestello rosso sotto la finestra della mia cameretta.
Cerano tende bianche, lunghe fino a terra, che filtravano con dolcezza la luce.
Eppure qualcosa, l dentro, rifiutava la mia presenza. Mi respingeva. E io non potevo pi
afferrarmi alla schiena di Luchina n ricorrere a Giacomo che, essendo ormai un giovanotto, chiudeva a
chiave la porta della sua stanza e non era disposto a dividerla con nessuno, tantomeno con me.
Insomma, dovevo arrangiarmi per conto mio.
Cos presi le mie decisioni.
Non avevo paura del buio ma dei sogni, dunque mimposi dincanalarli, di costringerli ad
assumere una forma prestabilita. Ero sicura che, se mi fossi concentrata a sufficienza prima di
addormentarmi, sarei riuscita a dominarli. Dovevo solo decidere chi o che cosa sognare. Una
persona, un oggetto, una storia.
O magari un dolce.
Non era impossibile. Bastava chiudere gli occhi e sforzarsi di ricreare, sotto le palpebre serrate,
loro scuro della cotognata negli stampi di terracotta. E allimprovviso loro brillava... Era uno
stratagemma abbastanza semplice e qualche sera funzion, qualche altra fall miseramente.
Tuttavia mio padre non aveva sbagliato la cura.
Pur non essendo medico n specialista in disturbi da trauma, come li chiamiamo adesso, aveva
indovinato quello che ci voleva per sua figlia e le sue previsioni si avverarono perch, appena inizi il
nuovo anno scolastico, conobbi Maria Domina.
Da subito mi scelse come compagna di banco e io ne fui lusingata, dato che era la pi bella
della classe. Bionda. Finefine. Forse un pizzico pi asciutta del necessario, per sotto il grembiule
portava le gonne a svaso largo, lo stesso modello che usavano le ragazze grandi.
Presi posto accanto a lei ma dal lato del corridoio, lasciandole la finestra, e per amor suo mutai
animo e divenni cittadina.
O meglio palermitana, il che implica uno sforzo in pi.
 impegnativa, Palermo. Come no. Ci vuole tempo per abituarsi alle sue stravaganze.
Ma non puoi sapere... Ah, non puoi sapere quantera affascinante in quel passaggio depoca!
Una citt piena di fermenti. Percorsa sottopelle dal brivido della crescita. Dallansia di uscire dal
bisogno. Era... una capitale, ecco! Un corpo in trasformazione.
In questo senso mi somigliava e perci, distinto, la sentivo vicina.
Vero che la miseria era onnipresente, invelenita come le mosche, anche perch alla fame antica
si era aggiunta quella provocata dalla guerra e dalle bombe degli Alleati. E io non ero cieca.
Ogni giorno, tornando a casa da scuola, davanti alla caserma mimbattevo in una fila di
picciottazzi con la latta in mano. Stavano l ad aspettare i rifiuti del rancio. Al porto invece, quando
arrivavano i piroscafi, il corteo delle barche prese in affitto dagli ambulanti tagliava in due il mare.
Tutti in processione, i faccendieri dei vicoli salivano a bordo per comprare gli avanzi che i cuochi
avevano messo in ghiacciaia nel corso della traversata. Cotiche di porco, ali di pollo da rivendere nei
cortili del Capo o della Kalsa.
Questo vedevo. E i disoccupati che dormivano sul marciapiede dirimpetto allufficio di
collocamento per non perdere il turno.
Io per stavo nellaltra Palermo e per andare a casa di Maria Domina facevo via Notarbartolo,
che si manteneva allaltezza della tradizione: una strada-giardino che sfociava tra le palme e le rose di
villa Cupane. Le ruspe ancora non si erano messe al lavoro, n in quella zona n altrove, e per adesso
erano salve le vetrate liberty, le colonne e i porticati leggeri delle innumerevoli palazzine che a breve
sarebbero sparite.
Perch mancava poco, in realt.
Solo una manciata danni e poi sventramento, boom edilizio e speculazione sarebbero diventati
termini duso quotidiano.
Ma nellimmediato le parole dordine erano: risanare, rimodernare, ripulire. E ogni cantiere,
ogni edificio che veniva su era una scommessa contro il destino, anche se mio padre col suo
pessimismo gi vedeva un futuro di disgrazie per colpa dei troppi macchinari: un giro di motore? cento
disoccupati...
A me pareva, pi che altro, di vivere dentro una fiera.
Traffico, mercati, friggitorie, giostre, girandole di luci e ovunque cartelli e tabelloni
coloratissimi.
Alcuni erano enormi, dei mastodonti pubblicitari. Uno, proprio di fronte alla mia scuola,
reclamizzava una motoretta che, guardata da una certa angolazione, sembrava staccarsi dal fondale e
correre dritta verso di me. La guidava una ragazza in maniche corte che mi sorrideva e in quel sorriso
io leggevo il mio avvenire, perch prima o poi, non c dubbio, avrei viaggiato anchio alla sua
maniera. Le mani strette attorno a un manubrio e i capelli al vento.
Cera un altro manifesto, invece, che mi lasciava un po interdetta. Raffigurava unItalia piccola
piccola  la Sicilia quasi spariva  su cui incombeva un gigantesco pacco dono che calava gi dal cielo,
legato a una fune piuttosto esile e impacchettato con la bandiera americana. La scritta di fianco diceva:
Gli aiuti dAmerica  grano, carbone, viveri, medicinali  ci aiutano ad aiutarci da noi. Il che,
riflettevo,  una buona cosa. Ma, piccoli a quel modo, non correvamo il rischio di essere schiacciati dal
bendiddio che pendeva sulle nostre teste?
A parte questa perplessit di carattere, diciamo, generale, e il dolore specifico per la lontananza
di Luchina, non era poi cos terribile abitare a Palermo.
Anzi.
Il primo inverno lo festeggiammo addirittura con una nevicata.
Eravamo ormai a marzo, eppure nevic: un record! Scuole chiuse. Negozi chiusi. Non dura,
profetava la mamma sbirciando fuori dalla finestra, invece ne venne gi unenormit. Il mare prese il
colore del ghiaccio e io indossai il cappotto con la martingala e feci un bel pupazzo di neve nel giardino
di Maria Domina.
Il freddo non mi spaventava. Erano piuttosto i discorsi di Vic ad alimentare un gelo
insopportabile.
Vincenzo era ormai di casa da quando ceravamo trasferiti a Palermo, e io ne ero felice.
Continuava a essere il mio eroe e avevo unautentica venerazione per le sue giacche stazzonate, dalle
cui tasche uscivano bigliettini misteriosi e mozziconi di matite.
Epper la domenica, quando veniva a pranzo da noi perch era scapolo e senza una donna che
gli cucinasse, non parlava daltro che di morti ammazzati.
Sindacalisti, dirigenti del movimento contadino...
Prima Epifanio Li Puma a Petralia Soprana, quindi Placido Rizzotto a Corleone e in seguito, a
Camporeale, uno che si chiamava come te: Calogero. Cangelosi Calogero. Ogni volta che Vic
cominciava a raccontare, puntando il gomito sul tavolo gi sparecchiato, potevo star sicura che un
nome si sarebbe aggiunto alla lista.
Ma erano notizie che provenivano dallinterno dellisola e ormai non mi toccavano. Cadevano
senza peso. Me le scrollavo di dosso con il medesimo gesto impaziente con cui buttavo la treccia dietro
le spalle: non ne volevo sapere di lutti, passati o presenti che fossero.
Anche la morte di Salvatore Giuliano, quando fu, mi arriv come una storia consumata altrove,
in un paese dellentroterra, e si ridusse a uneco di vicende lontane.
Lhanno ammazzato nel sonno... No, in un cortile.... Mentre dormiva, a tradimento... No, stava
scappando con la cinta dei pantaloni in mano... Furono i carabinieri... Ma quale! fu la mafia, che non
lo voleva pi perch faceva troppo rumore... Fu Pisciotta, lamico suo...
Nessuna versione concordava con laltra, e allora? Io ascoltavo e pensavo ad altro.
Vic diceva: Con Turiddu vogliono seppellire le complicit politiche. E magari gli
incartamenti... Pure le carte, e qui si arrabbiava, vorrebbero che dormissero tranquille tranquille negli
uffici giudiziari.
Dalle sue orecchie sporgevano dei ciuffi bianchi, e anche le sopracciglia gli si erano
leggermente sbiancate.
Per quanto riguarda gli studi, nella mia famiglia vigeva una specie di patto implicito: mio
fratello Giacomo doveva studiare da farmacista e io da insegnante. A lui, che era il figlio maschio, in
futuro sarebbe toccato il posto che per il momento era di pap. Io, al pi, potevo scegliere tra magistrali
e liceo classico, se proprio intendevo impegnarmi seriamente.
Il tempo della decisione sembrava non dovesse arrivare mai. Finch, da un minuto a quellaltro,
mi trovai di fronte al bivio e scoprii di volermi iscrivere al liceo scientifico.
Temevo che mi dicessero di no ma per fortuna, alla fine, anche Maria Domina decise per il
Cannizzaro e io mincanalai al seguito.
Non per imitazione, come pensarono i miei, sbagliando. E nemmeno, a essere giusti, per un
qualche spiccato e incoercibile talento che si fosse rivelato allimprovviso. Pi semplicemente, si
trattava della voglia di seguire una pista diversa da quella che mindicavano mamma e pap. E pazienza
se, il pi delle volte, i miei desideri entravano in collisione tra loro e si smentivano a vicenda. Da un
lato volevo essere uguale precisa alle mie compagne: una ragazza con la gonna a ruota e il reggiseno, il
primo! con le coppe appuntite. Dallaltro, ambivo a essere differente. Forte. Moderna.
Sentivo dentro il petto un mormorio, come la voce flebile di un segreto.
Quellanno a Natale, quando andammo a trovare il nonno, ebbi limpressione che il paese fosse
mutato in peggio: pi stretto, misero, rimpicciolito.
I paps ancora combattevano per la conquista delle anime latine, i nostri preti ancora cercavano
di accaparrarsi le anime greche, e anche per il resto non cerano grandi novit. A parte il solito romanzo
a puntate fra i pretendenti di Luchina.
Stavolta Giosef riteneva dessere in vantaggio e di avere via libera, dato che Gjergj era emigrato
a Milano.
Quel cagnolazzo greco! trionfava il nonno. Se n scappato in alta Italia e cos sia.
And a cercarsi un lavoro, lo difendeva Luchina sottovoce, in confidenza, mentre laiutavo a
cambiare le lenzuola o a tirare la pasta col matterello. Per si era incattivita e mi rimproverava in
continuazione, scontenta dei miei andirivieni per il corso.
Ancora vai camminando? sbott una sera che ero rientrata appena in tempo per la cena. Non
me lo ricordavo che in paese, a quattordici anni, quanti ormai ne avevo, le signorine non camminano
pi? Solo le serve si trascinano strada-strada, aggiunse in tono maligno, quasi di rivincita, e io
minalberai: Gesummaria! forse che le mie gambe non sono buone come le tue?
Ma era inutile prendersela con Luchina, che non era in s e pareva spiritata.
Daltro canto non le inventava lei le regole: camminare era notoriamente una di quelle cose che
per noi  noi femmine  finivano assieme allinfanzia. E non si trattava solo dun modo di dire.
Nellaria stessa che respiravo cera una sorta di condanna allimmobilit. Uninerzia forzata che si
spandeva e si allargava come unepidemia contagiando tutto e tutti.
Il paese era immobile.
Le strade erano immobili. Non portavano da nessuna parte.
Guardavo le ragazze che ricamavano sedute davanti alla porta di casa, il collo chino sul telaio e
la faccia rivolta al muro, e non vedevo lora di tornare a Palermo.
Mai le vacanze mi erano sembrate cos lunghe!
E finalmente fummo di nuovo in citt.
Per, alla riapertura della scuola, mi accorsi a un tratto di quello di cui avrei dovuto accorgermi
fin dallinizio. Cio che il Cannizzaro, con tutta la sua tradizione scientifica, era un feudo di maschi e
noi eravamo in poche. Una sparuta minoranza. Una pattuglia di esploratrici in territorio ostile, se non
proprio nemico. Tant che perfino le insegnanti di matematica, rare eccezioni nel panorama scolastico,
per sopravvivere dovevano sfoderare le unghie. Perci erano dure, inflessibili, e di conseguenza molto,
ma molto pi temute dei loro colleghi maschi. Tranne la nostra, che faticava a imporsi in classe perch
era giovane, rosea, bassotta, e per scrivere alla lavagna talvolta si serviva di uno sgabello. Io ladoravo.
La professoressa Melina Pafumi...
Eravamo poche, s, ma abbastanza da fare notizia e una mattina venne a intervistarci una
giornalista di Roma, che stava conducendo uninchiesta sulle scuole italiane e listruzione delle
ragazze.
Fu un avvenimento.
Il preside in persona sinteress ai preparativi e diede ordine ai bidelli di sistemare una cattedra
e dodici file di sedie in palestra: era l che si sarebbe tenuto lincontro, alla presenza dei nostri
professori. Con i soldi della cassa scolastica, compr pure un mazzo di gladioli da offrire allospite.
Daltronde non capitava tutti i giorni di avere a disposizione una giornalista, razza ancora pi rara delle
insegnanti di matematica. Per conoscerne una, bisognava giusto importarla dal continente  dove
peraltro non  che abbondassero...
Questa lavorava alla redazione di non so pi quale rivista femminile. Aveva laria che
mimmaginavo avessero le continentali: decisa, un tantinello brusca. A suo agio in un tailleur blu
profilato di bianco.
Maria Domina mi strinse il braccio: Hai visto? Non ha il rossetto.
Forse a Roma non usa, replicai. Ma ero un po titubante: magari il suo direttore era come il
nostro preside, che a scuola non voleva femmine dipinte. Si fa tanta fatica a diventare grandi, pensai,
e poi c sempre un preside o un direttore che ci dice come dobbiamo essere.
Le professoresse quel giorno erano pi emozionate di noi, ci trattavano con una sorta di timore,
quasi dovessero superare un esame e lesito dipendesse dal nostro comportamento e dalla nostra
bravura.
Una alla volta, si raccomandavano. Rispondete una alla volta.
Considerando la loro agitazione, mi aspettavo delle domande difficili. Profonde. Che
scavassero, senza inganni e trabocchetti, dentro i nostri desideri ancora giovani e incerti. Perci restai a
bocca aperta quando la giornalista, dopo un breve preambolo sullimportanza delleducazione
femminile per una sana vita familiare, chiese: Tra soldi, successo e amore, ditemi, che cosa
scegliereste?
Era facile leggere la risposta negli sguardi ansiosi puntati su di noi.
Alzai la mano. Lamore, dissi avvampando. Consapevole di essere una vigliacca e una
bugiarda.
Non cos bugiarda quanto mi figuravo...
Vero che i nostri progetti, i miei e quelli di Maria Domina, erano grandiosi: lei voleva andare
missionaria in Africa  missionaria laica  e io, per facilitarle lopera, meditavo di iscrivermi a
ingegneria e di costruire ponti e scuole nei luoghi pi sperduti del continente nero.
In alternativa, be... Anche insegnare matematica era un mestiere difficile che richiedeva
energia e determinazione e non lasciava molto spazio per lamore, cio per i ragazzi: in quel periodo
spartivo con Maria Domina un conclamato disinteresse per laltro sesso.
Per lei, diversamente da me, sosteneva di parlare a ragion veduta, senza pregiudizi, dato che
aveva una qualche esperienza a questo proposito.
Daltronde, diceva, bisogna provare tutto, se no come si fa a scegliere?  una questione
filosofica: sentire significa reagire, non per niente stiamo studiando Dewey!
La filosofia, in quel momento, era la nostra materia preferita e i filosofi che davano valore
allazione concreta erano quelli che ci piacevano di pi. Niente metafisica. La verit stava nella pratica:
noi eravamo con i pragmatisti! Ed era stato proprio per seguire questo principio filosofico, non per
altro, che Maria Domina si era lasciata baciare da un giovanotto durante la festa di compleanno di suo
fratello Edoardo.
Purtroppo la faccenda non si era rivelata di suo gradimento: la lingua, la saliva, quellumidiccio
molle... Che delusione! Ogni volta che raccontava questa storia, ossia spesso e volentieri, concludeva
dicendo: Non vale la pena.
Io le credevo ciecamente.
Il che non mimpediva, rimasta sola, di chiudermi nella mia stanza, accendere il giradischi e
ascoltare e riascoltare allinfinito la stessa canzone, la stessa voce di donna che ripeteva: ho un
appuntamento con la luna alle nove fuori di citt...
In breve, tutto andava come doveva andare.
Ogni tanto per precipitavo dentro una stanchezza improvvisa, senza motivo.
La citt allora perdeva il suo fulgore e, per un attimo, mi sembrava di aggirarmi, lenta e furtiva,
nella vita di unaltra.
Ma non ero lunica in famiglia a soffrire di attacchi di panico e crisi depressive: anche
Giacomo, dietro le sue arie da maschio guerriero, era un po terremotato.
Con una differenza.
Lui non lottava, come me, per nascondere e seppellire. Non cercava di scollegare il presente dal
passato. Al contrario. Mio fratello catalogava i ricordi come fossero fotogrammi e pretendeva che ogni
minimo dettaglio, ogni sfumatura, siscrivesse perfettamente in una catena logica e l trovasse la sua
collocazione. La sua ragione dessere.
Lui non voleva una memoria muta. E forse per questo, almeno allinizio, si appassion ai
processi. Non come te... A spingerlo non era un bisogno emotivo, confuso come tutti i bisogni di questo
genere, piuttosto una passione fredda, razionale, ossessiva.
Comunque sia, la cosa crebbe gradualmente.
Il processo di Viterbo lo aveva seguito pi che altro per solidariet nei tuoi confronti e perch,
come diceva, si trattava di un fatto dinteresse generale, che riguardava tutti gli italiani, non soltanto le
vittime e gli imputati. Ma quando la Corte di Palermo cominci a istruire il processo a carico di
Gaspare Pisciotta, indagato per lassassinio di Giuliano, fu allora che scopr il fascino dei tribunali e
non ebbe pi pace.
Sinformava sui giudici. Sugli avvocati. Sinteressava alle procedure, alla macchina della
giustizia e al suo funzionamento: possibile che Pisciotta, reo confesso, pretendesse dallo Stato i
cinquanta milioni della taglia  la taglia su Giuliano  e che magari, cosa ben pi grave, ne avesse
davvero diritto?
Non  giusto... non si pu accettare...
Di quando in quando, per, si perdeva dentro i suoi pensieri e, in quei momenti, era inutile
chiedergli cosa avesse, si chiudeva in camera sua con lo sguardo stonato e non rispondeva a nessuno.
Lascialo stare. Ora gli passa, sospirava la mamma.
In effetti, dopo un intervallo pi o meno lungo, riapriva la porta e urlava: chi ha preso i miei
dischi?
A tratti era proprio una furia... E mi accorsi che certi gesti, certi movimenti del corpo, erano
simili ai tuoi, come se ve li foste passati luno con laltro. Ogni volta che le sue spalle magre scattavano
in un sussulto di rabbia, mi pareva di vedere te.
Quando gli prendevano queste collere astratte, soltanto Edoardo, il fratello di Maria Domina,
riusciva a calmarlo.
A Palermo, Edoardo era il suo migliore amico. Non che avesse preso il tuo posto... Ma erano
molto legati.
Io invece lo trattavo un po cos, senza dargli credito: lo conoscevo attraverso i racconti di sua
sorella, perci non mi faceva impressione, nonostante allepoca Edoardo fosse un mito, per quanto era
bello. Con gli anni si  ingrossato, ma da ragazzo era pi asciutto di Maria Domina. Una bellezza fine.
Delicata. E proprio per smentirla, lui si atteggiava a duro. Si vantava di essere in confidenza con certi
ragazzi che giravano vestiti, cio con il coltello in tasca, e una volta che gli proposero di diventare
capoclasse  sia come sia, a scuola era bravo  fece lo scandalizzato: Un lavoro da sbirro! a me lo
chiedono?
Insomma ci teneva a distinguersi e, inverno o estate, girava con una giacca di pelle da
motociclista, bench in realt non possedesse nemmeno un ciclomotore a causa dellirremovibile
divieto di sua madre: Con questo traffico? Manco a parlarne. Perci, di nascosto, montava i motorini
degli amici.
Le mie compagne erano perse dietro a Edoardo, lo aspettavano sotto casa, lo invitavano a certe
festicciole dove lui si presentava con le mani in tasca e un sorriso sbrigativo. Era troppo, troppo
strafottente.
Ma con me era gentile. Si offriva di portarmi i libri, quando mincontrava dalle parti della
scuola, e io accettavo pensando agli sguardi invidiosi delle amiche.
Qualche tempo dopo la famosa intervista, pi o meno alla fine di gennaio, accadde
linimmaginabile: Luchina usc dalla casa del nonno e invece di entrare, al solito, nella bottega del
fornaio, prosegu a passo svelto fino alla fermata della corriera.
Insomma scapp.
A Palermo pioveva forte  un giorno acquazzoso, come diceva lei quando voleva parlare
italiano  e, in mezzo a un concerto di tuoni che spaccava il cielo, venne a bussare alla nostra porta.
O almeno tale era lintento, perch alla prova le manc il coraggio e rimase piantata fuori, sotto
le nostre finestre, dove si prese la pioggia e gli schizzi che alzavano le macchine nel passare. Mio padre
la trov sulle scale, infangata, tremante, sospesa.
In cucina, mentre la mamma la interrogava e cercava di capire  ma chi... ma come...  lacqua
continuava a gocciare dalla balza della sua gonna. Ci vollero un asciugamano eppoi una tazza di latte
caldo e la tenacia inquisitoria di mia madre perch infine arrossendo, balbettando, spiegasse a fronte
bassa per la vergogna che Giosef era diventato troppo camorrioso. La incantonava a ogni angolo e
insisteva: alzati la vestina che non ci vuole niente, un minuto ci vuole...
Nel riferire, mimava la scena in modo realistico, tant che la mamma mi ordin: va nella tua
stanza! e per una volta le obbedii volentieri. Preferivo non ascoltare.
Quella sera, spartii di nuovo il letto con lei. Una sistemazione che l per l mi parve naturale: il
ritorno a uninfanzia remota. Dai suoi capelli per veniva un odore strano, di limo nascosto, e nel buio,
anche senza sfiorarla, avvertivo la sua tensione. Era contratta. La schiena rigida. I piedi freddi. Un
corpo sconosciuto che non aveva pi il potere di dar forma al mio sonno.
Luchina, daltra parte, non era scappata fino a Palermo per stare con me. Anche lei aveva i suoi
progetti. E ce li comunic subito subito, il mattino seguente, mentre eravamo riuniti a colazione e mio
padre gi si poneva il problema del che fare e di come avvertire il nonno.
Cosa gli devo dire? le domand, cauto, girando il cucchiaino dentro la tazza del caffelatte.
Vossia ci dica che me ne vado lass. In alta Italia.
E per dimostrare che parlava sul serio, dalla tasca della gonna estrasse una busta da cui tir
fuori una carta piegata in quattro.
Aveva smesso di piovere. In strada era scuro e anche dentro la stanza, ma sul tavolo cera una
lampada accesa ed  sotto quel lume che lei va a posare il foglio: sotto il lume e davanti a mio padre.
Poi ci ripensa e lo spinge verso la mamma, che se ne impadronisce e comincia a leggere: cara sorella...
Si trattava, in sintesi, della risposta a una lettera che Luchina aveva fatto scrivere da qualcuno 
un amico? uno scrivano di mestiere? ce nerano ancora in paese  alla maggiore delle sue sorelle. Ne
aveva sette, bench nessuno di noi se ne ricordasse. Mai si erano viste o sentite, cos ceravamo abituati
a considerare la nostra serva-carusa una specie di orfanella, senza parenti prossimi. Invece erano in
sette  nove contando due morticini, due maschietti che non avevano toccato lanno  e la maggiore si
era stabilita a Milano, dove lavorava da stiratrice. Nella lettera diceva che nemmeno in continente si
mangia a pranzo e a cena, non  lAmerica, e la sua casa non era un palazzo ma aveva bagno, cucina e
tutto il necessario, e un angolo di letto per la sorella pi piccola poteva sempre rimediarlo.
Comechessia e a dio piacendo.
Quando la mamma ebbe finito di leggere, Luchina si riprese il foglio e lo pieg accuratamente
prima di rimetterlo in tasca.
Lass me ne vado.
A Milano.
Dove si sarebbe occupata dei nipoti e magari avrebbe guadagnato anche lei, stirando in tintoria
per farsi una dote. Ne aveva bisogno, perch Gjergj, che per lappunto stava lass, presto o tardi
avrebbe trovato un lavoro  al Nord non  come da noi, i giovani di buona volont la trovano una
fabbrica o unofficina in cui faticare  e allora lavrebbe sposata.
S, sposata, perch lei non era una femmina dappoco.
Lo disse con un lampo di selvaggeria negli occhi e mia madre si affrett a rispondere: Sicuro.
E per la dote non ti preoccupare: quando sar, ti aiuteremo noi.
Si sentiva in colpa per averla lasciata sola in una casa dove passavano uomini a ogni momento
del giorno e della notte.
Non ero mai stata alla stazione centrale di Palermo, per mi sembrava di conoscerla bene: in
fondo tutti i racconti di viaggio  le partenze, gli arrivi, i ritorni  cominciavano da l.
Da l o dal porto.
Comunque sapevo con certezza che, prima della guerra, i binari erano coperti da una grande
tettoia in vetro e ferro, con le capriate a falce. Una struttura elegantissima, a sentire mio padre, e
costruita a regola darte, con le cerniere a snodo per consentirne la flessibilit e compensare la
dilatazione termica. Una meraviglia di cui, adesso, non cera pi traccia. Ma non era stata una bomba a
distruggerla. Per la sua scomparsa dovevamo ringraziare lo sforzo bellico. In sostanza eravamo stati
noi, o meglio loro, cio i fascisti al governo, a tirarla gi durante loperazione Ferro per la Patria.
Ora, al suo posto, cerano impalcature, attrezzi, sacchi pieni di sabbia e pietrisco, argani, funi e
pensiline provvisorie. In altre parole, un cantiere. E, di conseguenza, polvere e disordine.
Non mi sentivo a mio agio dentro quella confusione. Sbandavo tra carriole e arnesi da muratore,
un po intronata dal baccano, e mi dispiacevo per Luchina, che se ne andava in mezzo a una tale
babilonia.
Lacqua ce lhai? si preoccupava intanto la mamma, mentre mio padre controllava lorario del
treno sul tabellone. La coperta lhai presa?
Lei non rispondeva e si guardava le scarpe nuove con malcelato allarme, come se dubitasse
della loro comodit. Ma ormai le toccava farci labitudine, dato che a Milano, a quanto pare, nessuno
cammina scalzo.
Erano venuti a salutarla, bench la conoscessero appena, anche Maria Domina e suo fratello.
Edoardo ci aveva raggiunto nellatrio e ora ciondolava davanti a un chiosco di bibite con la
sigaretta allangolo della bocca, stile attore americano.
Mi domandavo perch mai si fosse voluto unire al nostro gruppo, dato che restava indietro di
continuo, con laria un tantinello annoiata, e Giacomo doveva sollecitarlo.
La stazione, con quello sventramento in corso dopera, era brutta a vedersi. Un rigagnolo sporco
colava tra i calcinacci, in alto ondeggiavano ganci e bracci di ferro e i ponteggi si muovevano con
unoscillazione impercettibile, pi accentuata quando gli operai si spostavano sui palchi. In tutto quel
dondolio le travi davano lidea di essere addossate al vento... E non era solo fantasia, perch un carico
piomb effettivamente a terra sprigionando un gran polverazzo. Non ebbi nemmeno il tempo di
spaventarmi: per un attimo divenni cieca e mi persi il mondo e pure Luchina, che svan in un caos
completo assieme ai bagagli.
Quando riapparve, era al finestrino del suo scompartimento e ancora oggi  cos che la ricordo:
il petto schiacciato contro il vetro di un treno fermo alla stazione di Palermo.
Un ferroviere in divisa stava controllando le porte dei vagoni, una dopo laltra, e dunque la
partenza doveva essere imminente. Ma, per quanto mi concerne, quel treno non si  mai mosso dal suo
binario, perch appena mio padre grid: Ora parte! sta partendo! io gli voltai le spalle. Non volevo
vederlo sparire, lento allinizio e poi veloce, fino a ridursi a un suono lontano. Perci feci dietrofront e
fu allora, nel girarmi, che incontrai gli occhi di Edoardo.
Erano vigili e stranamente mansueti.
Occhi che chiedevano senza chiedere.
Il circolo di piazza Verdi aveva fama dessere comunista e, sottosotto, doveva esserlo sul serio
considerando che Vic ci passava le ore.
In realt era frequentato dagli intellettuali pi alla moda, monarchici, democristiani o socialisti
che fossero. Chiunque sapesse argomentare, prima o poi si ritrovava sulle poltrone in velluto stinto di
quella sala. Professori universitari, pittori, scrittori, giornalisti. E magari avvocati alle prime esperienze,
pieni dentusiasmo e senza quattrini, com logico, dato che avevano per clienti le Camere del Lavoro e
i contadini incarcerati durante loccupazione delle terre. Anche loro salivano volentieri su per le scale
di quel palazzo malandato che conservava, nella sua svagata decadenza, un tocco di superbia.
Cerano dunque i soci del circolo e cerano, in secondordine, gli ospiti abituali, tra i quali
figuravano alcuni giovani delluniversit e due o tre studenti del liceo. Il che permise a Vincenzo di
trascinarsi dietro pure mio fratello.
Il ragazzo, afferm, ha bisogno di confrontarsi con qualcuno che non sia della famiglia.
E mio padre, nonostante avesse scarsa simpatia per quei parlatori a tempo perso, non ebbe il
coraggio di sollevare problemi. Anzi diede la sua benedizione, sperando che mio fratello trovasse
finalmente un luogo dove investire le sue energie.
Unaspettativa che in effetti non and delusa.
Bench il Circolo non lo entusiasmasse molto (troppa fumisteria), fu l dentro che Giacomo, per
la prima volta, sent parlare di Danilo Dolci e dellattivit che andava svolgendo nelle campagne e nei
vicoli di Palermo.
I pareri sulluomo erano discordi. Tutti gli riconoscevano una grande levatura morale, per
carit. Ma cera chi gli rimproverava la distanza dalla politica, chi lo considerava vicino agli anarchici,
quindi sospetto, e chi scuoteva la testa sussurrando: un sognatore!
A questa parola mio fratello sindign.
Capisci? disse poi a Edoardo. Soltanto perch scrive poesie! Ma Nicola Barbato era un
socialista e diceva che il socialismo porta pane, pace e poesia...
Che poesia? fece Edoardo. Cosa centra la poesia?
E mio fratello: Bestia! Centra, centra.
Ma non chiar come.
In compenso gli spieg chi era e chi non era Danilo Dolci  nel frattempo aveva raccolto
parecchie informazioni  e quali metodi usasse per le sue battaglie.
Edoardo non ne sapeva niente  e tantomeno io  ma era successo che a Trappeto un bambino
era morto di denutrizione, per mancanza di cure, digiene e di cibo, e questuomo, questo Danilo Dolci
 che non era neanche siciliano, essendo nato in provincia di Trieste  si era steso sul letto del
morticino e aveva smesso di mangiare. In Sicilia, forse in tutta Italia, non si era mai vista una cosa del
genere: uno sciopero della fame a oltranza, fino alla morte se necessario! Per fortuna allultimo la
Regione aveva capitolato, dando il via libera ai lavori per lacquedotto e finalmente lacqua potabile,
almeno quella, era arrivata a Trappeto. Grazie a Danilo Dolci, che era rimasto senza mangiare...
Nemmeno un morso di pane? chiesi a questo punto, muovendomi a disagio sulla sedia.
Digiuno assoluto.
Caso vuole che questa conversazione avvenisse mentre eravamo a tavola, un giorno che la
mamma aveva invitato anche Maria Domina e suo fratello per fargli assaggiare la specialit della casa,
i carciofi in pastella. Erano usciti dalla frittura come piacevano a me, croccanti, dorati, con un pizzico
di amarostico che si avvertiva appena in fondo al boccone, ma dopo il racconto di Giacomo mi era
passato lappetito.
Mangia, si spazient la mamma. Sei troppo giovane, tu, per digiunare. Ancora hai da
crescere.
E come sempre aveva ragione, non dico di no. Forse dovevo crescere un altro tantinello, in
altezza e soprattutto in circonferenza di petto e di fianchi, ma non era necessario che me lo
rammentasse di fronte a Edoardo.
Fin che mio fratello si fece quaranta chilometri, parte in corriera e parte a piedi, per conoscere
luomo dei digiuni e incontrarlo l dove abitava, a Trappeto.
Part allalba e torn di notte. Eccitato, con la mente in subbuglio e la parlantina sciolta.
Raccont che il nostro Gandhi  adoper proprio questappellativo, in uso sui giornali  era un
omone alto due metri che, a spregio dellaltezza, riusciva a non guardare mai nessuno dallalto in
basso. Era un pacifista, ma non un pacifista assoluto, perch diceva: piuttosto che scappare, meglio
sparare, per ricordatevi che sparare non risolve i problemi  la Storia lo dimostra  quindi  meglio
inventarsi un mezzo pi efficace
Del resto, aggiunse mio fratello, che sullargomento doveva aver fatto le sue riflessioni, chi
 che spara qui da noi? I mafiosi e i prepotenti! Non  da loro che prendiamo esempio.
Dunque Giacomo conobbe Danilo Dolci e trov il suo daffare: riunioni, incontri, dibattiti,
iniziative e scioperi di ogni genere e grado, scioperi della fame, scioperi alla rovescia (disoccupati che
lavoravano gratis per cose di pubblica utilit) e scioperi contro la leva militare.
Mio fratello non aveva pi tempo per i terremoti personali.
In quanto a me... Be, io avevo Giosi e non si pu dire che non mi tenesse occupata! Ero sempre
io a portarlo fuori, perch tutti si lamentavano: che schiavit, che camurria... Per me invece era una
soddisfazione.
La passeggiata pi lunga la facevamo di pomeriggio, quando non cera scuola. Alle cinque in
punto lo svegliavo  a quellora dormiva sul suo tappetino  e gli mettevo il guinzaglio per paura delle
macchine: era diventato sordo oltre che vecchio. Poi scendevo di corsa in strada, dove cominciava il
tira e molla. Stringevo, allentavo, scioglievo, legavo di nuovo cercando, nello stesso tempo, di non
inciampare contro le radici delle magnolie.
Minquietavano, quelle radici giganti: stavano l, acquattate dentro gli spacchi del marciapiede,
pronte a balzare su per afferrarsi alle mie caviglie. Mentre le controllavo con la coda dellocchio, mi
tornavano in mente le ragazze del paese, che ricamavano con la faccia al muro e non camminavano pi.
Allora mi scappava un respiro fondo, come a unevasa.
Un pomeriggio di quelli, mi trovavo pressappoco allaltezza del bar Grif, un caffettuccio che
conoscevo a memoria perch ci compravo sempre il gelato. Eppure, sollevando lo sguardo, mi accorsi
di non aver mai notato linsegna sullingresso: una delicata incisione liberty, che mostrava il profilo di
una donna col cappello a cloche e una tazza di caff in mano.
Rallentai, sorpresa. E in quellattimo, dentro il riflesso della vetrina, vidi Edoardo.
Stava attraversando la strada per venire dal mio lato ma, prima di attraversare, estrasse un
pettine dalla tasca interna della giacca e si lisci i capelli.
Ehi! salut quando fu vicino.
Per farla corta, mi ritrovai a passeggio con lui.
Da principio ero imbarazzata, non sapevo cosa dirgli, perch non mi sembrava una situazione
normale, non era come quando mi accompagnava a scuola... Avevo quasi limpressione che il nostro
incontro non fosse avvenuto per caso.
Ma no, pensai. Sicuramente ha un qualche impegno nei dintorni. O qualche ragazza pi grande
di me a cui fare la posta. In ogni modo, non desideravo approfondire la questione. Non con lui. Meglio
lasciare tutto cos comera e chiedere pi tardi a Maria Domina, giusto per controllare: che ci faceva
tuo fratello sotto casa mia?
La giornata era splendida. Bench fossimo allinizio di febbraio  la festa della Candelora era
passata da poco  il sole scaldava e sotto i platani dei viali la luce aveva un riverbero verde, di
primavera.
Giosi si sfogava ad abbaiare contro i cani senza collare, un divertimento pericoloso, ma, per una
volta, non lo rimproverai. Anchio avevo voglia dazzardo e di svago, tanto che scordai i compiti
lasciati a met e, quando fummo in vista del portone di casa, tirai il guinzaglio e ripresi daccapo la
passeggiata, sempre con Edoardo al seguito. Mi pareva di essere in vacanza.
Per cammina cammina, a forza dandare avanti finimmo in un vicolo, e l il panorama cambi
completamente.
Succede, a Palermo. Esci dalla Cattedrale, fai duecento metri e sei fra le baracche del Cortile
Cascino, davanti a pareti nere di scorpioni. Oppure esci dal Teatro Massimo, di nuovo fai duecento
metri, svolti e ti ritrovi fra bambini nudi e vecchi chiusi dietro cancelletti a sbarre.
Doveravamo capitati noi, non si vedevano pi palazzi, solo casupole e tuguri corrosi, che si
reggevano a stento. Come fossero debilitati, consunti da una lunga malattia. Il marciapiede era sparito e
al posto delle magnolie crescevano macerie e cumuli di rifiuti, montagne di spazzatura che si
spingevano fin sotto le abitazioni, perch la monnezza, com noto, finisce immancabilmente sui piedi
dei poveri.
Fra tutto questo sporco, un gruppo di ragazzi giocava allo spagnu con i tappi delle birre. Li
buttavano a turno contro il muro, studiando linclinazione in modo che rimbalzassero dentro il cerchio
dipinto a terra, ed erano talmente limati e rifiniti, quei coperchietti, da sembrare delle monete. E il
vincitore se li sarebbe presi dal primo allultimo.
Ah quanto sono lisci! pi di un cinque lire! esclam Edoardo con una certa golosit nella
voce.
Si era fermato a osservare la scena e stava in mezzo alla strada, con i pollici infilati nella cintura
dei pantaloni e il desiderio stampato sul viso. Finch un ragazzo, chiaramente il capo, non gli rivolse un
cenno dassenso: tira! e allora si chin a raccogliere un tappo. Ma prima di lanciarlo, si volt verso di
me, come per chiamarmi dentro la sua sfida: un gesto quasi involontario. E tuttavia cera un tale
slancio, una tale complicit nel suo sguardo che decisi di non raccontare niente a Maria Domina e di
tenere il nostro incontro tutto per noi.
Non che fosse facile. Gi pensavo a cosa dire e cosa non dire... e forse  per questo che fui
punita...
Sta di fatto che, mentre tornavamo indietro, incappammo in uno strillone che vendeva il
quotidiano della sera. Avr avuto dodici, tredici anni, ed era preciso ai ragazzi del vicolo. La faccia
malandrina. Le brache strappate sopra il ginocchio. Analfabeta di sicuro. Ma aveva imparato a
memoria il titolo dapertura e lo urlava a ripetizione: hanno ammazzato a Pisciotta! hanno ammazzato
a Pisciotta!
La gente si affoll, gli fece cerchio attorno e lui, per invogliarla allacquisto, moltiplicava i
particolari: allUcciardone! cella numero quattro... Pisciotta avvelenato alla vigilia dellAppello!...
caff al veleno per Pisciotta!... chi muore tace...  morto il compare di Giuliano!
Era orribile dover sapere qualcosa che non volevo sapere affatto.
Avevo in sospeso un esercizio di matematica per il giorno dopo.
Tirai fuori il quaderno.
Presi la penna.
Le mie dita tremavano, laggi in basso: avevo limpressione che tra me e loro ci fosse un
chilometro di distanza.
Difficile che Vincenzo mancasse un invito a cena, ma quella sera non si present e non ebbe
nemmeno il buon gusto di avvisare, suscitando le rimostranze di mia madre:  educazione, questa?
Venne a scusarsi pi tardi, quando ero sul punto di coricarmi.
No, grazie, disse alla mamma che, ormai ammansita, si era offerta di scaldargli una pasta.
Non posso fermarmi, devo tornare al giornale: a Roma c limpazzimento!
E lui dipendeva da Roma, adesso. Cio da quando la Voce della Sicilia aveva chiuso i battenti,
costringendolo a cambiare testata.
Quanto aveva sofferto per questa vicenda! Tu non sai che martirio, tra i problemi pratici della
chiusura e la ricerca di una nuova collocazione... che oltretutto si rivel pi difficile del previsto... A
causa del carattere, per dirla come va detta, perch Vincenzo  fiammiferino: al minimo attrito,
vahmm! si accende di botto. Considera che laveva gi pronto, il posto: allOra, un giornale di battaglia
che gli calzava benissimo. Sennonch, proprio alla prima riunione, non va a litigare col direttore? che
era un socialista, allepoca, uno che sinfiammava altrettanto facile.
AllOra, quindi, porte chiuse. E per gli altri quotidiani Vincenzo non possedeva, ahim, le
giuste credenziali politiche.
Il mestiere? La capacit? Non gli interessa, a quelli, si lamentava con mio padre. Vogliono
altro, loro. E se un bravo giornalista rimane a secco, ehh... cornuto chi ha bisogno!
Cos, gira e rigira, dopo molti mugugni e tentennamenti aveva finito per accettare lofferta
dellUnit. Da Roma volevano un redattore per le pagine locali e lui aveva detto di s, anche se per un
giornalista della sua esperienza significava unoggettiva retrocessione.
Il giornale merita, per carit, aveva spiegato, al solito pranzo della domenica. Per un conto 
lavorare in una redazione centrale  magari povera, ma centrale  altro conto  una sede periferica,
lontana dal luogo del comando. Che, per un quotidiano,  dove si spulciano le notizie e dove si valuta
quali articoli mettere in evidenza e quali tagliare.
I suoi, a Roma, li tagliavano spesso e volentieri...
Ma la storia di Pisciotta era da prima pagina, ed era sua.
Quella sera dunque Vincenzo aveva una gran premura, tuttavia alla fine si lasci convincere ad
accettare un bicchierino. Ricordo che lo bevve in piedi, stringendo gli occhi sotto le sopracciglia
grosse, striate di grigio.
Fra un sorso e laltro, continuava a ripetere: Sono di fretta! Doveva tener dietro al suo
direttore che, da una scrivania lontana mille chilometri, non faceva che urlargli: muoviti! Come se ce ne
fosse bisogno.
I minuti contati! lo so meglio di lui che abbiamo i minuti contati.
Pisciotta infatti era morto allora di colazione, alle sette e mezzo, in tempo perch i quotidiani
del pomeriggio dessero la notizia. Ma adesso spettava a loro, ovvero ai giornali del mattino, il compito
di approfondire, scavare, frugare dentro gli avvenimenti e passarli al setaccio.
Vincenzo comunque era in anticipo sugli altri.
Parto bene, afferm. Non solo per la conoscenza del personaggio, ma perch si era
aggiudicato un mezzo scoop: grazie al suo intuito, giusto quella mattina lUnit era uscita con la foto di
Pisciotta in apertura. Non per annunciare la morte del bandito che, mentre il giornale andava in stampa,
era ancora vivo, bens per commentare  con quella foto  la notizia che tutti davano in prima pagina:
lelezione del nuovo presidente del consiglio. Ossia di Mario Scelba, proprio il ministro che aveva
accreditato le menzogne sulluccisione di Giuliano e offerto una copertura a Gaspare Pisciotta.
Ecco perch la sera avanti Vincenzo aveva alzato il telefono e aveva proposto ai suoi colleghi
romani di pubblicare il famoso salvacondotto. Quello con la foto del bandito e in calce, per lappunto,
la firma di Scelba.
Al capo-servizio era sembrata una buona idea e cos Vincenzo era balzato di colpo dalla
cronaca alla prima pagina. Un bel salto, no? E io pensai, in un lampo di comprensione:  la sua
rivincita. Lo dissi pure a voce alta e lui mi diede un buffetto con la punta delle dita: Ma quale!
In realt era stata una decisione sofferta e a Roma avevano discusso un bel po, perch il
documento era vecchio e qualche redattore laveva definito addirittura inattuale. Ma era il documento
che Pisciotta in persona aveva consegnato alla Corte per dimostrare la sua intimit con il potere
costituito. E bisognava pur ricordare agli italiani chi era Scelba! Cos il giornale era andato in edicola
con la foto del bandito... Che nel frattempo era gi morto. Chi mai poteva immaginare che la
pubblicazione di quelle vecchie carte si sarebbe rivelata tempestiva in un modo quasi imbarazzante?
Eh, fece Vincenzo. Poi si tocc il naso. Fiuto!
Ci voleva fiuto per intuire certe cose, anche sapendo quello che sapeva lui. E lui sapeva, per
esempio, che Pisciotta, due giorni fa, aveva insistito per vedere un magistrato.
Era sabato e in procura gli uffici stavano chiudendo. Cera un unico sostituto, il dottor Pietro
Scaglione, che malgrado lora tarda si era precipitato al parlatorio del carcere e aveva avuto un
colloquio a quattrocchi con Pisciotta. E lincontro doveva essersi rivelato interessante, perch il
magistrato aveva promesso di tornare il giorno successivo con un cancelliere. Per verbalizzare.
Prima di Scaglione, ecco per che arriva il caff alla stricnina.
Che puntualit, eh! che puntualit. Ma qui Vincenzo fin di bere e, dopo essersi di nuovo
scusato con mia madre, se ne torn in redazione, lasciandomi in balia del sonno.
Se si poteva chiamare sonno quella specie di ubriacatura che mi appannava la vista e per non
mimpediva di vedere il bottone che pendeva sulla giacca di mio padre. O il filo di sudore che
luccicava sul labbro di mia madre.
Ero come ottenebrata. Piena di spavento. Non per quello che aveva raccontato Vincenzo e
nemmeno per lassassinio, in s e per s, di Gaspare Pisciotta: quella morte violenta, che nasceva da
una violenza pi antica, mi faceva paura perch era accaduta allUcciardone. A pochi passi da casa
mia.
Come se fosse tornata apposta da lontano per fermarsi sotto le mie finestre.
Per me, una cosa passata era passata per sempre.
Al contrario di mio fratello, mi rifiutavo di credere che un fatto potesse generarne un altro e un
altro ancora, allinfinito.
Tuttavia quella sera, mentre cercavo il caldo sotto le coperte, ebbi limpressione di vederla, la
catena interminabile dei fatti. Con i suoi anelli che si allacciavano sottoterra, nella polvere,
nelloscurit, e crescevano assieme alle radici delle magnolie, in attesa di correre su a spaccare
lasfalto.
Quando mi svegliai, era un giorno di scuola uguale agli altri.
Bevvi il mio solito caffelatte ben zuccherato, strinsi i libri con la cinghia elastica che da tempo
aveva sostituito la cartella e uscii in perfetto orario, pensando allesercizio di matematica ancora da
finire.
La giornata era abbastanza insolita, per Palermo. Una luminosit fredda, da inverno nordico,
lisciava i viali. Lumido si posava sui bordi del marciapiede, brillava sulle pietre bagnate e rendeva
elettrici i miei capelli. Dal porto mi arrivavano, a intervalli regolari, le segnalazioni delle navi. Tre
fischi di sirena per la retromarcia, uno per la marcia in avanti: stavo diventando piuttosto esperta in
materia di sbarchi, imbarchi e marinerie.
Intanto continuavo a pensare alla scuola, ai compiti, alle interrogazioni, ossia ai miei impegni
quotidiani di studentina (un diminutivo che piaceva molto alla mamma). Perci non so dirti come fu
che a met del percorso, invece di proseguire dritto per la mia strada, deviai verso lUcciardone. Non si
tratt di una scelta consapevole. O di un pensiero compiuto, con una sua logica. Non decisi nulla.
Svoltai e basta.
Quante volte al giorno mi poteva succedere di passare sotto le torri del penitenziario? Due, tre,
magari quattro. Per me lUcciardone non era un carcere, bens una veduta familiare, pari alle altre. I
miei occhi ormai avevano cancellato le garitte piantate in alto lungo la cerchia muraria, il mio sguardo
le sfiorava appena e subito correva in basso, per fermarsi sulle fondamenta della vecchia fortezza
borbonica assediata dalle macchine. Ma qualcuno aveva ucciso il luogotenente di Giuliano, laveva
tirato fuori dal mio passato per ammazzarlo proprio dentro quelle mura ed ecco che di colpo, mentre mi
avvicinavo, lUcciardone mi apparve nella sua interezza e per quello che era: un luogo a s.
E anche unattrazione, a giudicare dalla folla che stazionava di fronte allingresso. Uomini,
donne col fazzoletto in testa per ripararsi dal freddo, vecchi, bambini. E ancora ne venivano, spinti
dalla curiosit. Ma curiosit di cosa, se non cera niente da vedere.
A parte lUcciardone.
La folla, a starci in mezzo, non sembrava tale. Si slargava, si divideva in gruppi e gruppetti, non
me la sentivo addosso. Se pensi che allepoca bastavano quattro persone a farmi accelerare il polso! Mi
capitava perfino di dover uscire dal cinema, se era troppo pieno.
Ma questa folla era diversa dalle altre, forse perch conteneva molti giornalisti e la parola
giornalista, per me, era sinonimo di Vincenzo.
Naturalmente mi aspettavo di vederlo da un momento allaltro e, poich non spuntava, lo cercai
a destra e a manca, tra gli alberi e in fondo allo spiazzo. Ma di Vic neanche lombra e la sua assenza
mi provoc un moto di delusione e, insieme, di sollievo.
Pi sollievo che delusione.
In realt avevo timore dincontrarlo perch, in tal caso, avrei dovuto giustificarmi e spiegare
come mai mi trovassi in via Albanese, davanti al carcere. In pieno orario scolastico. E cosavrei potuto
dire a mia discolpa? Che era la prima volta che marinavo la scuola?
Pass unora, ne pass unaltra. La gente andava e veniva, solo i giornalisti non si muovevano,
in attesa dei risultati ufficiali dellautopsia. E io mi chiesi come potessero sopportare il loro lavoro,
linfinita pazienza che ci vuole per catturare notizie, notizie, notizie. Io le odiavo, le notizie. Essere
alloscuro di tutto, quando ero bambina, mi sembrava un castigo, ora mi appariva come una
benedizione.
Eppure non mi allontanavo. Stavo l, con il vento gelido che mi soffiava sulle gambe, ad
ascoltare i colleghi di Vic che parlavano di Pisciotta, di come lavessero portato in barella
allinfermeria e del medico che non gli aveva fatto nemmeno la lavanda gastrica: ci vuole giusto un
dottore per non riconoscere i sintomi dellavvelenamento... Qualcuno fece pure del sarcasmo sui
corridoi dellUcciardone e sul traffico, pi intenso l dentro che a piazza Marina: carcerieri o carcerati,
tutti entravano e uscivano dalla cella di Gaspare Pisciotta, avanti e indietro come da un circolo del
bridge.
A un tratto si zittirono e, allunisono, volsero lo sguardo verso un punto preciso: sotto le mura
dellUcciardone erano apparse due donne che procedevano affiancate, con il medesimo passo. Fu un
attimo. Quindi lintero gruppo scatt, lanciandosi incontro alle nuove venute.
Erano la madre e la sorella del morto.
La madre indossava uno scialle paesano, da femminella antica, che le copriva i capelli e la
guancia sinistra, sfregiata da una brutta cicatrice. Era scesa da Montelepre per accompagnare la salma
alla sala mortuaria della Feliciuzza, dove sarebbe rimasta fino alla sepoltura, e i giornalisti la strinsero
incalzando, chiedendo.
Lei prima si tir indietro, poi disse che s, aveva visto il corpo del figlio: gonfio, nero, giallo, di
tutti i colori.
Me lammazzaro! grid da sotto lo scialle col tono acuto del lamento funebre, che taglia le
viscere. E continuando a gridare chiese perch, ma perch le guardie non le avevano permesso di
prendere le cose di Gaspare... almeno la Madonna piangente di Siracusa, un quadro bellissimo, di fili di
seta, che aveva fatto il figlio suo in carcere, con le sue proprie mani...
Gridava tanto che feci un movimento allindietro, scartando di lato e urtando contro una
panchina. Un avanzo di panchina, per la verit, una pietra sbreccata su cui sedeva un vecchio con le
mani sulle ginocchia, come certi pazzi dietro le grate dei vicoli.
Vero c il mondo? borbottava il vecchio fra s e s. Non ci credo che c il mondo.
Dopodich sinterruppe per grattarsi il collo.
Sopra di noi, il cielo si manteneva di un bianco compatto, uniforme, senza varchi. Anche la
madre di Pisciotta adesso taceva e, nel silenzio, una campana batt dodici rintocchi.
Pensai: sono salva.  mezzogiorno, la mattina  finita e nessuno mi ha scoperto, nemmeno
Vincenzo. Posso tornare indietro tranquilla: non c pi niente di cui debba preoccuparmi.
Invece, arrivata a casa, scoprii di avere la febbre alta. Bruciavo dalla punta del naso ai piedi,
dentro e fuori, bruciavo senza risparmio.
La febbre divenne parte di me.
Simpose segregandomi, tenendomi lontana dalla scuola, dalle amiche e da ogni altro interesse:
fuori dalla mia stanza, il mondo forse cera, nonostante i dubbi espressi dal vecchio sulla panchina, ma
finalmente era diventato muto. Avevo scoperto la maniera di metterlo a tacere.
In compenso, sognavo moltissimo.
Una notte sentii il freddo di una balaustra contro le dita: ero sulla terrazza, quella grande della
casa di Piana.
Sotto di me cera il lago. Immobile. Ghiacciato. La superficie rappresa in schiume bianche e
dure che, nella forma, somigliavano ai pietroni della Ginestra.
Le giornate erano lente e lunghissime, ma io non volevo guarire.
Volevo rimanere in eterno sotto la coperta, a osservare le foglie del platano che il vento, nel
cortile, spingeva contro i vetri.
Le lenzuola erano sempre umide, per quanto mia madre le cambiasse.
Sudavo in continuazione, mi disfacevo nel sudore e tuttavia la febbre non se ne andava. Saliva e
scendeva a intermittenza e, a ogni caduta, raccoglieva le forze per un nuovo balzo. Poi se ne stava
quieta, appesa al mio corpo come un pipistrello abituato allumido e al buio.
Mi rannicchiavo sotto la coltre bianca con i ricami in rilievo, leggermente ruvida, per respirare
lodore della malattia.
Canfora.
Carne sudata.
Un amaro di medicinali.
Il tessuto pesante attutiva i rumori esterni. Me lo tiravo sulla testa, lo scostavo un poco
allargando lo spazio, lo tendevo perch mi facesse da capanna. Ma pure in quel rifugio, anche da l
sentivo Giosi che, addormentato sullo scendiletto, russava peggio di un cristiano.
Mio padre, viceversa, era un autentico cane da guardia. Al contrario di Giosi, lui vigilava e, fra
mamma e pap, era impossibile sottrarsi alle cure.
Cos a furia di farmaci  sciroppi liquorosi, impacchi, granuli chiusi in unostia che si attaccava
al palato  alla fine la febbre mi abbandon, lasciandomi in uno stato di debolezza estrema. Appoggiare
i piedi a terra e camminare fino al bagno per lavarmi i denti era unoperazione complessa, che
richiedeva unenorme cautela: le mie ossa erano cos fragili! composte di una materia molto friabile.
Insomma la convalescenza rischiava di prolungarsi in modo allarmante. Malgrado ci il dottor
Cardella, ossia il nostro medico di famiglia, insisteva a dire: niente di grave. Pacienza, pane e tempo e
tutto si risolve.
I miei genitori gli davano fiducia perch ci curava da anni, dal nostro trasferimento a Palermo, e
dunque mi conosceva bene. Allora come adesso, mi visitava estraendo lo stetoscopio da una vecchia
borsa sdrucita agli angoli, mi voltava e rivoltava per auscultarmi, mentre i peli della sua barba ispida,
che sapeva di tabacco, mi morsicavano la schiena saltando come pulci. Finito quel tormento, emetteva
la sentenza. In dialetto.
Questa picciotta, disse stavolta a mia madre,  disfiziata. Senza sfizi e soprattutto senza volont.
Apatica. Ci vuole pacienza, disse di nuovo, ripetendosi. Pazienza, pane e tempo, pi qualche
ricostituente, e torner a essere il diavolo di prima.
La mamma fece una faccia dubitosa, ma si dichiar daccordo. Ed  probabile che lo fosse
davvero, dato che aggiunse, con un risolino incerto: almeno le ha levato il selvaggio dal carattere! In
realt intendeva insinuare che la malattia  di qualunque genere fosse, febbre nervosa o semplice
influenza invernale  mi aveva reso pi malleabile. Pi ragazza.
Effettivamente, quando scesi dal letto, mi accorsi di non essere pi quella di prima. Le gonne
mi stavano corte perch mi ero allungata. Allo specchio, avevo uno sguardo diverso. Non avrei saputo
precisare meglio: diverso, tutto qui. E i miei polpastrelli erano puliti, senza nemmeno unombra
dinchiostro. Come se, nel lavarmi, avessi usato una pietra pomice, passandola sul corpo e sullanimo,
raschiando via ogni residuo dellinfanzia.
In altri termini, ero cresciuta, se crescere significa rendersi conto che le cose accadono
indipendentemente da noi. Accadono e basta. E poi bisogna conviverci.
Accettarle... Be, questo  un altro discorso.
In casa nostra cerano due radio: un gran lusso, per lepoca.
Una stava in sala da pranzo. Mia madre la teneva sempre accesa per ascoltare le canzonette di
Sanremo che poi canticchiava andando su e pi per il corridoio con lo straccio della polvere. Vorrei
perdermi con te, con te, con te...
Era molto intonata, la mamma. Con una predisposizione per la musica e un tale senso innato del
ritmo che gi alle elementari le avevano suggerito di studiare canto e mio nonno si era offeso  a sua
figlia! quella proposta indecorosa!  e lei ancora rideva a raccontarlo.
Laltro apparecchio era personale di mio padre, che laveva sistemato nella sua tana. Ossia nel
cosiddetto studio, la stanza dove si ritirava ogni sera, prima di cena, per seguire il giornale radio
nazionale o il Gazzettino di Sicilia, che andava in onda alle venti precise. Un rito che condivideva con
mio fratello, lerede designato, il maschio di famiglia che avrebbe avuto la farmacia assieme a tutti i
vasi, i mortai, le bilance e i misurini che riempivano, oltre al negozio, pure la camera adibita, per
lappunto, a studio.
Da qualche tempo per Giacomo preferiva discutere con i suoi compagni e a casa tornava,
quando tornava, giusto per la cena.
Un ragazzo im-pe-gna-ti-ssi-mo, sillabava Edoardo che, in realt, era un po geloso dei traffici
di mio fratello.
Ma cos era, Giacomo: impegnatissimo.
Pur continuando a frequentare lorganizzazione di Danilo Dolci, aveva molti amici anche fra i
giovani comunisti e per questo motivo mio padre, magari a tavola, nel passargli il sale, si divertiva a
punzecchiarlo: il comunismo! e con la non-violenza come la mettiamo? Una domanda a bocca stretta,
per la verit. Ci nonostante lo copriva con mia madre che, una volta, aveva provato a dire: la politica
deve restare fuori dalla porta! E lui aveva replicato immediatamente: ehhh! a casa nostra  entrata senza
bussare, la politica. Credo che in quel momento pensasse proprio a suo figlio, che era andato alla
Ginestra in bicicletta ed era tornato a piedi.
Dunque Giacomo era sempre occupato in questa o quelliniziativa, disertava gli appuntamenti
serali con mio padre e lui un tantinello se ne adombrava. Il dispiacere pi forte per doveva ancora
venire.
Per compensare la defezione di mio fratello, io nel frattempo avevo preso labitudine di
presentarmi nello studio allorario che sapevo. Per non lasciarlo solo. Per fargli compagnia.
Vero che con me non discorreva come con Giacomo, ma aveva la faccia contenta quando ero
nella stanza e tanto bastava. Mi sorbivo volentieri anche le sue postille ai notiziari, perch non avevo
pi paura che il mondo mi si rovesciasse addosso e questo mi pareva un buon segno: ero cresciuta sul
serio. Perfino i miei sogni, del resto, non erano pi quelli di prima, li dimenticavo facilmente. E certi
nomi, a sentirli per radio o sulla bocca di qualcuno, non mi suscitavano una reazione di rigetto. Potevo
ascoltare e ragionare. Quasi come Giacomo. Mi era passata la voglia di seppellirmi sotto le coperte.
Poi, una sera, succede che mio fratello rientra in anticipo e mio padre lo chiama per dirgli
qualcosa tipo: ho incontrato il tal dei tali, sar il tuo professore di chimica generale lanno prossimo,
alluniversit.
Invece dinteressarsi alla faccenda, Giacomo irrigidisce la mascella, senza aprir bocca. Infine
abbassa la testa e butta fuori, dun fiato: Non credo che sar il mio professore. Io... Io voglio
iscrivermi a legge.
Conoscendo mio fratello, questa battuta non mi colse alla sprovvista. Non ero impreparata.
Ma per mio padre... Be, si sa quanto pu essere ignaro e cieco un padre: per lui fu unautentica
sorpresa.
In ogni modo, sul momento, fin il liquoretto che stava bevendo e schiocc le labbra prima di
commentare: bene, si decider a tempo debito, c ancora un anno. Ma dimprovviso le spalle gli
caddero in avanti, la schiena sincurv e, da un minuto allaltro, divenne piccolo piccolo. Un uomo
rattrappito, che si nascondeva dietro uno scrittoio pieno di oggetti inutili.
Di fronte a quel vecchio corpo deluso, lo stomaco mi si strinse.
Avrei voluto abbracciarlo e sussurrargli allorecchio: io, io studier farmacia! Anche se non ero
certa che una simile dichiarazione potesse confortarlo.
Sia come sia, era la verit.
Non era per questo, a ripensarci, che avevo scelto lo scientifico? Era da un pezzo che
architettavo il mio piano! In silenzio. Senza chiarirlo neanche a me stessa.
Non che ci fosse qualcosa di sconveniente nella mia decisione: la farmacia Salem, una delle pi
antiche a Palermo, non era stata fondata da una donna? Giuseppina Salem, per lappunto. La prima
studentessa della facolt di chimica e farmacia.
Mi ero gi informata, come no.
Ma, quella sera, non ebbi il coraggio di confessarlo.
A notte fonda mi alzai per andare in bagno. Dallo studio filtrava il chiarore di una lampada e io,
piano piano, socchiusi la porta.
Mio padre sedeva di fronte alla radio, nella sua solita poltrona, nellabituale posa di ascolto. La
radio per era spenta, e dunque cos che stava ascoltando?
La penombra gli risucchiava le guance. Sembrava decrepito. Stanchissimo.
Con una fitta di pena mi chiesi se una figlia farmacista... Insomma, sarei mai stata in grado di
alleggerire il peso della sua stanchezza?
Fu quellestate che inaugurammo il villino di Mondello.
La casa di villeggiatura a sette, otto chilometri dalla residenza di citt  di fatto un obbligo, a
Palermo. Quel villino era dunque lultimo certificato che mi mancava per dichiararmi compiutamente
palermitana.
Il palazzetto, lo conosci, confina con quello di Maria Domina e questa vicinanza ci favor
permettendoci, da quellanno, di passare assieme anche le vacanze.
Io e lei. Pi Edoardo, naturalmente.
Perch Edoardo ormai faceva coppia fissa con me, mentre Maria Domina figurava da garante
agli occhi di mamma e pap (meschina! diceva di se stessa).
Non che fossimo fidanzati sul serio, eravamo comunque troppo giovani per un impegno
ufficiale, in piena regola, ma cera una sorta di progressione logica in quel nostro frequentarci assiduo e
il finale non poteva essere che lanello di fidanzamento. Maria Domina lo dava per scontato e le
rispettive famiglie vedevano la cosa con favore,  chiaro, altrimenti ci avrebbero diviso. Bench mia
madre accennasse a una simile evenienza unicamente per ribadire: quando sar... ancora hai da
crescere. Quando sar.
Il futuro, in effetti, era cos lontano!
Limportante era star bene al presente, fare gruppo, andare assieme alla fiera del Mediterraneo
per mangiare la prima fetta di anguria, correre a Mondello per il primo bagno.
E pazienza se, destate, la spiaggia diventava stretta perch le cabine si moltiplicavano con una
rapidit vertiginosa. Niente a paragone doggi, ma gi allepoca, appena arrivava agosto, la sabbia
spariva sotto gli ombrelloni e gli spogliatoi cominciavano a rigurgitare un numero impressionante di
bambini in mutande e uomini in canottiera.
Mondello in realt mi piaceva dinverno, quando il paesaggio si svuotava e sullarenile
rimanevano solo le barche a riposo: gialle, verdi, azzurre. Nei fine settimana veniva anche Giacomo e a
me allora sembrava che il sole acquistasse una dolcezza tutta domenicale.
Giacomo stava poco con noi, purtroppo. Si concedeva di rado, preso comera dagli studi di
legge e, in misura senzaltro maggiore, dalle sue turbinose passioni politiche. Edoardo invece si era
iscritto a lettere, citava di continuo questo o quel poeta e, quando mio fratello criticava il suo
disimpegno, si difendeva addossandogli la colpa: Tu mi hai convertito alla poesia! ai suoi laghi di
sangue e di brace... E la poesia, in ogni modo, non  di per s una battaglia? una forma di lotta contro
lingiustizia e il male.
Dispute che non mi coinvolgevano pi di tanto.
Io desideravo solo lattenzione di Edoardo e per qualche tempo non ebbi bisogno daltro.
Finalmente arriv anche il mio turno e, dopo un duro faccia a faccia con mio padre, riuscii a
diventare una matricola della facolt di farmacia.
Avevo vinto. S, alla fine lavevo spuntata: una vittoria definitiva, irrevocabile, che mi poneva
al riparo da tutto. Anche dalla bambina terremotata di una volta.
Ero ancora fresca di questo successo quando, verso met gennaio, la Corte di Palermo chiuse il
procedimento contro i presunti assassini di Pisciotta.
La sentenza usc un venerd diciassette, che dovrebbe essere un giorno disgraziatissimo e
invece, in questo caso, port fortuna agli imputati... Ricordo che la mattina dopo ero a lezione di
chimica. Finita lora, uscii assieme ai miei nuovi amici, una comitiva di cinque o sei compagni di
corso. Fuori tirava un vento furibondo, perci entrammo in un caffettuccio nei pressi della facolt.
Cera Dino, un ragazzo di notevole intelligenza che aveva, in sovrappi, due gambe da atleta.
Frequentava una palestra dove insegnavano arti marziali  Gimnasium, mi pare si chiamasse  e
dunque tutti lo consideravano il capo della nostra compagnia. Fu lui a introdurre largomento, ma la
discussione si fece subito generale perch la storia, anche se erano passati quattro anni dalla morte di
Pisciotta, ancora faceva effetto.
Ai miei compagni interessava soprattutto la faccenda del veleno, perch sarebbe stato
importante  pure ai fini della difesa  sapere da dove provenissero i venti milligrammi di stricnina
trovati nello stomaco del bandito: dal caff, dalla zuccheriera o dalla bottiglietta del suo ricostituente,
quel Vidalin che beveva allora della sveglia? Malgrado le indagini, nessuno laveva capito. Ma per
gli imputati non  stato un danno, osserv qualcuno, in mezzo a un tramestio di tazze e di bicchieri.
In tre erano sotto accusa e in tre sono stati assolti per non aver commesso il fatto...
Non esattamente, lo interruppe Dino. Il padre di Pisciotta  uno degli indagati  era stato
assolto per insufficienza di prove ed era uscito dal processo portandosi dietro quel sospetto. Dino in
ogni modo non credeva allaccusa, che giudicava un tantinello sforzata: quando mai un padre ammazza
in questo modo un figlio? Pi facile, disse, che sia stato quellaltro, Filippo Riolo, il mafioso di Piana
degli Albanesi...
E a questo punto si volt a cercarmi, con un sorriso interrogativo: Tu! tu non sei di Piana?
Stavo mangiando un biscotto allarancio e allimprovviso mi ritrovai a masticare sabbia. Come
da lontano, sentii la mia voce che balbettava: Piana? no! non io, la mia famiglia... ma adesso scusate,
devo andare...
Pagai e uscii in fretta, senza aspettare gli altri.
In strada il vento non si era calmato e anzi colpiva e tagliava con particolare cattiveria.
Ma perch, mi chiesi quando fui a distanza di sicurezza, nella tranquillit della mia camera.
Perch quel ripudio, quella risposta da Giuda.
Che significa... che centra il mio paese...
Eppoi mi domandai, in uno scatto di rivolta: possibile che niente sia mai risolto, chiuso, chiarito
una volta per tutte?
Forse era questo a darmi il capogiro.
Sembrava che i fatti si squagliassero, davanti alle Corti dei tribunali! Diventavano fumo, mentre
le domande erano sempre l. E sempre le stesse.
Chi ha davvero ammazzato Pisciotta? e come e perch e per conto di chi? Chi ha davvero
ucciso Giuliano? e come e perch e per conto di chi? Chi ha davvero sparato alla Ginestra? e come e
perch e per conto di chi?
Basta, dissi a Edoardo nel pomeriggio, mentre giocavamo a carte. Andiamo al mare.
Sentivo sulla lingua un brutto sapore, come un rigurgito di malattia, e volevo liberarmene.
Il mare, per noi, significava Mondello, cos montai sulla sua motocicletta... Non uno scooter.
Ormai aveva unautentica motocicletta: una Gilera rossa e bianca, a quattro marce e comando a pedale.
Come si addice a un giovanotto. Dunque mi sistemo sul sellino posteriore, mi attacco alla sua schiena e
subito partiamo.
Davanti avevo una strada vuota  era inverno  e alla mia destra un sole gonfio, arroventato,
che per non scaldava. Le vibrazioni della moto mi entravano nelle cosce e risalivano lungo la spina
dorsale fino alla nuca. Nellattraversare la Favorita, sbandammo per evitare un gruppo di cani randagi
che trottava verso chiss quale meta. Di colpo mi torn in mente Giosi  era gi morto, allepoca  e
come abbaiava al branco, con invidia, paura e magari un po di sprezzo: lui, un signorino
dappartamento! Dopo Giosi, non ho pi voluto cani...
Passato il parco, in pochi minuti fummo a Mondello, ma avevamo preso il gusto della velocit e
non ci fermammo. Andammo oltre, verso Sferracavallo. E ancora avanti, fino a una stradetta sterrata
che si perdeva tra gli sterpi e terminava con un grande scoglio a picco sul mare.
Era tardi e il tramonto infiammava lacqua in profondit. Lasciammo la moto e ci spingemmo a
piedi fino in cima alla scogliera. Lass, lorizzonte si apriva. Diventava selvaggio. Sintuivano le
correnti marine, le onde lunghe che cercavano il fondale di un altro continente. La schiuma scintillava,
battuta dal vento.
Edoardo mi teneva un braccio attorno alla vita. Io gli appoggiavo la guancia alla spalla e sentivo
il suo respiro caldo contro la tempia e il mormorio della voce.
Parlava o forse recitava qualcosa, sfiorandomi lorecchio con le labbra, ma io non lo ascoltavo:
non ero l. Pur rimanendo stretta a lui, su quella pietra nera che, nel tramonto, mandava bagliori di
rame, non ero l. Ero scappata via. Fuori dal suo abbraccio. Perch non era di Edoardo che avevo
bisogno, ma di qualcuno aggravato come me, qualcuno morso fin dentro le viscere. Come me. E
inaspettatamente avvertii il dolore della tua assenza.
S, quello fu il giorno in cui per la prima volta mi sei mancato sul serio.
A essere sincera, ti pensavo e non ti pensavo...
Come fa quella canzone che ti piace tanto? Chi doveva partire  partito, e il cuore diventa un
ripostiglio di abitudini perdute.
Ma poi arrivava il 1 maggio e tu suonavi al nostro campanello.
Da quando ti eri trasferito a Roma, era diventata una specie di tradizione. Non venivi gi a
novembre, per i morti. Ritornavi il 1 maggio, per lanniversario della Ginestra e le commemorazioni
davanti al sasso Barbato.
Prendevi il treno, scendevi a Palermo e facevi tappa da noi.
Sapevo benissimo che ti fermavi per Giacomo, lamico tuo. Non certo per me. Eppure, in un
qualche modo contorto e segreto, aspettavo quel giorno come si aspetta un appuntamento. Cero
sempre quando ti sedevi sul divano, con le gambe tese e le caviglie incrociate, a raccontare di Roma,
delluniversit, del tuo lavoro.
Ogni anno mia madre, a nome di tutta la famiglia, ti preparava un regalo: un volume raro, una
stilografica col pennino doro... Oggetti, come dire, poco fantasiosi. Perci un bel momento mi ribellai
e decisi che ti avrei festeggiato alla mia maniera. Con qualcosa di leggero. Frivolo, magari. Un regalo
tutto mio.
Ma la mamma si dichiar in totale disaccordo: non stava bene che una ragazza facesse un regalo
personale a un uomo.
Vero. Ormai tu eri un uomo e io una ragazza.
Comunque era una visita che finiva presto e dopo un po i tuoi racconti, quella certa piega che
assumevano le tue labbra nel parlare, lo scuro balenio degli occhi, tutto sfumava in una lontananza
senza rimpianti.
Cos forse ci saremmo persi definitivamente, se di nuovo il caso  o la Storia, se preferisci 
non ci avesse messo lo zampino e se lacqua in Sicilia, e a Licata in particolare, non fosse scesa col
contagocce.
Altrove le cose andarono diversamente, ma da noi la protesta cominci per via dellacqua.
A Palermo per la verit gli studenti, e Giacomo in prima linea, si lasciavano portare dal vento
del nord. Vedevano la politica, non lacqua, e bench fosse estate piena  eravamo a luglio, luglio del
Sessanta  si affannavano a distribuire volantini contro il governo Tambroni.
Cera gi stata la sollevazione di Genova, che non voleva il congresso dei fascisti in citt, e
cera stato lo sciopero generale. Anche a Licata gli studenti avevano diffuso un volantino piuttosto
colorito: vergognatevi, voi uomini del governo, che avete strombazzato miliardi e avete dato pidocchi!
Per non furono gli studenti di Licata a scendere in piazza. Fu tutto il paese, con il sindaco
democristiano in testa, perch  lo sosteneva pure il prete in parrocchia  Dio ci pu regalare la salute
ma non il pane. E manco lacqua, che a Licata arrivava s e no due ore a giorni alterni.
Non si trattava dunque di richieste irragionevoli, ma contro i manifestanti, democristiani o
comunisti che fossero, vennero mobilitati non so quanti reparti di carabinieri. Brigate mobili, celerini...
Una raffica di mitra ammazz un giovane, un commerciante di venticinque anni, e in Sicilia scoppi la
guerra.
Ecco come ebbe inizio, da noi, la famosa sommossa di luglio che riemp le cronache politiche
dei giornali, oltre alle piazze.
In principio avvamp a Licata, poi si trasfer in continente, con i morti di Reggio Emilia, e il
giorno dopo prosegu a Palermo.
Io non andavo mai alle manifestazioni.
Non perch fossi contraria in linea di principio,  che non riuscivo a vincere quella vecchia
fobia... Ogni volta che capitavo dentro una folla, immancabilmente, scattava qualcosa, risentivo la
stretta di Luchina che mi spingeva contro la sua pancia e allora dovevo scappare per forza.
Di conseguenza, la mattina di quellotto luglio mi trovavo a casa.
Era un venerd di grande caldo, con lasfalto che bolliva sotto i piedi. E in pi anche a Palermo,
tanto per cambiare, scarseggiava lacqua. Mia madre stava preparando la borsa con le lenzuola pulite
da portare a Mondello per il fine settimana e io laiutavo.
Giacomo era uscito presto senza dare spiegazioni  ci manca pure! non sarebbe stato nel suo
stile  e la mamma era inquieta. Ogni due minuti si affacciava alla finestra per controllare la strada. In
lontananza echeggiava il boato indistinto dei cortei che, a giudicare dal rumore, dovevano essere
robusti assai. Un gruppo di giovani sfil davanti al nostro portone, mentre le camionette della polizia
passavano e ripassavano a sirene spiegate.
Io cercavo di svuotare la mente, di tenerla sgombra: tempo qualche ora e siamo al mare,
pensavo.
Verso mezzogiorno una chiave gira nella toppa e la mamma fa: Giacomo! precipitandosi
allingresso. Invece era mio padre, che aveva dovuto chiudere la farmacia, perch la folla era un
torrente in furia che si riversava dai vicoli nelle vie principali, in corso Vittorio Emanuele, ai Quattro
Canti, in piazza Politeama, in tutto il centro. Mentre tirava gi la saracinesca, un altoparlante alle sue
spalle aveva urlato: tornate indietro, vi farete ammazzare, tornate indietro... E in effetti la polizia,
brutto segno, si era gi schierata con lelmetto abbassato. Come se si preparasse ad attaccare.
Giacomo dov? chiese. E mia madre, senza rispondere, and in cucina. Qualche minuto pi
tardi, li sentii litigare sottovoce. Se gli capita un guaio,  colpa tua, sibilava la mamma. Era colpa di
mio padre, perch laveva lasciato troppo libero e gli aveva messo accanto Vincenzo che, per queste
cose, era un cattivo maestro  uno che pure seduto a tavola, davanti a un piatto di cannoli freschi, non
mancava di fare propaganda.
Per non sentirla pi mi rifugiai in camera mia. Mi stesi sul letto, ma la calura era atroce, le
mosche insopportabili e il tempo scorreva con una tale lentezza che, a un certo punto, mi alzai e scesi
in strada alla maniera di Giacomo, senza nemmeno dire vado.
Non ero uscita con unintenzione particolare, solo per sfuggire al supplizio dellattesa. Per
pensavo che forse, andando verso il luogo di raccolta dei cortei, avrei incontrato mio fratello.
Neanche con il pi grande sforzo di volont oggi riuscirei a ricostruire il percorso di quel
giorno. So soltanto che alla fine, quando arrivai a piazza Politeama, mi fermai di botto: davanti a me
non cera una piazza, ma un campo di battaglia.
Il fumo di qualche lacrimogeno ancora si levava tra le panchine di pietra, divelte, distrutte,
come strappate dalla mano di un ciclope. E vicino alla tabaccheria giaceva al suolo, sradicata, la grande
bacheca di metallo e vetro che custodiva le locandine del teatro. La bacheca! Quante volte avevo detto
a Maria Domina o a Edoardo: vediamoci alla bacheca...
Respiravo a fatica, tossivo in quellaria acre, impregnata di gas, perci me ne tornai a casa.
Dove mi attendeva una seconda apocalisse.
Mamma e pap sedevano rigidi, luno di fianco allaltro ma alle estremit opposte del divano,
mentre due giovanotti  due amici di Giacomo, presumibilmente  si agitavano di fronte a loro,
raccontando, spiegando. Anzi, uno annuiva e laltro parlava. Diceva che gli scontri erano stati pesanti,
che i celerini avevano sparato ad altezza duomo e pare ci fossero tre morti  compresa una donna che
stava sulluscio del suo catoio  e decine di feriti. Fra carabinieri e polizia avevano organizzato una
vera e propria caccia alluomo e i fermati erano centinaia, pi di quattrocento. Li avevano condotti in
questura per interrogarli e fra loro, be... ecco... cera pure Giacomo.
Mio padre non lo lasci manco finire. Si riscosse dalla sua immobilit e scatt in piedi, disse
scusate, spar sbattendo la porta e hai voglia ad aspettare! si rifece vivo solo col buio.
Mai, in seguito, rivel dove fosse stato, a chi si fosse rivolto o quali conoscenze avesse dovuto
scomodare. Nemmeno per sbaglio, in mia presenza, gli scapp un nome o unindicazione qualsiasi
sullidentit delle persone che lavevano aiutato. Anche se io ero sicura che per dritto o per rovescio
centrasse il padre di Maria Domina, uomo dai molti affari e dalle molte amicizie, che andava
allippodromo col generale dei carabinieri...
In ogni caso furono mobilitati gli amici giusti, considerando che mio fratello venne rilasciato. Io
per non lo vidi, quella sera, dato che mio padre lo prese in consegna e lo accompagn direttamente
alla stazione, obbligandolo a salire sul primo treno in partenza per Roma.
E cos Giacomo venne a vivere da te.
Sembrava naturale: in un certo senso, stavi ricambiando unantica ospitalit.
Daltronde, allinizio, doveva essere un rifugio transitorio. Ma passa oggi passa domani, mio
fratello continuava a restare l, nel tuo bilocale alla suburra, e l rimase fino alla laurea. Ospite
inamovibile. E magari  merito tuo se riusc a terminare luniversit, fuori corso ma graziaddio senza
altri incidenti. Perch tu, da grande come da ragazzetto, eri responsabile, studioso: un esempio per
chiunque.
Alla sua et... ti glorificava mio padre. Giovanottino com, ha pubblicato un libro grosso
cos. Che poi era la tua tesi di laurea, ma lui ha sempre avuto la tendenza a esagerare le tue virt.
Il libro comunque, per essere una tesi, era davvero imponente e faceva la sua bella figura. Ne
tenevamo una copia sulla cassapanca dellingresso, in esposizione. Laveva portata gi mio fratello
durante una delle sue visite, perch tu tornavi una volta lanno e sempre con i minuti contati, come se la
Sicilia ti scottasse sotto i piedi. Nei nostri confronti per avevi dei riguardi e il libro, appena uscito, era
arrivato subito in omaggio, tramite Giacomo, con tanto di dedica a tutta la famiglia.
A prima vista, confesso che mi sconcert. Era unedizione universitaria con la copertina severa,
in bianco e nero, e un titolo a caratteri cubitali, che occupava molto spazio: I Fasci siciliani 
associazionismo contadino e operaio fra Ottocento e Novecento.
Un volumone.
Mi pareva che non avesse nulla a che spartire con il ragazzetto di un tempo, quello che era
venuto a bussare alla nostra porta con le spallucce chiuse per darsi forza e contenere la rabbia. Ai miei
occhi, quel volume troppo massiccio non era che un oggetto ingombrante: un soprammobile. E infatti
mia madre lo spolverava regolarmente.
Finch un giorno non mi pass lo straccio: Tieni, finisci tu. E io appoggiai la mano sulla carta
spessa, di grana consistente, e sotto il palmo, allimprovviso, sentii il battito del tuo cuore. Affannato e
caldo come lavevo sentito tanti anni prima, durante la gita al lago.
Solo che adesso eri lontano e il battito si spense, lasciandomi sulle dita la polvere secca che
cadeva dallo straccio.
S, eri lontano.
E da tanto tempo.
Ma con Giacomo a Roma la distanza si accorci in un lampo. E non sto parlando,
evidentemente, di qualche chilometro in pi o in meno, bens del fatto che eri di nuovo dentro la nostra
famiglia.
Affamiliato, avrebbe detto Luchina.
In seguito, quando mio fratello torn a casa, questimpressione di vicinanza non sinterruppe,
perch ora lavoravi alluniversit e ogni tanto tenevi dei corsi pure a Palermo, perci ti vedevo pi
spesso. Bench la terra continuasse a scapparti sotto i piedi... Non ti fermavi mai abbastanza a lungo da
permettermi di sistemare la tua figura distratta, nervosa, in un punto preciso della vita di tutti i giorni: la
tua presenza si accendeva e subito si spegneva, come un interruttore. Dicevi: gli impegni, le lezioni...
Poi Giacomo mi confid che a Roma avevi una donna.
Non disse: una fidanzata. Disse proprio una donna.
Che avevi una donna.
Questo modo di presentare la faccenda mi disturb, fu un pugno allo stomaco. Tant che non
chiesi pi niente, cancellai la cosa  nelle rimozioni sono bravissima  e non ci pensai pi.
Fino alle cerimonie del ventennale.
Non riuscivo a immaginarmi come sarebbe stato il lavoro a fianco di mio padre. Non ci
arrivavo, con la fantasia. Poi minfilai un camice, appuntai sul risvolto la spilla professionale, col
bastone di Esculapio e il serpente, girai dietro il banco e non ci fu pi nulla da immaginare: avevo
raggiunto la meta.
Quando successe  te lo ricordi?  eri a Palermo e alzasti il bicchiere in un brindisi scherzoso:
Complimenti! Andando avanti a testate ce lhai fatta. Perch non ti eri scordato la foga con cui mi
ero scagliata contro il vetro di una porta-finestra che mimpediva, be, diciamo che mi negava laccesso
al mondo dellintimit.
Al momento del brindisi eravamo allaperto, tra macerie di antica data e scorci di chiese
barocche, intenti a succhiare lumache offerte da unosteria abusiva nei pressi della Kalsa. Il fumo delle
fritture saliva fino ai balconi, inutilmente schermati dalle pagliarelle.
Il tuo tono era leggero, rilassato. Forse perch non andavi di fretta come al solito e, per una
volta, saresti rimasto a Palermo due settimane intere. A causa, appunto, del ventennale.
Ventanni.
Tanti ne erano trascorsi dal 1 maggio del 47, anche se a me sembrava che non ci fossimo mai
allontanati da quel giorno. Da quella storia che non trovava il suo approdo... Pure i tribunali ormai
servivano solo a lesinare i risarcimenti  ai morti s, ai feriti no  e gli anni passavano senza passare
davvero.
Loste cucinava direttamente in strada. Dai fornelli alla brace sfiatavano vampe di calore e
guardando i tuoi zigomi arrossati e la faccia sensibile, schiva e collerica insieme, mi venne da pensare
che certo eri un uomo, come a suo tempo mi aveva fatto notare mia madre. Ma le due mezzelune
violacee sotto gli occhi erano le stesse del bambino di ventanni fa, il piccolo ospite che mi aveva
rubato il letto con la sua aria da Cristo martellato.
In ogni modo, quella mattina eri contento per via della commemorazione, che si annunciava di
un certo rilievo. Erano previsti incontri e dibattiti, con delegazioni da tutta Italia. Inoltre Vincenzo
aveva intervistato il suo vecchio direttore, lonorevole Girolamo Li Causi, che aveva detto: basta!  ora
di risolvere il nodo politico di Portella. Non si tratta pi, aveva aggiunto, di identificare e punire i
colpevoli, che  un compito di polizia. Qui si tratta di liberare lo Stato da un marchio dinfamia.
Insomma, cera una certa mobilitazione, un fervore politico  anche a livello alto. Ed era questo
a renderti allegro, addirittura euforico, e a farti sorridere mentre brindavi alla mia piccola vittoria
personale.
Con le dita ancora attorno al bicchiere, ti spingesti a chiedere: Verrai, stavolta? Verrai alla
Ginestra?
Dimpulso risposi: no! e il tuo sguardo si spense allontanandosi dal mio. Sulla tua bocca
apparve una smorfia di risentimento e, anche se spar in un baleno, bast a farmi sentire in colpa.
Leccitazione riflu togliendomi la voce. Avrei voluto spiegare, dar conto di quel rifiuto, ma lambiente
non mi aiutava: eravamo in una baraccaosteria, non potevo succhiare babbaluci in salsa e al contempo
discutere di quello. Impossibile, sarebbe stata una bestemmia.
E inoltre mi vergognavo. Un sentimento assurdo e tuttavia fortissimo, che mi aveva colto alla
sprovvista legandomi la lingua. Addirittura faticavo a deglutire il cibo: provavo vergogna perch tu
avevi dovuto guadagnarti il pane fin da bambino, mentre a me era toccata in sorte una vita protetta.
Ma non pensavo solo a te. Anche tu, in un certo senso e per qualche aspetto, eri un orfano
privilegiato e io avevo in mente soprattutto gli altri, gli orfani senza speranza come Lucetta, rammenti?
la bambina che mio padre aveva curato in farmacia. Mentre sua madre era in coma alla Feliciuzza, don
Mariano se lera presa come serva. E ancora l stava, Lucetta, a servire e riverire il cavaliere dalla
coppola storta, lassassino di sua madre.
Ma se lei non cera, alla Ginestra, che diritto avevo io di esserci?
Comunque ci provai, a tirare fuori le mie ragioni.
O almeno questa era lintenzione quando, nel tardo pomeriggio, venni a prenderti al cineforum.
Un piccolo club dalle parti di piazza Marina dove proiettavano, per celebrare la ricorrenza, il film di
Francesco Rosi su Salvatore Giuliano.
Quando, a suo tempo, era uscito nelle sale, tu lavevi mancato  per scelta, per caso, non lo so.
Anchio non lavevo visto: gi lidea del cinema  il buio, la calca  mi dava ansia, eppoi mi avevano
detto della lunga scena girata alla Ginestra... con le bandiere, gli spari, i morti e tutto quanto... Perci
non volevo vederlo: n ora n mai!
Vacci da solo, se proprio vuoi.
Ma a fine proiezione ero l ad aspettarti, seminascosta dietro il volante della mia macchina. A
qualche passo di distanza, il vento scuoteva le magnolie, i grandi ficus di piazza Marina e la cancellata
a cui si era aggrappato il poliziotto Joe Petrosino prima di cadere sotto i colpi della mafia
italo-americana.
Finalmente si apr un portone e sbucarono frotte di giovani. Emergevano dalle profondit del
palazzo, uno appresso allaltro, e si allontanavano a gruppi, commentando il film a voce alta. Io intanto
ti cercavo con gli occhi.
Ed ecco, ti vedo.
Tu invece no, ancora non ti sei accorto di me. Avanzi adagio sul marciapiede e, nellaffrontare
la strada, hai un moto desitazione. I capelli ti ricadono sulla fronte, timpicciano, cos li butti
allindietro alzando un poco la spalla sinistra: un gesto che conosco bene. Stai fumando. La tua solita
Nazionale senza filtro. E mentre la porti alle labbra, io ripenso alle parole di Giacomo, alla donna
misteriosa che hai a Roma e un sudore cattivo minumidisce le mani. Una sofferenza breve e acuta
come una puntura dinsetto...
Dopodich suonai il clacson e nel giro di pochi secondi la Cinquecento si riemp del tuo odore,
un misto di sapone e di fumo, mandorla amara e tabacco che brucia.
Non ripartimmo subito. Mi accesi anchio una sigaretta, a motore spento, mentre tu finivi la tua.
Nellombra dellabitacolo, le punte rosse disegnavano traiettorie di fuoco.
Com il film? chiesi.
Bello.
Ma avvertivo, nel tono, una sorta desitazione.
Bello?
Allora tu, sempre esitando: I cavalli... Non gridano.
E ancora: Nel film, non gridano.
Ehh, dissi o forse pensai, che pu sapere, il regista, del grido dei cavalli! Di come urlano
quando sono feriti. Di quant lungo e possente quellurlo, e come rompe il petto... Non pu saperlo.
La tua faccia era vicina alla mia e dun tratto, a lato del naso, nella curva che scende verso le
labbra, scorsi un ciglio. Un unico ciglio intrappolato, sperso, che brillava sulla pelle umida. E mentre
allungavo lindice per catturarlo, prima ancora di toccare la tua guancia, capii che avevo bisogno di te.
Perch facevamo parte della stessa storia, perch avevamo nel cuore la stessa tirannia, come dice la
tua canzone. Perch eravamo e saremmo stati per sempre i bambini della Ginestra.
Noi.
Tu e io.
Lillo
I processi, diceva lo zio Alfio, sono peggio delle ciliegie: uno tira laltro. E, a non essere del
mestiere, c da perderci la ragione.
In effetti avremmo dovuto avere cento occhi e cento orecchie per seguire tutti i procedimenti
collegati al nostro: la giustizia, allatto pratico,  un meccanismo complicato. Un congegno talmente
astruso e sghembo, il pi delle volte, da apparire ingiusto e il paradosso induceva zia Mannina, che 
donna di chiesa, a chiamare in causa lautorit suprema: se le leggi non bastano, c sempre la giustizia
di Dio...
Per parte mia, mi sarei accontentato del tribunale degli uomini, ma il nostro Appello, che
doveva cominciare a marzo del 54, dopo la morte di Pisciotta sub un rinvio. Non per colpa dei fatti
dellUcciardone. Slitt perch la Corte di Palermo aveva diciannove procedimenti giudiziari in corso,
tutti connessi al nostro, e la mia impressione era che, nellandare avanti, continuassero a moltiplicarsi:
luno tirava laltro, proprio come le ciliegie. E pi processi cerano, pi lAppello si allontanava.
Aspetta un anno, aspetta due...
Meno male che ero giovane e avevo un futuro a disposizione!
Per approdare alla seconda Corte dAppello ci vollero in definitiva un paio di anni, ma, quando
fu dato il via, il dibattimento si svolse in maniera continua e abbastanza regolare dal nove febbraio ai
primi di agosto, suppergi. Un processo sottotono, con scarso seguito di stampa. Senza i grandi inviati
dellaltra volta. Senza le prime pagine sui giornali.
Un po perch il clima politico non era pi quello dellimmediato dopoguerra. Un po perch
una strage vecchia di dieci anni ormai non faceva piangere nessuno (in ogni modo, non il grosso
pubblico dei rotocalchi). Un po forse perch le udienze si tenevano a Roma e, nella capitale, le notizie
si mangiano a vicenda e nello spazio di ventiquattrore anche gli avvenimenti pi clamorosi diventano
inattuali. Non  questo laggettivo che usano i giornalisti?
Io stesso mi sentivo inattuale. Un giovanotto con le toppe ai gomiti che si aggirava per la citt
come un lupo affamato.
E tuttavia ero a Roma, ero libero e niente riusciva a scoraggiarmi, perch il tempo
dellindecisione era finito.
Avevo avuto un momento... li conosci, no, quei momenti in cui ti sembra di dover spietrare
lanimo con una zappa dal manico corto...
Basta. Diciamo, per farla breve, che dopo la maturit avevo attraversato un periodo abbastanza
critico.
Vero che allesame avevo ottenuto un buon risultato. Ottimo, considerando che soltanto io ero
stato promosso al primo colpo, fra tutti gli studenti che si erano presentati da privatisti. Avevo anche
una media alta, avendo preso dei bei voti in ogni singola materia, e questo mi dava diritto a una
speciale borsa di studio: un inizio incoraggiante, di cui andavo fiero. Ma da allora mi ero bloccato.
Erano trascorsi i mesi, gi era autunno e non mi ero spinto oltre nemmeno di un passo.
S, in ottobre avevo pensato discrivermi a legge assieme a Giacomo  era pur sempre il mio
vecchio sogno!  per poi non lavevo fatto e lo zio Alfio non si capacitava. In bottega, mentre rifiniva
le tomaie manovrando il trincetto come fosse un bisturi, mi chiedeva con insistenza: Allora, quand
che vai a Palermo? Io stringevo il treppiede di ferro fra le ginocchia e mi mettevo a ribattere i chiodi,
uno per uno, dalla punta al tacco e dal tacco alla punta: Che fretta c, non devo neanche partire
soldato!
Siccome alla visita mi avevano scoperto uninsufficienza cardiaca, ero esente dagli obblighi di
leva.
Uno scompenso, aveva detto il medico.
Aggravato dallasma, da quella fame daria che mi tormenta so io da quando... E lo so con
precisione, dato che non devo nemmeno chiudere gli occhi per vedere Tanuzzu, il mio antico
compagno di scuola, mentre corre verso di me.  il 1 maggio, sparano dallalto e lui corre e cade e
resta l, fra i sassi della Ginestra, e, man mano che il suo respiro se ne va, vedo le mosche che
cominciano a passeggiargli dentro la bocca. Aggressive. Indisturbate. Perch io non ho la forza di
scacciarle, avendo a mia volta perso il fiato...
Eppoi un medico mi dice: asma cardiaco. Mah.
Sia come sia, con lesonero dal servizio militare ero in vantaggio di un anno sui miei coetanei e
dunque ai rimproveri dello zio rispondevo invariabilmente: Non c premura. E lui ribadiva,
schiarendosi la voce: Ricordati, lo studio  il primo impegno, e pazienza se per questo devi affannare
il pane.
Studier, studier, lascialo in pace, protestava la zia Mannina che invece era contenta di
avermi sotto il suo controllo e si preoccupava esclusivamente della salute: gioia mia! che occhiuzzi
stanchi, va a riposare.
Comunque, a dispetto dellevidenza, le mie ambizioni non erano affatto diminuite. Anzi.
Volevo ancora iscrivermi alluniversit, studiare da avvocato e possibilmente, perch no, da giudice: se
non  oggi, mi dicevo, sar domani... o dopodomani... Nellimmediato, in realt, cercavo solo un modo
per lasciare la Sicilia.
Da quando mia madre era scomparsa  non morta, come mio padre, ma proprio scomparsa,
piano piano, giorno dopo giorno  non pensavo ad altro. Volevo uscire dallisola. Scappare per nave o
per treno, non importa, qualsiasi mezzo pur di raggiungere il continente. A trattenermi cera per il
debito daffetto nei confronti dello zio. Me ne facevo uno scrupolo... Lui immaginava che potessi
studiare andando su e gi da Palermo, io sapevo di non poter costruire niente di buono in questa
maniera e alla fine gli confessai i miei dubbi e anche la voglia di sperimentarmi altrove.
Ci medit sopra, intanto che si fasciava una mano per tirare lo spago e cucire la suola di uno
scarpone da campagna.
Poi disse: Tra poco c lAppello.
Non ne avevamo ancora discusso, ma era scontato: allapertura dellaula io sarei stato di nuovo
l, proprio come un soldatino, fossi o non fossi pronto alla battaglia. Dovevo essere presente. Per mio
padre e ora anche per mia madre, che a suo tempo, malgrado i sacrifici e il sovrappi di sofferenza,
aveva voluto costituirsi parte civile: siamo cittadini e lo Stato non pu ignorarci, non pu!
A breve, dunque, sarei partito per Roma.
E allora, sugger lo zio, da uomo concreto, perch non approfittare del viaggio? Se davvero
desideravo laurearmi in continente... Bene! ecco loccasione per capire se il mio progetto era
realizzabile o campato per aria. Sul posto, avrei potuto valutare meglio i pro e i contro e magari
parlarne con certi conoscenti suoi che da molti anni si erano trasferiti nella capitale. E qui sillumin in
faccia: Lass pure un bambino ne sa quanto un vecchio! Lass...
Insomma, secondo lui, a Roma era facile introdursi: bastava saper discutere con questo e con
quello.
Facile o difficile, a me interessava una cosa sola: andare via.
E cos feci.
A met gennaio salii sopra un direttissimo e scesi alla stazione Termini, con due lire contate e
ricontate e lindirizzo di una pensioncina.
Non conoscevo nessuno. Ma in tasca avevo la carta dei nomi, la miracolosa lista dei paesani
che  la vera risorsa di ogni emigrante.
In cima al mio elenco, cera compare Fifo. Ossia Filippo Scib, che a Sciacca tagliava barba e
capelli a domicilio e adesso era titolare di unelegante barberia nelle vicinanze del Vaticano.
Cominciai da lui perch era molto intimo dello zio, tant che era stato suo compare di anello,
ovvero testimone di nozze. Un legame che dura per la vita, proprio come il matrimonio fino a poco
tempo fa.
Questo Scib aveva un salone ben avviato, quindi speravo che potesse offrirmi un lavoretto
provvisorio, giusto per acclimatarmi.
Perci non persi tempo.
Lo stesso giorno del mio arrivo, a una certora del pomeriggio, mi affacciai in negozio portando
i saluti dello zio, come di prammatica.
La barberia era di lusso: pareti rivestite a listelli di legno, due poltrone con la testa di cavallo
per i bambini, flaconi a spruzzo, forbici dentate e una sputacchiera di ceramica. Sopra uno scaffale, la
Domenica del Corriere copriva limmancabile pila di giornaletti os, con ragazze bionde e discinte in
copertina.
Compare Fifo, molto professionale nel camice immacolato, sovrintendeva il lavoro dei suoi
garzoni e scivolava a destra e a manca con una peretta blu per dare lultimo soffio di borotalco sul collo
dei clienti.
Con me fu gentilissimo.
Si congratul per i successi scolastici, divenne serio non appena accennai allAppello, chiese se
mi trovavo bene nella pensione dove alloggiavo e fin augurandomi ogni fortuna. Poi si tolse il camice:
aveva un appuntamento fuori e doveva allontanarsi. Barba a domicilio, spieg scusandosi della fretta.
Un cliente da preparare per lultimo trasporto... Sono i migliori, aggiunse in un bisbiglio
confidenziale: non pretendono nulla, in ogni caso non protestano e la tariffa  il triplo dellordinario.
Pace allanima loro.
A quel punto mi sembrava inopportuno, se non addirittura sconveniente, affrontare largomento
impiego e feci latto di congedarmi. Ma lui mi ferm: Dove vai? Aspetta! E subito, voltandosi
verso uno dei suoi lavoranti: Per questo giovanotto, taglio a sfumatura alta.
Mentre il ragazzo mi sistemava la mantellina sulle spalle, volse lo sguardo attorno e proclam a
gran voce: Il nipote di Alfio, il mio carissimo compare Alfio! Quindi, chinandosi fino a sfiorarmi
lorecchio: Se hai bisogno di barba e capelli, vieni da me. Qua sono. Per il nipote di Alfio, tutto gratis
e con i pi vivi complimenti.
Unora dopo, quando uscii dalla barberia, i miei ciuffi erano debitamente stirati, lucidi di
brillantina Linetti. E con quel taglio modernissimo mi accinsi ad affrontare il seguito della lista,
stavolta per cominciando dal basso.
Nicola era uno studente universitario. Figlio di una sorella di un maestro a cui lo zio risuolava i
tacchi: in altri termini, una semplice conoscenza. Non a caso il suo nome era stato collocato in fondo
allelenco. Per ultimo.
Ci nonostante, io pensai di anticipare la visita.
Meglio un ragazzo dellet mia, uno che aveva pratica di esami, segreterie e corridoi
universitari... Con tutto che non lo conoscevo, poteva essere pi utile lui di un Fifo Scib, bravissimo a
chiuderti la bocca proprio mentre sei l l per chiedere. Il barbiere mi aveva deluso, anche se non me la
sentivo, in coscienza, di biasimarlo troppo: chiss quanti paesani, appena scesi dal treno, correvano a
mettersi in fila davanti al suo negozio! compari e comparelli a caccia di lavoro e il povero Scib
perseguitato dallobbligo morale di accontentarli in blocco. E che caspita!
Dunque decisi di riprendere il giro partendo da Nicola, bench sapessi molto poco di lui: che
era figlio unico, che studiava legge (ecco perch era stato incluso nella lista), che era appassionato di
calcio e abitava con la sua famiglia in via Nazionale, non molto lontano dalla mia pensioncina.
Stavo gi per avviarmi, quando in strada si accesero le luci.
Mi trovavo sul ponte di Castel SantAngelo e a un tratto vidi il fiume illuminarsi in lontananza e
lacqua tremare sotto i riverberi bianchi e gialli e incupirsi pi avanti, dentro unaria ormai notturna.
In quel momento, avvertii la stanchezza. E mi torn in gola il rollio del treno, continuo,
squassante. Era troppo tardi per qualsiasi cosa che non fosse il letto.
Il mattino seguente minformai sulla strada da prendere e, svoltando a destra, a sinistra e di
nuovo a destra, finalmente eccomi di fronte alla casa di Nicola. Uno di quei palazzoni risorgimentali
daspetto solido e imponente, che tuttavia emanano unaura dindefinibile tristezza, come di luogo che
si stia spegnendo senza che se ne sappia il perch.
Entro.
Scale pulite.
Zerbini larghi, color castagna.
Accanto agli appartamenti privati, numerosi uffici: un notaio, un fotografo. Al terzo piano, uno
studio legale munito di unampia controporta in vetro che lascia intravedere una stanza con scrivania. E
mentre sono l che salgo, proprio da quella stanza esce di corsa una ragazza.
Non so come fu: il tonfo secco delluscio contro lo stipite, io che mi fermo di scatto, lei che
inciampa e mi cade addosso perdendo una scarpa che rotola di gradino in gradino assieme a una
quantit di carte. Il piede nudo brilla dentro la calza trasparente,  un lampo e distinto allargo le
braccia, laccolgo e sento contro il mio petto una morbidezza piena, un corpo arrendevole sotto la lana
sottile del soprabito.
Poi la ragazza si tir indietro e io ebbi limpressione di un vuoto improvviso. Ingiustificato.
Ci guardammo.
Aveva una lunga frangia scura che rendeva un po obliquo il suo sguardo e io di colpo penso...
qui devo dirlo... penso che non  una ragazza,  una donna. Una differenza abbacinante per un
giovanottello ancora nelle nebbie, qual ero allepoca.
Quando ripresi a salire per arrivare allultimo piano, dove si trovava labitazione di Nicola, gi
vagavo in territori di pura fantasia. Sulle braccia mi era rimasta una sensazione di caldo e negli occhi
un lungo scintillio di calze di nylon. O di seta. Forse di seta...
Suonai il campanello, ma quasi non mi accorsi quando la porta si apr. Si schiuse appena, in uno
spiraglio a misura di catenaccio. Attraverso quel varco risicato una signora, in vestaglia e con i capelli
avvolti nei bigodini, disse: Mio figlio?  alluniversit!
Avrei dovuto rammaricarmi dellinconveniente e invece le sorrisi, travolto da un impeto
dimmensa gratitudine: era come se mi avesse dato il permesso... Potevo tornare, indisturbato, alle mie
fantasie.
Bench fosse gennaio, il tempo era splendido. Caldo, addirittura.
Quel giorno camminai moltissimo e allora del tramonto stavo al Pincio, come un qualsiasi
turista.
Roma era l e, mentre il sole si andava prodigando sui palazzi e sulle cupole, mi sembr di
averla tutta fra le mani. Luminosa. Indulgente nella sua noncuranza verso i forestieri.
Nicola aveva qualche anno pi di me. Io non ero nemmeno una matricola e lui stava gi
preparando la tesi: uno squilibrio che giocava a suo favore e che allinizio mi tenne in soggezione.
Tracagnotto, il testone tondo come una macina e le labbra grosse sempre screpolate, non
lavresti detto un tipo che attrae le ragazze. Eppure aveva successo. Forse perch era spiritoso, gentile,
servizievole quanto basta a rendersi indispensabile, o a farlo credere. Qualsiasi camicia per lui era
troppo stretta, gli scoppiava sulla schiena, ma che importa! tutti se lo immaginavano dentro la toga, in
abito da udienza con tanto di nappe e cordoncini.
Anche suo padre, il signor Petroni, possedeva ununiforme: era uno di quei commessi in livrea
nera che a Montecitorio assicurano lo svolgersi regolare dellattivit legislativa. Un posto ben pagato,
molto ambito. Ci nonostante, lui si lamentava in continuazione, ora dei suoi colleghi e ora dei
deputati: un branco di cani da combattimento, e tocca a noi mettergli la museruola!
Sia come sia, mi aveva preso a benvolere, mi chiamava il sicilianuzzo  era sua moglie la
compaesana, lui era romano  e ogni sabato minvitava a cena.
Prima si mangia e poi ci piazziamo davanti alla tiv: ti piace Lascia o raddoppia?
Non riuscendo a incastrare suo figlio, ci provava con me. Ma anchio avevo i miei programmi
di fine-settimana, perci lo ringraziavo educatamente e con una scusa o laltra declinavo linvito.
Lui non si offendeva, anzi ridacchiava sbuffando dentro il naso, perch sapeva benissimo che il
sabato uscivo con la ragazza del terzo piano.
Attento! diceva. Quella ti gira e ti rigira. Non ha mica la tua et!
E davvero, rispetto a me, era una donna grande.
Adulta.
Fra noi cera un divario desperienza, e dunque di potere, che mi rendeva timido e audace al
tempo stesso: esistere davanti a lei era un trionfo.
Donna o ragazza, fatto sta che Alida   ora di chiamarla col suo nome  riemp completamente
i miei primi giorni romani e io non mi difesi dallinvasione. Magari perch, senza la sua presenza, le
mie giornate sarebbero state colme di progetti ma prive di tutto il resto.
Per la differenza det, in qualche suo modo oscuro, mimponeva di mantenere una riserva: mi
confidavo sciogliendo un laccio e subito mi affrettavo ad annodarne un altro...
Cos allinizio non le dissi molto di me, solo che ero venuto a Roma per studiare e con le
informazioni mi fermai a questo livello. Non tanto per segnare un limite, quanto perch la confidenza la
cercavo altrove. Nel tocco delle sue mani. Nel soffice profumo dei foulard poggiati sulle spalle, con le
punte che cadevano dentro la scollatura.
Insomma non ero pi il ragazzetto di Viterbo, perso davanti a una biondina che si pettinava
sulle scale.
E lei non era Rosa, che mi parlava canticchiando ed era come me, pi sciolta nei gesti che nelle
parole.
Ah no, Alida affondava i denti nel mio silenzio. Alida alzava la mano, sfiorava il risvolto della
mia giacca e rideva. Era spigliata e indipendente. Fiera del suo lavoro di segretaria. Forse pericolosa.
Se la cercavo, si allontanava. Se mi allontanavo, veniva a cercarmi fino alla pensione. Una disinvoltura
che mi gettava nel panico. Nello stesso sgomento che provavo a Piana, durante il carnevale, quando nel
ballo in piazza erano le bambine (o le donne) a condurre il gioco. Spettava a loro scegliere il cavaliere e
io avevo paura, sia di essere scelto sia di non esserlo.
Lufficio di Alida  lo studio legale da cui lavevo vista uscire al nostro primo, movimentato
incontro  chiudeva per lintervallo di pranzo, cos presi labitudine di attenderla gi in basso,
appostato in un angolo dellatrio.
Se tardava, cominciavo ad agitarmi. Stringevo i pugni dentro le tasche dei pantaloni.
Camminavo nervosamente per il cortile. Avanti e indietro, avanti e indietro finch non la vedevo
comparire, svelta ed elegante nel suo soprabito dal collo di pelliccia.
Allora mi calmavo.
Era bello non essere pi tutto solo con i miei pensieri.
Poi, a sorpresa, piombai dentro linverno.
Gennaio era stato clemente, ma a febbraio si alz la tramontana e il sole sbiad, divenne un
cerchio lattiginoso che si poteva fissare a occhi nudi.
Il freddo mi agguant alla sprovvista. Non possedevo un cappotto (quando mai, in Sicilia), di
conseguenza seguitai a usare la mia unica giacca invernale, dalle maniche lise ma rinforzate con toppe
di camoscio che simulavano la moda americana.
Nellatrio, dove continuavo ad aspettare Alida, il vento sinfilava a turbine prima di correre in
cortile a spazzare i sampietrini. Mi avvolgevo la sciarpa attorno al collo, per la giacca con le toppe ai
gomiti era troppo leggera, lasciava passare tutte le raffiche.
Dovevo avere un aspetto assai miserello, se riuscii a impietosire perfino il portinaio. Un
romanaccio svogliato, con il ventre da sultano, che parlava dimezzando verbi e sostantivi.
Un giorno che al vento si era aggiunta la pioggia, mi chiam dalla sua guardiola: A fra, vie
dentro. E io andai.
Mi accolse una soffocante puzza di gatto. La radio era accesa e una voce elencava catastrofi di
ogni genere: bufere ovunque, i treni dal Sud in ritardo di ore, laguna ghiacciata a Venezia e a Rovigo
molto peggio, perch due gemelli erano morti assiderati. Ce lo ricorderemo come lanno del grande
gelo, profetizz il commentatore.
Alla mia pensione, naturalmente, non esisteva riscaldamento.
Di notte, mi rannicchiavo sotto le coperte rimpiangendo il mattone di zia Mannina, scaldato
sulla brace del fornello. Per anche il freddo faceva parte del cambiamento, della mia ferma volont di
cambiare sorte e condizione, e quindi mi sembrava amico. Una sferzata che mincitava ad andare
avanti: io pure, sai, mi facevo largo a testate. Un po alla tua maniera.
E a Roma ero venuto per immaginare il futuro, non per coltivare un passato che mi consumava.
Che mi staccava la vita dalle ossa, con le sue domande senza risposte.
Tuttavia ogni sera, dopo aver smaltito leccitazione della giornata, mi avvoltolavo dentro le
lenzuola gelide e mi mettevo a pensare: una nuova Corte, dei nuovi giudici... Magari c speranza.
Magari troveranno il bandolo della matassa e saranno in grado di offrirci qualche verit.
Non pretendevo grandi rivelazioni. Mi sarei accontentato di poco. E con questo poco
intendevo una risposta chiara, o almeno credibile, alla domanda che pi mi tormentava: perch le forze
dellordine non erano riuscite a prevenire la strage? Eppure la banda era piena dinformatori solleciti e
puntualissimi. Giuliano era circondato dalle spie. I suoi stessi luogotenenti lo erano. E chi riferiva a un
ispettore di pubblica sicurezza, chi a un ufficiale dellArma...
Allora perch nessuno era intervenuto in tempo? In nome di che cosa ci avevano sacrificato?
Perch, quel giorno, mio padre doveva morire per forza?
Chiss, mi dicevo, nascosto sotto le coperte, magari con questi giudici lo sapremo.
Il processo dAppello cadde di gioved, come risulta dal mio quadernetto, una specie di diario
che in quel periodo mi aiutava a dare un ordine alle giornate, con i loro imprevisti. Lo conservo
assieme ai ritagli di giornale  io non butto mai niente, come avrai capito  in uno scomparto della
famosa sacca militare.
Quella che ho ereditato da mio padre.
Quando andava in campagna, era l che metteva il pane e il fiasco del vino. Poi successe quel
che successe e la sacca divent mia. Il mio feticcio. Se qualcun altro la toccava, era una sofferenza.
Ecco, se vuoi saperlo, il motivo per cui ti chiusi sul terrazzo quando scoprii che ti eri permessa
di frugarci dentro...
Dunque, gioved.
Avevo dormito male. Non sopportavo pi lidea di tornare indietro, di ripercorrere daccapo
quella vecchia strada, dincontrare nuovamente il Cacaova o Giuseppe Tinervia, il Bastardone. Ero
sopravvissuto ai loro fucili e alla mitragliatrice di Giuliano, ma quel pellegrinaggio che durava ormai
da dieci anni mi rubava lesistenza in unaltra maniera. Me la sfilava dal petto. Lentamente. A morsi
distanziati: uno ieri, uno oggi, un altro domani.
Ero stanco, non ce la facevo pi ad andare di tribunale in tribunale, alla perenne ricerca di un
riconoscimento (per non dire giustizia) che si spostava sempre dun passo in avanti o di lato o di
traverso.
Comunque avevo dormito e questa era gi una vittoria.
Tale almeno lavrei considerata, se non mi fossi svegliato con uno strano senso di perdita:
mancava qualcosa. Nellaria, nella camera, attorno al mio cuscino. Era come un dubbio, il sospetto di
unassenza.
E finalmente capii: le mattonelle non vibravano. Di solito a quellora il traffico era molto
intenso, gi allincrocio, e a ogni passaggio dautobus il pavimento tremava. Ma quella mattina, per
quanto ascoltassi, non sentivo rumori. Tutto era immobile. Fermo in un silenzio assoluto. Innaturale.
Cos mi alzo e a tentoni, nel buio perch la lampada del comodino non si  accesa, vado alla
finestra. Spalanco le persiane e limprovviso chiarore mi fa chiudere gli occhi. Quando li riapro, vedo
la neve che fiocca piano sulla citt: santiddio! e adesso?
Giustamente mi preoccupavo per la tenuta della mia giacchetta: a giudicare da come nevicava,
mi sarei inzuppato per quantero lungo.
Buttai unultima occhiata al cielo, quindi richiusi e senza perder tempo minfilai i pantaloni.
Bisognava sbrigarsi. La strada era ricoperta di un bianco ancora fragile ma la tormenta non accennava a
diminuire, al contrario, e gli autobus ci avrebbero messo uneternit ad arrivare fino al Palazzo di
Giustizia.
Quello che non avevo calcolato  che gli autobus, per lappunto, mancavano. Cio non
circolavano proprio. Erano spariti assieme alle macchine, ai furgoni, ai motorini e pure ai passanti e
alle luci dei negozi. Era saltata lelettricit e lunico bar aperto non fu in grado di servirmi un caff.
Alla fermata non cerano passeggeri in attesa. Soltanto io.
La neve ora cadeva fitta, a folate trasversali, e sotto lapparenza farinosa ogni fiocco aveva un
nocciolo duro come grandine. Picchiava forte sul viso, con allegra ferocia. Stavolta il freddo era ostile.
Nemico. E bench mi fossi imbottito per bene  due maglie di lana e due paia di calzerotti  sentivo
che il gelo conquistava spazio, dalle gambe risaliva fino al cervello e dal collo si diramava lungo le
vertebre.
Dovevo muovermi, altrimenti sarei finito come i gemelli di Rovigo: assiderato. Daltronde
lautobus non si vedeva, perci non mi restava che andare a piedi...
E cos sia.
Strinsi la sciarpa contro la bocca e cominciai la traversata.
Non era facile: un po scivolavo e un po affondavo nella neve ormai alta parecchi centimetri. I
marciapiedi erano ostruiti dalle automobili in panne e tre filobus vuoti stavano fermi in mezzo alla
strada. Uno spazzino, solo soletto, tentava di ripulire uno scolo utilizzando un ridicolo mozzicone di
scopa. Nevicava talmente fitto che non sapevo pi dove mi trovassi. Non riconoscevo le piazze, gli
incroci: avevo perso lorientamento.
Non posso farcela, pensai. In ogni caso, non arriver in tempo. E questa convinzione mi liber
dal peso delle mie responsabilit: mi sentii in salvo, quasi fossi sfuggito a una condanna.
Sotto il sollievo avvertivo tuttavia un fastidioso spasmo dimpotenza mista a rassegnazione e,
sotto ancora, un pressante senso di colpa che cercavo dignorare e di tenere separato dal resto, ma era
uno sforzo inutile. Tant che nel giro di pochi secondi lordine dei sentimenti si capovolse, lultimo
divent il primo, la colpa assunse contorni ben definiti e dentro il turbinio brutale dei fiocchi, tra le
folate gelide, la voce di mio padre mi soffi allorecchio: tu! che sei vivo a fare?
Allora ripresi la marcia. Mi dicevo: magari sono in ritardo anche i giudici... magari hanno
posticipato lapertura delludienza...
Proprio in quel mentre, la suola di cuoio troppo sottile slitt e caddi a terra. Annaspai per
rialzarmi e, non trovando appoggi, dovetti remigare con le braccia fino al palo di un cartello stradale.
Impossibile proseguire: che lo volessi o no, dovevo arrendermi.
Mi toccai gli zigomi. Erano molli, come bagnati di pianto, ma in realt era solo neve.
Sui giornali di venerd cerano titoli da tragedia: bufera su Roma, sconvolta la costa tirrenica,
incidenti, misure di emergenza...
Ero diventato amico di un edicolante di via Cavour, che mi permetteva di sfogliare i quotidiani
dentro il suo baracchino. E dunque ne approfittai per leggerli tutti. In particolare lAvanti! e lUnit,
perch avevano sempre seguito puntualmente la nostra storia. Senza contare che i rispettivi partiti di
riferimento, socialista e comunista, allepoca dei fatti si erano impegnati accanto al sindacato, avevano
raccolto fondi e sottoscritto una campagna nazionale di solidariet. Da quelle file l venivano inoltre gli
avvocati nostri, i difensori di parte civile.
Perci mi lessi i due giornali da cima a fondo, dagli editoriali ai trafiletti interni.
SullUnit, sparata in prima pagina, campeggiava la foto di un pizzardone che stringeva la
mano a un signore sorridente, con un alto colbacco di pelliccia che gli ricopriva pure le sopracciglia.
Larticolo spiegava che era un sovietico di passaggio per i giochi olimpici di Cortina, e il vigile gli
aveva chiesto, tramite linterprete: che effetto le fa tutta questa neve? E lui: per me  pane quotidiano,
per sono contento di essermi portato il colbacco.
Per tagliar corto: otto pagine di cronaca e di avvenimenti locali o esteri, ma sul processo
neanche una riga.
Pi inattuale di cos!
Il risultato del bagno di neve fu una brutta tosse e uninfluenza che minchiod a letto.
Presentarsi in tribunale, al momento, era fuori discussione.
Per mia fortuna cera Nicola, che proprio in questa circostanza dimostr di essersi affezionato.
Mi portava su dal bar i cornetti alla crema e il caffelatte caldo, poi si accomodava sullunica sedia a
disposizione per raccontarmi della Roma, che era la sua squadra e che purtroppo, dopo i successi della
stagione passata, era scesa in classifica. Una volta, prima di andar via, mi regal perfino una copia della
Gazzetta dello Sport, giusto perch mi distraessi un poco.
E io ci provavo, a distrarmi. Ma non cera verso: a occhi chiusi o aperti, magari mentre finivo di
mangiare il mio cornetto, allimprovviso mi ritrovavo seduto in aula, dietro gli avvocati che si
aggiustavano il collarino sotto la toga.
Ero l, a prescindere dal fatto di essere presente o meno.
Forse il Palazzo di giustizia  davvero quel Palazzaccio che dicono i romani, io per lo vidi
sotto unaltra luce.
Certo, al primo impatto sembr anche a me un tantinello esagerato. Fontane, statue, archi e
scaloni, unesuberanza di ornamenti che drammatizzava un luogo che non ne aveva bisogno, essendo
gi abbastanza drammatico per conto suo. Nel complesso, tuttavia, quel gran corpo pesante mi piacque,
perch era solenne e la solennit si addice alla giustizia (avevo ancora di queste idee). Il travertino, poi,
era una pietra robusta e docile, liscia, come inventata apposta per facilitare il flusso dei discorsi,
landare e venire dei magistrati e dei testimoni, dei giudici e degli uscieri.
Ricordo una lunga venatura color tabacco che minsegu per un pezzo quando mi addentrai, da
novellino, in quel labirinto di corridoi e gradinate che non la finivano pi di salire e svoltare.
La confusione non mancava,  ovvio. Ma era  o mi parve che fosse  un disordine normale, il
trambusto ordinario e affaccendato di un edificio grande quanto una cittadella. E davanti allaula non
trovai la ressa di Viterbo, quella calca che ci costringeva a una spasmodica attesa nello slargo di fronte
alla Chiesetta degli Scalzi.
Dentro, per, il colpo docchio era desolante.
Pubblico a contagocce.
Pochi giornalisti.
Soprattutto, pochissimi imputati.
La banda, che gi a Viterbo era ben lungi dallessere al completo, stavolta si presentava
praticamente dimezzata. Come se una moria avesse svuotato le gabbie. Il che, in parte, rispondeva al
vero, basti pensare a tutti quelli che, nel frattempo, erano morti. Uccisi nel sonno o durante un conflitto
a fuoco. Raggiunti da un proiettile nello stanzone di una caserma o magari avvelenati nel chiuso di una
cella.
Alla sbarra cerano i superstiti, anche loro per a ranghi ridotti e infatti ne contai quattordici sui
trentatr che avrebbero dovuto essere. I picciotti  ossia la bassa manovalanza, Tinervia il Bastardone
e gli altri che erano stati assolti in primo grado  erano assenti. Contumaci.
In compenso avevamo un esordio eccellente, perch sul banco degli imputati cera per la prima
volta Pasquale Sciortino, il cognato di Giuliano.
La mente politica della banda: cos lo avevano definito al momento dellarresto.
Laccusa nei suoi confronti era di concorso in strage continuata, perch dopo la Ginestra, nel
giugno del 47, aveva capeggiato gli assalti alle Camere del Lavoro in provincia di Palermo. Con
bombe a mano e mitragliatrici aveva cercato di ripulire la zona dalla canea rossa: Partinico, Carini,
Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale, Cinisi... Pasquale Sciortino era un intellettuale  aveva studiato
in un liceo di Palermo, addirittura  e dunque pensava in grande.
Se ti ricordi, lavevano arrestato in America, nellagosto del 52, a quattro mesi dalla sentenza
di Viterbo e dalla condanna allergastolo. In ogni modo Pino, come lo chiamavano, era laggi dal 47.
Aveva finito il suo lavoro a giugno e poi si era imbarcato con documenti falsi per lAmerica, dove
aveva avuto tutto il tempo che serve per diventare un uomo di successo. A Los Angeles conduceva un
programma alla radio: sinventava freddure e barzellette per far ridere gli ascoltatori. Per in seguito
era entrato in aviazione e si era arruolato perfino nella Guardia Nazionale.
Adesso, nellaula del Palazzaccio, di americano aveva soltanto le scarpe: gialle, con i bottoncini
di lato.
Non lavevo mai visto prima, eppure lo consideravo una vecchia conoscenza. Nel senso che
avevo sentito parlare di lui fin da quando, dopo la morte di mio padre, mi ero trasferito dai nonni a San
Giuseppe Jato. Sciortino era di San Cipirello e i due paesi sono quasi attaccati, perci lo conoscevano
tutti. Daltronde suo nonno era un notabile del posto, un allevatore di bestiame che possedeva
unazienda agricola ed era assai rispettato. Un galantuomo. Quando il nipote si era fidanzato con
Mariannina Giuliano, gli aveva detto: se la sposi, non metterai pi piede nella mia casa!
Ma il matrimonio si celebr,  ovvio. Alla presenza di Salvatore Giuliano, gi ricercato da
mezzo esercito, e con una specialissima autorizzazione del vescovo di Monreale.
Non  che in paese non si conoscessero, le imprese di Pino...
Le chiacchiere circolavano e i paesani erano divisi in tre partiti. Quelli che, essendo daccordo
con le sue idee, lo portavano in palmo di mano. Gli altri che invece lo temevano e, da ultimo, il partito
che lo avversava. Ma anche l qualcuno diceva: eh! se non gli avessero ammazzato il padre... Perch
suo padre, nel 23, era stato ucciso dai fascisti.
Ecco.
Era questo il particolare che mi turbava, quando ero un ragazzetto e abitavo a due passi da San
Cipirello.
Non facevo che pensarci: ma come... un cristiano a cui hanno ammazzato il padre... Possibile,
mi chiedevo, che a sua volta ammazzi il padre di qualcun altro? Solo a immaginarlo era uneresia. Una
cosa che mi riempiva la testa di brividi.
Pasquale Sciortino.
Adesso lavevo di fronte e mi stupivo perch era esattamente come mi aspettavo che fosse: una
specie di maestro di paese, ma di quelli che si divertono a frustare le gambe degli alunni. Era molto
abile nelle sue risposte. Un uomo consapevole che, conoscendo le parole adatte, si pu vincere
qualsiasi guerra.
Non ho fiducia nella giustizia, disse a un certo punto, rivolgendosi alla Corte, ma credo nella
legge. Nella legge s, ci credo in quanto  scritta per essere interpretata.
Un bandito che dice: credo nella legge! Sembrava una battuta da commedia radiofonica, invece
era una sfida.
Faticai a prenderne atto. Mi ribellavo allidea che un assassino, gi condannato in contumacia a
Viterbo, potesse sperare di farla franca e cercasse di ribaltare una sentenza manipolando, distorcendo e
utilizzando a tale scopo le norme processuali.
Il diritto alla difesa... Sono il primo a sottoscriverlo. Peccato che la legge, cos come
lintendevano Sciortino e il suo avvocato difensore, non avesse molto a che spartire con la verit.
Quella rimaneva nascosta dentro la mia pancia, al buio, al chiuso, come se fosse una faccenda
privata.
Per fortuna al sole stingono anche i pensieri... E quellanno ce ne fu tanto, quando giunse la
primavera e Roma si riemp di tavoli allaperto e di gente che pranzava in maniche di camicia.
Pure a me piaceva stare fuori, allaria, e nei giorni dudienza mangiavo una ciriola nei giardini
di piazza Cavour, dietro il Palazzaccio. Mi godevo il passeggio e ogni tanto mi accendevo una sigaretta
a dispetto dellasma... se poi era asma...
Fumavo comodamente seduto sopra una panchina allombra delle palme, quindi attraversavo la
strada e andavo fino allingresso del teatro Adriano, appena riconvertito a cinema di prima visione. Il
settimo sigillo. Il gigante. Poveri ma belli. Mi studiavo i cartelloni, scegliendo i film che sarei andato a
vedere appena li avessero passati nelle sale di terza categoria. Che allora non erano affatto da
disprezzare.
Pensavo alluniversit o allappuntamento con Alida e mi dimenticavo di Sciortino e delle sue
scarpe da mafioso americano.
Roma era immensa e varia, grazie a dio, e la vita non girava solo attorno al tribunale, non si
riduceva a un contraddittorio davanti a una Corte di giurati in fascia tricolore.
Una volta uscito dallaula, ero un giovanotto normale. Uno qualsiasi. Nessuno mimportunava
con domande indiscrete, perch non ero facilmente identificabile come a Viterbo, dove io non ero io
bens la parte lesa. Con ci che ne consegue.
A Roma non avevo bisogno di giustificare la mia presenza. Potevo essere chiunque: uno
studente, un lavoratore, un perdigiorno, un turista amante delle antichit. Non ero costretto a rendere
conto n del presente n del passato: toccava a me dire o non dire. E scegliere  ora s!  a chi dirlo e
quando.
Ma essendo notoriamente scarso di parole  mutangolo, come tu insisti a dire  mi ci volle un
bel po prima di riuscire ad aprir bocca con qualcuno.
Nicola non brillava negli studi, per era diligente e volenteroso.
Giusto in quel periodo, inizi a sbrigare qualche pratica per lufficio di Alida, lo studio legale
che stava al terzo piano del suo stesso palazzo. La collaborazione non prevedeva un compenso in
denaro, essendo una sorta di apprendistato volontario. Tanto per irrobustire le ossa.
Un annuncio che funzion come una sveglia: di colpo, realizzai la portata delle mie pretese.
Eh s. Se volevo iscrivermi a legge, era opportuno che cominciassi a valutare con un pizzico di
realismo le infinite cose che fino a quel momento avevo sottovalutato: la frequenza obbligatoria
(almeno per alcune materie), le specializzazioni, gli esami di Stato, i concorsi, il tirocinio non pagato.
E nel frattempo chi mi avrebbe mantenuto?
Io ero carne da lavoro.
Non potevo permettermi di trascinarla in lungo come Nicola, il cui compito, a dirla tutta,
consisteva nel portare in tribunale le carte che gli avvocati dimenticavano in ufficio. Questo e poco
altro. Ma era pur sempre un avvicinarsi alla professione, una scuola di concretezza, di addestramento
quotidiano, e lui ne andava orgoglioso. Mi afferrava il braccio per raccontarmi quantera bravo
lavvocato tizio o quantera astuto lavvocato caio: una volpe! un demonio! Mi tratteneva con una
mano e con laltra gesticolava, mentre il collo gli diventava rosso.
Imbarazzante... Provavo un forte senso di fastidio per questi suoi entusiasmi.
Molte volte fui sul punto di dirgli: sai, io li ho visti allopera, gli avvocati, quelli dellaccusa e
quelli della difesa, e non minteressano le gare di astuzia. Ma a Nicola non avevo mai confessato la mia
dimestichezza con i tribunali (un tirocinio senzaltro pi istruttivo del suo). Non era al corrente
nemmeno del processo di Roma. La tentazione di confidarmi non  che non ci fosse, cera, ma rimase
solo una tentazione finch non cincontrammo, per caso, in un corridoio del Palazzaccio.
Poteva essere aprile, dal cortile esterno arrivavano folate dense di polline. Io entravo e Nicola
usciva, con una cartella che gli dondolava contro gli stinchi e un sorriso stupito. E tu che ci fai da
queste parti?
Ecco... dissi.
Ma non parlammo l, in mezzo al traffico del palazzo di giustizia. Lo accompagnai fuori e
andammo a sederci sopra una spalletta del Lungotevere, la faccia rivolta al fiume e le gambe a
ciondolare nel vuoto. Una fila di canoe correva veloce sullacqua, al ritmo dato dal vogatore di prua.
Nicola teneva il testone un po di traverso, come se gli pesasse. Il rumore delle macchine si
disperdeva dietro gli alberi lasciando spazio alle nostre voci.
Parlai e parlai: ne avevo bisogno. E mentre mi ascoltavo parlare, udendo il suono delle mie
parole, a un tratto mi vidi comero e scoprii di non avere pi un progetto.
Tutta unimpalcatura si stava sgretolando...
S, ero approdato a Roma con il fermo proposito di studiare legge e di ribaltare la mia
posizione, entrando in tribunale da giudicante, avvolto nella toga. Ma era la decisione giusta?
A parte le difficolt economiche, cominciavo a nutrire dei seri dubbi sulle mie attitudini. Mi
chiedevo: con quale serenit, con quale convincimento... In altri termini: avrei mai avuto lanimo
sgombro, in unaula di giustizia? E inoltre la legge era uno strumento cos difficile da maneggiare! Un
coltello con la lama affilata da entrambe le parti: a toccarlo, avevo paura di ferirmi e di ferire.
E allora?
Che forma dare al futuro?
Vero che per liscrizione a giurisprudenza avevo tempo fino a settembre, anzi fino al quindici
ottobre. Ma il problema  che ormai avevo perso il senso generale del mio progetto.
Un giorno il signor Petroni mi fece sapere, attraverso suo figlio, di aver trovato un lavoro adatto
a me, finalmente: una sistemazione. Cos dovetti accettare il famoso invito a cena, comprensivo di
Lascia o raddoppia.
Quel sabato sera, per la prima volta da quando la conoscevo, vidi la mamma di Nicola senza
bigodini e senza vestaglia, il petto poderoso ben imbustato e sigillato dentro una blusa di rayon.
Somigliava a suo figlio in modo impressionante.
La tavola era gi apparecchiata, ma lacqua per la pasta ancora non bolliva e il signor Petroni,
ansioso distruirmi a dovere, mi guid verso il divano. Soffriva di artrite e non cera posizione che non
gli desse fastidio, ora si appoggiava sulla natica destra, ora sulla sinistra. Infine trov requie e,
puntellandosi contro i cuscini, annunci: ti ho fissato un incontro con la senatrice Palumbo.
Si tratta di questo, disse. La senatrice, che  unottima persona, ha la mania della Storia. Da anni
va raccogliendo una montagna di documenti e in qualche posto li deve pur sistemare, perci ha istituito
un fondo a suo nome presso lIstituto Storico Nazionale, un ente di diritto pubblico, e adesso ha
bisogno di qualcuno che se ne occupi. Che tenga in ordine larchivio, che completi la catalogazione.
Insomma, queste cose qua.
Ma io non ne so niente! esclamai, sopraffatto dallimprovvisa coscienza della mia
inadeguatezza.
Non importa, tinsegneranno. E poi non credere... Prima devi essere selezionato. Scelto da lei
in persona.
Vedrai, sospir rigirandosi sui cuscini.  una vera lombarda di Milano, sbrigativa e in continuo
movimento. Figurati che durante la Resistenza era capo-infermiera nelle brigate Garibaldi! Nel
dopoguerra, considerando i trascorsi, le hanno poi affidato un incarico speciale: ispettrice del Ministero
dellInterno per lassistenza in Sicilia. E ispeziona oggi, ispeziona domani,  andata a finire che alla
prima legislatura lhanno candidata proprio in Sicilia, a una bella distanza da casa sua.
Ha ottenuto il seggio e cos  diventata un poco sicilianuzza anche lei... pronta a difendere i
compaesani pure contro il governo... E con ci mi riferisco, spieg il signor Petroni, a una vecchia
polemica, sempre del dopoguerra.
Era lanno in cui le autorit, per stanare Salvatore Giuliano, avevano istituito il coprifuoco a
Montelepre, chiuso gli esercizi pubblici, i negozi, le panetterie, e ordinato a carabinieri e militari di
sparare appena vedevano gente. In breve, era il momento meno opportuno per recarsi laggi. Ma la
senatrice pu forse rinunciare alle sue ispezioni? Mai e poi mai. Anzi non  contenta finch non la
portano a Montelepre, dove trova una popolazione impaurita, ridotta alla fame. E allora che fa? Prende
carta e penna per chiedere al governo di cambiare metodo: queste misure, scrive, mi ricordano i
momenti pi bui del nazifascismo, quando tutti, a cominciare dalle donne, dai vecchi e dai bambini,
venivano sottoposti in maniera indiscriminata alle ritorsioni.
Eh, la senatrice Palumbo! Ha pi carattere di un uomo, concluse il signor Petroni. E adesso
andiamo a mangiare. Ma quando fummo ben sistemati attorno al tavolo, torn a dire: Donna
generosa... Una socialista vecchio stampo. Mandalo da me, ha detto non appena le ho raccontato da
dove vieni e della tua disgrazia.
La mia disgrazia.
Unespressione che avevo dimenticato, non la sentivo pi da secoli. Suonava strana, dopo tanto
tempo.
Abbassai lo sguardo e mi misi a rimestare dentro il piatto.
Era questa, dunque, la mia vera carta di presentazione? Avevo lamaro in bocca, perch
guadagnarsi un lavoro grazie a quello mi pareva un approfittare e, in qualche modo, anche un baratto
ignobile. Io faccio la vittima e tu mi trovi un posto...
Ma nessuno mi aveva promesso un posto. Solo un semplice colloquio di lavoro, ricordai a me
stesso mentre la faccia sorridente di Mike Bongiorno compariva sullo schermo della tiv, in fondo alla
stanza.
Siccome lappuntamento era di pomeriggio, la mattina la spesi nel salone di compare Fifo per
un taglio di capelli. Dopodich, ben lustrato e profumato, andai a fumare in santa pace ai giardini di
piazza Cavour, dove ormai mi sentivo di casa.
Era una giornata perfetta, n calda n fredda, la gente camminava senza affrettarsi e si fermava
a leggere il giornale sulle panchine. Quando fu lora, mi alzai quasi malvolentieri.
Lufficio della senatrice si trovava nei pressi del parlamento, e io chiss cosa mimmaginavo...
In effetti il palazzo possedeva la solennit istituzionale che gli spettava di diritto, ma lei occupava una
stanzuccia qualsiasi, arredata con il minimo indispensabile: scaffali alle pareti e una scrivania ingombra
di carte. Nellangolo accanto alla finestra, una segretaria in grembiule nero batteva sui tasti di una
macchina da scrivere: ta-ta-t, ta-ta-t. Un ritmo vagamente minaccioso.
Dietro le pile di documenti che occupavano lintero ripiano dello scrittoio, scorsi una figura
minuta, per con le spalle larghe, un tantinello sproporzionate. Il suo abbigliamento era in sintonia con
la stanza: rigida giacca marrone e camicetta chiusa fin sulla gola. Asserragliata dentro quei vestiti, la
senatrice non aveva et.
Adesso che la vedevo, non sapevo pi cosa aspettarmi da lei. Non ero abituato ai politici e tanto
meno alle donne che fanno politica, anzi diciamo pure che non ne avevo mai vista una, n da lontano
n da vicino. Non che fossi prevenuto, ma un filo di sospetto cera. Invece, in una maniera del tutto
inaspettata, quello che doveva essere un normalissimo colloquio di lavoro si trasform in un incontro
fuori dallordinario e per me assolutamente decisivo.
Fin dal primo scambio di battute, mi resi conto che non le importavano i miei titoli di studio
(anche se li controll attentamente). A lei premeva sondare il mio grado di affidabilit: se dovevo
occuparmi della sua creatura, bisognava che fossi allaltezza del compito e che dimostrassi di avere
ben compreso lo scopo e lo spirito complessivo di tutta quanta limpresa. Perch linteresse della
senatrice per gli archivi storici non nasceva da una passione intellettuale, ma dalle vicende della sua
vita. Era il frutto delle ingiustizie che aveva visto e delle menzogne che aveva ascoltato, come ci tenne
a sottolineare. Quellinteresse scaturiva insomma dal desiderio che la Storia non fosse pi una bugia
condivisa da un pugno duomini... Lei che ha studiato, fece sorridendo, forse rammenta questa frase
di Voltaire.
Un archivio storico, per la senatrice Palumbo, era il necessario antidoto alle imposture dei
potenti. Il luogo dove cercare le tracce della verit. Con pazienza. Raccogliendo pure le briciole, perch
di briciole  composta la vita degli uomini. Briciole di racconti e di verit. E io, nella mia mente, mi
figurai lo schedario e le lunghe file dei raccoglitori e, in ogni scomparto, vidi i fogli numerati, i
documenti uno per uno nelle loro custodie, a migliaia, e la carta resa fragile dagli anni, tanto pi
preziosa quanto pi difficile da decifrare.
Un tribunale, pensai dun tratto.  come un tribunale: un gioco ampio e lento, con le sue regole
e la sua logica.
Imperfetto, probabilmente. Forse anche impietoso, ma senza imputati chiusi in gabbia o feroci
corpo a corpo tra le vittime e il resto del mondo. E questa era una prospettiva inedita, una via duscita
che nessuno finora mi aveva indicato.
Cos, quando la senatrice mi chiese dei miei progetti e se in autunno, come le aveva detto
lamico Petroni, mi sarei iscritto a giurisprudenza, qualcosa dovette risuonare dentro di me perch
risposi di slancio: No!
Mi ero gi incamminato per unaltra strada.
Io non sogno quasi mai, ma la notte dopo questo colloquio sognai mia madre.
Era malata, eppure stava davanti allo specchio con il suo cappellino. Lo spingeva in basso per
coprire i capelli che, a forza di premere contro un guanciale, apparivano logori e pesti.
Lo cal sulla fronte con entrambe le mani e poi fece un gesto che nella vita vera non aveva mai
fatto: si volt a sorridermi.
Lo zio Alfio venne a Roma ad agosto, qualche giorno prima della chiusura dellAppello.
Per mesi avevamo programmato il suo viaggio attraverso uno scambio di lettere piuttosto
sofferto. La donna che di solito scriveva per lui, una cugina fidatissima, aveva lasciato il paese, era
andata in Germania a raggiungere suo marito. Perci lo zio doveva ricorrere a un paesano che non gli
piaceva e gli suscitava diffidenza: ha il labbro di sotto a pinnuluni! Un labbraccio pendulo che gli
cascava sul mento, in effetti, e da quella via maestra gli scappavano fuori, oltre agli sputazzi di saliva,
pure i segreti dei clienti.
Il risultato  che le lettere, fra le reticenze dello zio e i fraintendimenti dello scrivano, parevano
ritoccate dalla censura militare. Incomprensibili.
Come dio volle, riuscimmo a metterci daccordo e il giorno fissato, allora fissata, sono alla
stazione.
Il treno da Palermo, al solito,  in ritardo. Dopo trenta, quaranta minuti finalmente arriva e i
viaggiatori si riversano sulla banchina. Punto lo sguardo per cercare lo zio e quando lo scopro tra la
folla, mentre arranca sbilanciato dal peso della valigia, ho un attimo di smarrimento:  strano vederlo
fuori contesto, lontano dal suo banchetto, senza il grembiale da ciabattino. Sembra addirittura pi
basso. E allimprovviso realizzo che  diventato vecchio.
Ma quando  successo?
S, era diventato fragile, ossuto, le orbite gli sprofondavano sotto larcata sopracciliare e il collo
somigliava a un campo arato da poco.
Ci nonostante, continuava a credersi un giovanotto.
Il nove agosto, quando la Corte si chiuse in camera di consiglio (un ufficio al pianterreno del
Palazzaccio) per deliberare la sentenza, gli suggerii di tornare alla pensione e di riposarsi. Avevo paura
che si stancasse troppo, alla sua et.
Ma lui si accomod tranquillamente sopra una panca e non volle allontanarsi nemmeno per un
caff al bar di piazza Cavour. Temeva di perdere il rientro della giuria. E se non ci avvertono in
tempo? obiettava alle mie rimostranze, lanciando occhiate diffidenti in direzione dei nostri avvocati.
O, per essere pi precisi, dei loro giovani collaboratori che facevano avanti e indietro per i corridoi. I
titolari, in quel momento, avevano altro di cui impicciarsi.
Qua sono e qua sto, concluse con un gesto secco, rifiutando di muoversi. A Roma ci sono
venuto apposta, te ne sei scordato? Per assistere al finale della partita.
Ma questo non era del tutto vero.
Allorigine, il viaggio dello zio aveva un altro scopo. Sia lui sia la zia Mannina volevano capire
comero combinato, se il mio nuovo ufficio era proprio la meraviglia che raccontavo, se la decisione
discrivermi a lettere (indirizzo storico) era una cosa seria. E se mangiavo abbastanza. Se avevo messo
su qualche chilo o se ero sempre scarsolino, vivendo come vivevo al chiaro della luna, che oggi c e
domani non c.
Questa era la missione segreta  e tuttavia palese  dello zio.
Cos, per tranquillizzarlo, lavevo portato a visitare larchivio della senatrice e la stanza dove
lavoravo. La pi fresca e silenziosa. Unoasi di pace. Quindi lo avevo invitato a pranzo in un piccolo
ristorante sul Tevere, dove servivano pesce di fiume. Cefali, carpe, cavedani. Un pescato, allepoca,
migliore di quello che arrivava da Ostia, magari gi fradicio.
Al tavolo accanto, il proprietario stava organizzando un torneo di zecchinetta con un gruppo di
amici. Era tutto cos festoso e normale e lo zio mi guardava con occhi cos pieni di calmo appagamento
che, per un attimo, avevo pensato addirittura di presentargli Alida.
Ma Alida non era la mia fidanzata. Era una donna con cui avevo una relazione e di sicuro la zia,
se non lo zio, a saperlo se ne sarebbe dispiaciuta.
Come accadde a te, daltronde, quando pi tardi Giacomo ti raccont la storia.
Quel nove agosto, comunque, lo zio fu costretto a cedere e ad abbandonare la sua postazione al
Palazzaccio. Perch i giudici, che si erano ritirati in camera di consiglio il gioved, ne uscirono verso
luna del giorno dopo.
Nellora pi calda di una giornata caldissima.
A Viterbo i parenti degli imputati, la madre di Pisciotta, la moglie e la figlia di Cacaova, erano
partiti prima della lettura della sentenza. Per non assistere alla condanna, che si riteneva certa.
Stavolta, invece, qualcuno era rimasto.
Fra quelli che non avevano abbandonato la scena cera Mariannina Giuliano, che durante il
processo si era fatta notare dalla stampa per i suoi atteggiamenti battaglieri e la faccia pallida e
aggressiva dentro una chioma da leonessa.
Era un personaggio, la sorella di Turiddu! Questo  sicuro.
Una donna con delle ambizioni.
Lo zio mi aveva raccontato che durante la campagna elettorale del 47 laveva vista comiziare
sui palchi assieme alla figlia del barone Tasca: lei, villana figlia di villani. Per amore o per forza era poi
riuscita a sposare Pasquale Sciortino, giovane di razza borghese e benestante. Un picciotto studiato,
come dicevano a San Cipirello, che portava gli occhiali da intellettuale, tondi con la stanghetta
marrone. Lo aveva conosciuto nel movimento separatista, nel corso di certe riunioni a cui Mariannina
partecipava indossando una camicetta gialla e rossa, i colori della Sicilia.
Ah s, un personaggio perfetto per i rotocalchi!
La mattina della sentenza la incrociammo proprio allingresso del tribunale e lo zio comment,
sputando sul marciapiede: Femmina politicante. Pi politicante lei di suo fratello.
La ritrovai in aula. Noi sedevamo a destra, lei al lato opposto, lo stesso della gabbia degli
imputati.
Si sventolava piano con un ventaglio dalle stecche nere quanto i suoi capelli e guardava
Pasquale Sciortino come se fosse un eroe. Il martire di una nobile causa. E magari lo credeva sul serio,
perch il buon Pino, come lo chiamavano i suoi compari, era uno che aveva combattuto per
lindipendenza della Sicilia. Una mente politica. O comunque il tramite, questo s, fra Salvatore
Giuliano e parecchi uomini importanti: il capitano Stern, gli agenti dei servizi segreti americani, i
mafiosi che stavano da questa e dallaltra parte delloceano e che a tempo debito lo avevano aiutato a
espatriare, con le necessarie garanzie.
Ma qualcuno da ultimo laveva tradito, il buon Pino. E adesso che era in gabbia, lei lo
guardava con gli occhi del dolore e io guardavo lei con il cuore vuoto: non lodiavo.
Ti giuro, non la odiavo pi.
Per avrei voluto levarle dal viso quel pallore, quello sfinimento da perseguitata che ingannava
confondendo i ruoli.
Lei non era la mia vittima e io non ero il suo carnefice.
E tanto meno lo era mia madre, che non si era costituita parte civile per vendicarsi di qualcuno,
ma per avere giustizia  un diritto che nessuno ti offre se non lo chiedi. Mia madre, che aveva
attraversato la Ginestra tenendosi con una mano la gonna e poggiando laltra sullalettone dellaereo
che riportava a casa mio padre.
Una scena tatuata nella mia memoria. E infatti torn subito a galla quando il presidente della
Corte lesse la sentenza e alla fine capimmo che Pasquale Sciortino non era pi un ergastolano. Gli
erano state concesse le attenuanti e la condanna era scesa a venticinque anni e undici mesi.
Troppi per Mariannina, che si mise a gridare: Faccio uno scandalo! faccio uno scandalo
nazionale!
Sciortino piangeva dentro la gabbia, togliendosi gli occhiali, rimettendoli e levandoli di nuovo,
e piangeva pure il suo difensore, uno spettacolo assolutamente fuori dallordinario.
Minacce, strepiti, pianti... La testa mi girava per la stanchezza.
Oggi, a mente fredda, devo ammettere che si tratt di una delusione annunciata.
Tutto lAppello, in realt, non era stato che una fiacca replica del processo di Viterbo. Un
tentativo costante di alleggerire il peso politico dellaccaduto, di non andare oltre la meccanica del
fatto, di limitare il campo dindagine e diminuire la portata della strage, riducendola a un episodio
locale: far-west siciliano. E la sentenza ovviamente era in linea con questa direttiva. Anche le sorprese
dellultimo minuto  la riduzione della pena a Sciortino e ad altri due o tre condannati in primo grado o,
viceversa, la condanna di qualche picciotto assolto a Viterbo  non spostavano il senso complessivo
dellimpianto processuale. Erano solo piccoli aggiustamenti a margine. Molliche, in confronto al resto.
A me tuttavia sembrarono pietre tombali, calate a chiusura dellintera vicenda.
Chiusura forse no, ma un giudizio di secondo grado... be, assottiglia drasticamente le speranze,
sicch dun tratto la sconfitta  cio il definitivo colpo di spugna sui nomi dei mandanti e su ci che era
successo veramente  smise di apparirmi come unipotesi per trasformarsi in un pericolo concreto che
mi aspettava proprio dietro langolo.
Unidea intollerabile. E cos, in modo automatico e quasi involontario, mi ritrovai a dire: C
ancora la Cassazione.
Eravamo rientrati da poco nella mia stanza e stavo sdraiato sulla branda provvisoria che il
proprietario e factotum della pensione, un ex impiegato comunale, aveva sistemato accanto alla
finestra. Io dormivo l sopra, lo zio sul letto, anche se per convincerlo mi era toccato battagliare. Un
mulo bardotto come me! si era schermito. Non minteressa, io dormo pure su due pietre, ma tu... tu
che devi lavorare con lintelligenza!
Dunque ero steso sulle lenzuola, in una penombra afosa, con il sudore che si allargava a chiazze
sul davanti della camicia. Potevano essere le tre del pomeriggio: il caldo era al suo massimo.
Lo zio per rinfrescarsi faceva un pediluvio e il disegno scuro delle sue caviglie spiccava contro
lo smalto della bacinella, nero su bianco.
Quando tirai in ballo la Cassazione, non apr bocca.
Qualche minuto pi tardi per sentii che bofonchiava a capo chino, smuovendo lacqua con i
piedi. Ormai, diceva, ormai non c scampo: siamo dentro linverit.
Avevo un lungo addestramento, ero ben preparato a interpretare la filosofia dello zio Alfio,
stavolta per limpresa era troppo ardua anche per me. Ma, batti e ribatti, alla fine ne venni a capo.
Linverit, a quanto capii, non era il contrario della verit. Era ci che si ottiene distorcendo la
verit dal suo interno. Hai presente, disse per spiegarsi, un baro che mette una carta falsa dentro un
mazzo buono? Insomma, lo zio parlava dellarte della manipolazione e del depistaggio. E chi ci pu
combattere contro questarte? Soprattutto quando, a usarla, sono ispettori di pubblica sicurezza o
colonnelli dei carabinieri che, davanti a una Corte, sono capaci di parlare senza nemmeno commettere
peccato.
Capisci? sinfervor lo zio. Nei suoi comandamenti, nostro Signore dice: non pronunciate
falsa testimonianza! Non ordina di confessare la verit. Dice: non pronunciate falsa testimonianza. E
cos fanno, quei bravi cristiani. Omettendo questo, spostando quellaltro... Il risultato, sospir,  che
domani, quando i tuoi figli apriranno i libri di Storia, ci troveranno scritto: la strage della Ginestra? fu
opera di un pazzoide politicante di nome Giuliano.
Il discorso era pi lunghetto del solito, ma la conclusione chiarissima. In altre parole lo zio, che
mi aveva sempre spinto in prima fila, che mi aveva incoraggiato a essere presente e partecipe perch
voleva esserlo a sua volta, ora si tirava indietro. Il mondo dellinverit gli aveva fatto perdere la
fiducia.
Il caldo nella stanza si era un po attenuato e lui si asciugava i piedi lentamente, dito per dito,
continuando a brontolare per conto suo.
Pensa a te, adesso, sbott dimprovviso. Pensa alla laurea. Al lavoro, ch lhai trovato
giusto.
Pensa a te...
Suonava come unautorizzazione. E fu cos che il mio tirocinio nelle aule giudiziarie si chiuse
definitivamente.
C un gruppo marmoreo, sul portone principale del Palazzaccio.
La Giustizia siede in alto, con la spada in una mano e il codice nellaltra. Un po pi in basso, al
suo fianco destro, sta la Legge. A sinistra, la Forza.
E la Verit?
Mi sono sempre chiesto: qual  il posto della Verit? I giuristi sostengono che la Legge entra in
crisi quando rinuncia alla Verit. Perci non dovrebbe esserci anche lei lass, a guardia del
Palazzaccio?
In ogni modo lo zio non si sbagliava: s, lavevo trovato il lavoro giusto, anche se per puro e
semplice caso. Perch Nicola aveva tormentato suo padre e il signor Petroni, bont sua, aveva inseguito
Giuseppina Palumbo  che, oltre a essergli amica, nutriva un certo interesse per la Sicilia e i siciliani 
e laveva assediata fino a estorcerle un mezzo assenso: daccordo, mettiamolo alla prova.
Mah.  tutto talmente casuale! Chi siamo, chi avremmo potuto essere...
Io comunque ero un giovanotto felice quando, la mattina, attraversavo la biblioteca, con i suoi
quarantasettemila volumi, eppoi lemeroteca, con le sue tremila e seicento testate periodiche, eppoi
larchivio, con i suoi duemila e novecento fascicoli, e alla fine arrivavo in ufficio. L uscivo dal mio
passato per entrare in quello degli altri.
Era un lavoro che non mi stancava mai. E in pi mi aiutava nello studio, perch le due cose non
erano in contrasto e anzi luna era come il proseguimento dellaltra. Magari stavo sottolineando la frase
di un libro di testo, e allimprovviso mi tornava in mente una fotografia o un documento che avevo
appena archiviato. A proposito! mi dicevo.
Senza contare che nella direzione scientifica dellIstituto, fra i vari personaggi illustri, cera
anche il mio professore di Storia moderna e contemporanea. Un caso (un altro) che mi favor, perch in
tal modo ebbi lopportunit di conoscerlo e lui quella di valutarmi. Il professor Cantoni...  stato e
continua a essere il mio mentore. Un ometto rachitico, con le braccia corte e le gambe ad arco, ma un
cervello da gigante.
Fu a lui che mi rivolsi, naturalmente, quando si tratt di scegliere la tesi.
Adesso non mi crederai...
Non importa. Che tu ci creda o no, allinizio mi parve logico pensare a una tesi che affrontasse i
fatti della Ginestra.
Non una ricostruzione degli avvenimenti, per carit: quella era una soglia invalicabile. A me
interessava mettere a fuoco il contesto politico, lo sfondo sociale e il ruolo dello Stato, tutto ci che
aveva reso possibile il 1 maggio del 47.
Questa lidea.
Tuttavia ero consapevole che la mia proposta non avrebbe ricevuto una buona accoglienza: il
tema per me non era neutro, certo che non lo era. E il professor Cantoni deplorava i coinvolgimenti
emotivi, assai poco scientifici. La Storia, amava ripetere, vuole che parli lo studioso e le passioni
tacciano.
Ma ormai erano trascorsi tredici, quasi quattordici anni. Mi sentivo pronto alla sfida, anche
perch avevo onorato limpegno preso con me stesso e durante il terzo e ultimo grado di giudizio mi
ero tenuto lontano dai banchi del tribunale. E da quando la Cassazione aveva pronunciato il suo
verdetto conclusivo, da allora mi ritenevo libero. Senza pi vincoli o pendenze. Le pene comminate in
Appello erano state confermate (tranne per lulteriore rinvio a processo di uno dei grandi) e con
questo paradosso  ossia con la sacrosanta condanna di qualche assassino e il parallelo affossamento
della verit  liter processuale era arrivato al suo capolinea.
Amen e cos sia.
Ma ora che il campo da gioco era sgombro, poteva subentrare la Storia, no?
Comunque, prima di parlarne al professor Cantoni, provai ad abbozzare un piano di ricerca e,
non sapendo da che parte girarmi, un giorno mi misi a compilare linventario delle fonti a cui attingere.
Sapevo  pi che sapere, intuivo, data linesperienza  che molte carte, soprattutto quelle di
matrice istituzionale, sarebbero state inaccessibili. Coperte dal segreto di Stato. Sepolte negli archivi
dei Ministeri e delle forze dellordine. Per intanto potevo appoggiarmi ai documenti dei partiti e delle
Camere del Lavoro, alle dichiarazioni pubbliche, agli articoli e alle inchieste giornalistiche che negli
anni Cinquanta erano state numerose e di grande rilievo anche per il processo.
Avevo aperto il mio quadernetto e scrivevo, accumulavo nomi e riferimenti con una grafia
sempre pi confusa. A un certo punto fui costretto a fermarmi. Non per la difficolt dellimpresa, ma
per il semplice motivo che davanti ai miei occhi si era prodotto un vuoto. Non vedevo la pagina,
letteralmente: ero cieco.
A conferma delle ragioni del professore.
Ecco perch cambiai argomento e scelsi una tesi sullassociazionismo contadino del secolo
scorso.
Una materia lontana a sufficienza.
Una storia che non mi avrebbe mai chiesto di dire io.
Allepoca, vivevo ancora in una camera ammobiliata. Avevo lasciato la mia vecchia pensione
per unaltra pi vicina al lavoro e stavo a una cinquantina di metri dallarchivio, in pieno centro storico.
Camminando, mi divertivo a osservare i soffitti a cassettoni, spiavo dal basso le sale dei palazzi
e mi domandavo chi sarei diventato, di l a qualche anno.
Poi un amico minvit a una festa, una di quelle serate che usavano allora, con tanto vino sfuso
e due tartine o poco pi da sgranocchiare.
Combinazione, questamico abitava alla suburra, una zona che non frequentavo e che
conoscevo appena, bench si stendesse attorno a via Cavour. Un quartiere che non mi attirava
particolarmente. E invece stavolta, quando fui l in mezzo, qualcosa si smosse. Tant che, girando lo
sguardo, mi sembr di essere in Sicilia. Nel paese nostro. Con quei vicoli stretti, un po in salita e un
po in discesa, le gradinate che si perdevano in alto e i ragazzi seduti a fumare sul bordo di una fontana.
Era una domenica tranquilla, gi estiva, e dalle finestre spalancate usciva un odore di pastella e
di frittura. Qualche bottega era aperta. Il macellaio, il droghiere, pi un negozio che vendeva cocci,
grandi anfore dallaspetto terroso, e un altro di abiti usati.
Entrai e, mentre toccavo le sciarpe buttate a mucchio dentro le ceste, mentre controllavo i
polsini delle camicie e misuravo i pantaloni, non so, ebbi una specie dilluminazione e, di colpo, fui
sopraffatto dalla smania pressante, irresistibile e per me assolutamente inedita, di avere un posto mio.
Una casa. Non una stanzaccia con la tappezzeria che sa di muffa, ma una casa con un armadio come si
deve, quattro sedie per accogliere gli amici, i libri in ordine sopra uno scaffale anzich impilati a terra.
E qui cominci lavventura.
Fra let scarsa, che non dava affidamento, fra il mio essere solo, scapolo e forestiero, fra le
giacche fuori moda e il borsellino che suonava a vuoto, metti assieme il tutto e capirai: per un
giovanotto con tali e tanti limiti non era mica semplice affittare una casa! Locatari, portinai e agenzie
mignoravano... Finch non mi giocai lultima carta, mostrando la busta paga dellIstituto. Allora ci fu
qualcuno che mi chiam dottore (chiunque abbia uno stipendio a Roma  dottore) ed ebbe la
cortesia di prendermi in considerazione.
In capo a una settimana firmai un contratto, noleggiai unApe per traslocare le mie carabattole,
che nel frattempo si erano inspiegabilmente moltiplicate, e mi affrettai a impossessarmi dellalloggio:
avevo paura che svanisse con la rapidit di certe fantasticherie. Ed eccomi in via Baccina. In questa
strada con le finestre affiancate che si sorvegliano, il mercato, ledicola sacra murata nella pietra e una
botteguccia che vende bottoni antichi, sfolgoranti come gioielli.
In quanto allappartamento, lo conosci. Non  certo il Quirinale... Il terrazzino piace a tutti,
mentre per il resto  quello che : due stanzette quadrate con un angolo cottura in uno slargo del
corridoio. Ma nella mia testa dorfano precoce, di uomo che non sa dove collocare la propria infanzia,
rappresentava un tale passo avanti!
Quando ne venni in possesso, a dire il vero, appariva piuttosto malridotto. Aveva bisogno
almeno di unimbiancata. Perci mi rimboccai le maniche e, pur di renderlo pulito e gradevole, lavorai
senza risparmio e litigai perfino con Alida che laveva in odio e voleva convincermi a restituire le
chiavi.
Il problema, a suo giudizio, non erano le pareti scrostate o il gabinetto approssimativo, era la
famiglia di zingari accampata a pianterreno.
Ben presto li avrebbero sfrattati, ma quellanno stavano ancora l e Alida, quando veniva a
trovarmi, non gradiva la loro vicinanza. Cera una donna... Forse sulla quarantina. Scura, immensa, con
un gran petto dassalto. Perlopi sedeva in strada davanti al portone dingresso e, dal suo sgabello,
vigilava a braccia conserte contando le visite e i visitatori. E ogni volta Alida sbuffava, in tono
sprezzante: Che fa, mi controlla?
S, la casa significava un passo avanti, ma con Alida ne stavo facendo uno indietro, anche se sul
momento non me ne accorsi.
Forse perch il nostro era un rapporto a fisarmonica, per cos dire, che si allargava e si stringeva
a fasi alterne. E comunque tutto vissuto al presente. Senza promesse e senza responsabilit, come se
fossimo a prestito luno dellaltro.
Quello che non avevo considerato  non fino in fondo   che ogni prestito comporta una
restituzione:  un patto a termine. E tuttavia non mi sentivo in pericolo... Altrimenti non avrei provato il
bruciante senso dabbandono che mi for lo stomaco quando li vidi, dietro la porta a vetri dello studio
dove lavoravano entrambi.
Era un sabato pomeriggio e, salendo le scale, gi pensavo alla domenica, al cinema, al gusto di
vacanza del caff bevuto con calma nel bar sotto casa.
Ogni rampa, laffrontavo di corsa. Ormai mi era talmente familiare quel palazzo, con i suoi
zerbini tutti uguali e le targhe di ottone brunito che, a ogni pianerottolo, segnavano una svolta.
Arrivato al terzo piano, mi fermai a riprendere fiato prima di entrare.
La luce del tramonto illuminava la vetrata, contornando di rosso e darancio le due figure dentro
lufficio. Erano in piedi. Lei proprio di fronte a Nicola, e gli aggiustava il risvolto della giacca con quel
movimento morbido delle dita che sapevo a memoria, perch era lo stesso che adoperava con me.
Nulla di plateale, per la verit. Solo un accenno di carezza. Un piccolo gesto, ma cos intimo e
seduttivo che mi diede uno strappo alle viscere.
Mi bloccai e rimasi immobile, dentro il riverbero del sole, a osservare quella mano traditrice
che toccava, sfiorava, blandiva il corpo ingombrante di Nicola. E forse lintensit del mio sguardo
richiam lattenzione di Alida, perch alz gli occhi e mi fiss attraverso il vetro.
Ero passato per invitarla a cena, invece me ne andai in silenzio, scrollando la testa come un
cane bagnato.
Nessuno mi rincorse.
Poi Nicola venne a dirmi: Sai... E che per ci teneva alla mia amicizia e tutte le frasi che si
dicono in simili circostanze.
Ma io a quel punto, per paura di perdere lamore, non amavo gi pi.
Ora non vorrei semplificare troppo... Perch, messa in questo modo, potrebbe sembrare una
faccenda consumata e chiusa l per l. In realt ci fu un tira e molla che si protrasse a lungo e la
commedia dei s e dei no era in pieno svolgimento quando Giacomo scapp da Palermo per rifugiarsi a
casa mia.
Lafa di quel giorno! ancora la sento nelle ossa...
Nessuno mi aveva informato dellarrivo di tuo fratello, perci ero fuori, alluniversit, a
controllare le date degli esami che erano stati sospesi a causa dello sciopero generale. La mattina
precedente  era lotto luglio, il famigerato luglio del 60  lItalia intera era scesa in piazza e anchio
avevo protestato davanti al parlamento per i morti di Reggio Emilia. Ma adesso, supponendo che gli
scontri fossero finiti, ero andato alluniversit.
Poi torno e da lontano avvisto, sotto casa, una sagoma che mi sembra di conoscere. Alta,
compatta, con una robustezza sua particolare.
Affretto il passo ed  lui,  Giacomo che chiacchiera con la zingara del pianterreno e mangia
frugando in un piatto di dolci offerti dalla donna. Cibo tradizionale, di produzione casalinga e con un
nome complicato, difficile da trascrivere: colac, colach, kolak. In altri termini, biscotti farciti di
marmellata e nocciole.
Naturalmente dovetti assaggiarli pure io  e non fu certo un sacrificio  per completare il rito
daccoglienza.
Dunque tuo fratello approda in via Baccina e la mia vita fa unimprovvisa giravolta: non sono
pi singolo, bens in coppia. E tu sai com Giacomo. Confusionario. Disordinato. Mi toccava corrergli
appresso per raccattare le mutande e i calzini sporchi, e lui, per sfottermi: grazie! il Signore te ne renda
merito.
Ma non  che avessimo al nostro comando squadre di cameriere e servitorelli. O una madre
disposta ad accudirci. Senza uno sforzo costante, la casa rischiava di trasformarsi nel regno degli
scarafaggi, che a Roma allepoca erano legioni. Perci non mollavo.
Di conseguenza, puoi immaginare... Battibecchi a ruota continua! Che ogni sera sfociavano in
grandi e conciliative mangiate di spaghetti al cacio e pepe o al pomodoro.
Appena il vento apriva un varco di fresco nella calura, portavamo la scodella sul tavolo del
terrazzino e buon appetito! si proseguiva fino a esaurimento.
Quellestate la passammo in pratica l fuori, ad arrotolare spaghetti, a discutere fino allo stremo
e ad arrabbiarci per come andava il mondo.
Festeggiammo, anche.
E per ben due volte: quando Tambroni si dimise e il governo cadde per via dei morti di Palermo
e di Reggio Emilia (senza contare gli altri), e quando il senato, qualche giorno pi tardi, riconobbe la
necessit di uninchiesta parlamentare sulla mafia. A partire dai fatti della Ginestra.
Su questultima iniziativa politica, per la verit, avevamo opinioni differenti.
Io ricordavo benissimo laccoglienza riservata a Li Causi quando, subito dopo la strage, aveva
chiesto una commissione parlamentare per chiarire le responsabilit e individuare i mandanti occulti,
politici o mafiosi che fossero. Ma se la mafia non esiste! Ecco come avevano risposto i suoi colleghi.
Vero che in seguito i giudici, da parte loro, avevano corretto il tiro e nelle motivazioni della
sentenza dAppello avevano scritto che s, occorre ammetterlo: la mafia non  una leggenda. Ma la
politica che centra? Si tratta, dissero, di un fenomeno antropologico che, semmai, interessa la
sociologia.
E se queste erano le premesse, che fiducia potevo avere in una commissione parlamentare?
Bestia! sinfuri Giacomo. Eh gi, tu sei del partito del diluvio universale... Ma li vuoi o no i
mandanti? E allora! Visto che con i tribunali  finita come sappiamo, non rimane che la battaglia
politica.
In effetti lannuncio dei senatori era un segnale di svolta e a me conveniva riconoscerlo, perch
avevo bisogno  un bisogno urgente  di qualcosa a cui attaccarmi. Di una base dappoggio per non
andare alla deriva. Era passato tanto di quel tempo... Veniva facile contentarsi della retorica del 1
maggio! E magari dire grazie per le commemorazioni ufficiali dinanzi alla lapide della Ginestra.
Ti stai accontentando? mi chiedevo a volte con un filo dinquietudine. Stai cominciando ad
accontentarti?
Ah, non c dubbio: la memoria  un carcere! ora pensai, mentre Giacomo parlava e gli
spaghetti si raffreddavano dentro il mio piatto. Una galera da cui ciascuno evade come pu. Ma
potevano anche passare i secoli: sempre e comunque io avrei avuto bisogno di sapere perch era morto
mio padre.
Non semplicemente per mano di chi, ma perch.
E quale appiglio mi restava, ormai, dopo che linverit aveva vinto nei tribunali e per la Storia
era troppo presto? Forse solo la battaglia politica. Come sosteneva Giacomo, per lappunto.
Tuttavia quella sera non avevo voglia di accettare la logica del suo ragionamento, perci me ne
andai a letto senza dargli soddisfazione. Anche lui non aggiunse verbo. Si coric e dorm saporito come
al solito, perch niente gli leva il sonno, a tuo fratello.
Dormiva fino allimpossibile, a dirla come va detta. Almeno secondo i miei canoni...
Specie la domenica, non cera verso di svegliarlo prima di mezzogiorno. Cos ero sempre io a
rispondere quando, a met mattina, arrivava la tua chiamata.
Se non fosse per me! esordivi immancabilmente. Ma cosa vi costa alzare il telefono... Tanto
per sapere se siete vivi o morti! e la tua voce si riempiva di scintille elettriche. Una specie di lungo,
inesausto crepitio che dallorecchio mi entrava direttamente nel cervello, ma in modo piacevole,
solleticando una corda sensibile: in realt mi lusingava essere accomunato a Giacomo.
Gradivo pure la tua parlata siciliana: laccento, il ritmo, le frasi che dalla lingua regolare
scivolavano nel dialetto, luso costante del passato remoto e lo sprezzo assoluto per il passato prossimo,
che  un tempo bastardo...
Ecco dove, a mia insaputa, si era annidata la nostalgia.
Eppoi Giacomo se ne part. In via definitiva, non per una delle sue normali vacanze
palermitane.
Io avevo comprato da poco la macchina  una Seicento, a rate  e fu con questa che lo
accompagnai alla stazione.
Ricordo che ero molto concentrato nella guida, essendo un principiante ancora incerto nelle
manovre. Ma il giro di andata fil liscio.
Dopodich mi ritrovai sulla strada di casa, da solo, e allimprovviso caddi dentro una vertigine
di silenzio. Per riprendermi, dovetti accostare al marciapiede. Avevo limpressione di aver perso la
parola. Che me lavessero tolta di forza e per sempre: ero muto  mutangolo, se preferisci  e non per
mia scelta.
Ma non mi mancava soltanto lamico. La verit  che avevo preso gusto pure al contorno
familiare e in autunno, quando luniversit di Palermo minvit a un convegno, accettai volentieri, sia
per la cosa in s, che mi gratificava dal punto di vista professionale, sia per il desiderio di ritrovarmi in
mezzo a voi, nel salotto di tua madre, sul famoso divano.
Quindi  chiaro che venni gi con le migliori intenzioni. Malgrado ci, mi resi conto
immediatamente che non era cambiato nulla: laria dellisola era sempre la stessa. Continuava ad
ammassarsi nei miei polmoni e a spingere dallinterno contro il petto, una pressione intollerabile.
Allora mi sbrigai a compiere il mio dovere, poi feci di corsa il tragitto inverso.
Cos lanno dopo e laltro a seguire...
Era come se tornassi soltanto per poter scappare di nuovo. Una settimana gi mi sembrava
uneternit e, per farmi rimanere un po pi dello stretto necessario, ci volle giusto un terremoto.
Dio comanda e il diavolo dispone, dice lo zio Alfio.
Fatto sta che non dovevo essere a Palermo, il quattordici gennaio del 68. Ma allultimo
momento luniversit spost il seminario di un giorno, luned anzich marted, e questo mi costrinse ad
anticipare la partenza.
A Roma lasciai la neve, a Palermo mi accolse un cielo terso e ghiacciato.
Essendo domenica, eravate tutti a Mondello, come dabitudine.
Giacomo aveva insistito perch vi raggiungessi, ma io avevo detto di no perch dovevo finire la
relazione e temevo di non farcela. Quindi ceno per conto mio, al ristorante dellalbergo. Poi salgo in
camera, sistemo le carte sotto la lampada dello scrittoio e comincio a lavorare, vestito da capo a piedi
per colpa del freddo. Non che lalbergo non fosse buono  niente a che spartire con la mia vecchia
pensioncina romana!  ma sai che parlare di riscaldamento a Palermo  quasi uninsolenza: ti guardano
come se gli stessi facendo una proposta offensiva.
Dunque sono l con la testa sui libri quando, di colpo, avverto uno strattone, un sussulto e la
sedia scivola allindietro.
Mi afferro al bordo del tavolo, ancora stonato per via della concentrazione, e mentre mi tiro su,
in quel preciso istante, nel corridoio scoppia un finimondo: porte che sbattono, voci alterate, uno
scalpiccio frettoloso che diventa tuono nella tromba delle scale e, in contrappunto, un rumore di cascata
o di bicchieri rotti che si ripete a catena. Mi affaccio. Corri, corri! urla, nel passarmi davanti, un uomo
con la giacca sopra il pigiama e finalmente realizzo che la vetrata interna  in frantumi e siamo nel
pieno di un terremoto.
Mentre perdo tempo a raccogliere le mie carte, una scossa pi forte delle altre mi scaglia contro
il muro, le luci si spengono e allora mollo ogni cosa e come posso, in unoscurit pesante, scappo in
strada.
Fuori, il buio mi parve pi leggero. Pi tollerabile, anche se i lampioni erano spenti e
ondeggiavano sopra una folla che fuggiva in maniera disordinata, chi verso piazza Politeama, chi verso
piazza Verdi, in una confusione di macchine che avanzavano contromano. Il cornicione di un palazzo
era crollato e dal marciapiede si alzava una barriera di polvere. Pi avanti, dentro uno squarcio
dellasfalto, vidi arricciarsi dei fumi lucidi e sottili, ma la notte era chiara e mi permetteva di evitare gli
ostacoli.
Per un pezzo camminai senza nemmeno chiedermi dove fossi diretto. Camminavo e basta, come
un sonnambulo.
Quando fui tra gli alberi della Favorita, allincrocio dei viali, ripresi coscienza e rallentai
calmando il passo.
Il parco era invaso da migliaia di persone alla ricerca di un rifugio sicuro o supposto tale. Dietro
ogni cespuglio cera qualcuno: madri che stendevano coperte per i bambini, uomini raccolti in gruppo
attorno a un transistor. Un ragazzo stava carponi, lorecchio incollato a terra per cogliere il borbottio
del sottosuolo.
Avevo limpressione che il freddo fosse aumentato, battevo i denti e mi era venuta una gran
voglia di fumare, perci mi frugai in tasca alla ricerca delle Nazionali. Esploro la giacca, i pantaloni,
ma non le trovo. Finch, in un lampo di rinsavimento, ricordo che  gi un mese, una settimana e tre
giorni...  precisamente da tutto questo tempo che ho smesso di fumare... Ho ancora la mano in tasca,
quando una macchina si ferma e un ragazzo apre la portiera: Professore! Salga.
In quanti potevano conoscermi, a Palermo? Sia come sia, lo studente che mi prese su era fra
quelli e, grazie alla fortuna che laveva portato sulla mia strada, in un quarto dora arrivai a Mondello.
Un popolo di ombre mi frusciava accanto, calpestando la rena.
Sbucava dal nulla, sempre pi numeroso, e dallo scuro della notte si riversava sulla spiaggia,
come se il mare fosse la salvezza, un argine, un punto fermo in confronto alla terra pazza e ballerina.
Sulla sabbia ardevano immensi fal, accesi contro il gelo e la paura. Le fiamme si alzavano agitando
lingue gialle, illuminavano un viso e ricadevano con un fragore che copriva la risacca.
Quando il ragazzo mi lasci, dalle parti del vostro villino, mi fermai a osservare i fuochi, le
faville che rumoreggiavano in alto mentre le onde, a poca distanza dalla riva, schiumavano mute contro
i frangiflutti.
Infine ecco casa vostra.
Ecco Giacomo.
Stava fumando in cortile, il cancello era aperto e io mi avvicino, rapido, silenzioso, e con la
velocit di un ladro gli strappo di mano la sigaretta e tiro una gran boccata.
Ah, finalmente! Aspirai con tutta la forza dei miei polmoni, senza preoccuparmi dellasma...
perch non era mai stata asma... Lo sapevo benissimo, io, cosera: un panico annidato nella memoria.
Lo stesso che mi faceva dire: pi nessuno mi porter nel Sud.
E invece ero l.
E a tempo indeterminato, perch il dramma, per noi, cominci lindomani, quando si conobbe
lentit del disastro.
Vero che a Palermo era successo ben poco, ma in provincia e gi lungo il Belice, per tutta la
valle fino al mare, fino alla costa che guarda lAfrica, la terra si era aperta e, in uno sbadiglio di pochi
secondi, aveva inghiottito interi paesi. Sembrava una cosa premeditata, fatta con malizia. Come se il
suolo, per spalancarsi, avesse aspettato proprio la domenica, proprio la notte e la neve che era caduta in
abbondanza nelle campagne.
Il maltempo infuriava e anche per questo, allinizio, fu cos difficile avere informazioni precise:
non solo le strade si erano sbriciolate, non solo i binari della ferrovia erano ridotti a un cumulo dinutile
ferraglia, non solo le linee telefoniche erano interrotte, ma bisognava fare i conti pure con le nevicate e
il ghiaccio.
E le scosse, tanto per non facilitarci in niente, ancora continuavano.
Nel pomeriggio comunque tornai a Palermo, assieme a Giacomo.
Cera stata una discussione, perch tu non volevi che ci allontanassimo e, fino allultimo,
cercasti dimpedirlo: ma proprio ora... ma vi sembra il caso...
Quando Giacomo avvi il motore della sua vecchia utilitaria, ti affacciasti in giardino con
unansia, se posso dire, un tantinello isterica. Ti tenevi aggrappata a una ciocca di capelli con lo stesso
gesto sconsolato che improvvisavi da bambina, quando nessuno ti dava retta.
Da bambina per i capelli ti cadevano attorno al viso in maniera diversa. Non erano cos... non
trovavo la parola... cos lustri, pensai alla fine, mentre sparivi dentro lo specchietto retrovisore.
A Palermo la gente era tutta fuori, accampata in ogni spazio libero. Le automobili e i filobus
non giravano pi. Soltanto camion dellesercito, jeep e ambulanze.
Prima recuperammo le mie carte, il cappotto e la valigia, quindi andammo a controllare il vostro
palazzo e Giacomo volle fermarsi davanti allUcciardone, perch era in corso una protesta. Non
avevano evacuato il carcere e alcuni ragazzi, da qualche giorno agli arresti per via di una
manifestazione contro la guerra del Vietnam, erano chiusi in cella. Alla fine li fecero uscire in cortile e
noi risalimmo in macchina per rientrare a Mondello.
Tuo padre stava ancora l dove lavevamo lasciato, ossia di fronte alla radio, con i gomiti sul
tavolo e un foglio accanto alla tazza del caff. Non si era mosso di un millimetro. Lelenco dei paesi
colpiti, anzi maciullati dal terremoto, si allungava a ogni notiziario e lui compilava la lista,
aggiornandola di volta in volta: Gibellina, Santa Margherita, Montevago, Salaparuta, Santa Ninfa,
Roccamena, Salemi, Menfi, Partanna, Camporeale, Contessa Entellina. E in coda, scendendo verso il
mare, pure Sciacca.
Per a Sciacca, si affrett a dire, solo qualche danno. Non c stata la catastrofe.
Le orecchie mi si riempirono dovatta: lo zio! la zia... Guardai la bocca di tuo padre che si
muoveva come se stesse ancora parlando e uscii di corsa dalla stanza per vomitare dentro la tazza del
cesso: era da un bel po che non mi capitava.
In ogni modo, ci che trovai davvero insopportabile fu la mancanza dinformazioni, perch non
cera possibilit di comunicare, lintera zona era isolata, dopo la neve era venuta la pioggia, dopo la
pioggia il fango e nemmeno i convogli dei soccorsi ce la facevano a passare, a stento qualche trattore.
Ma pur di avere notizie dello zio Alfio ero disposto a qualsiasi sproposito, anche a farmi a piedi i cento
chilometri di rovine che ci separavano.
La mia salvezza fu Vincenzo, il tuo Vic.
Allultimo secondo, mi rimedi un posticino sopra lelicottero dellAgip che trasportava casse
di medicinali assieme a un pugno di giornalisti. Cos ebbi il mio battesimo dellaria. Altro che Alitalia!
Rumore e vento. Pale che ruotavano senza tregua. Un mulinello continuo, a cui dun tratto si aggiunse
uninquietante zaffata di zolfo che sfiat dal basso fino a noi.
Finalmente, a dio piacendo, atterriamo sul litorale di Sciacca.
Appena sbarcati, Vincenzo e i suoi colleghi si spartiscono le apparecchiature e immediatamente,
con le macchine fotografiche appese al collo, si dirigono verso linterno. Speravano dincontrare una
jeep dei carabinieri o un pullman, uno di quelli adibiti ad ambulanza, che li portasse a Santa Margherita
del Belice o addirittura a Montevago.
Per quanto mi riguarda, andai dritto dove dovevo andare. E ringraziando il cielo, la sorte o non
so chi, la casa era in piedi, la bottega pure e lo zio era sano e salvo, mentre la zia Mannina... La zia
stava bene, per non la smetteva di battersi il petto e dinvocare Ges perch la liberasse dalle tenebre.
Ges, diceva,  il mio stenebratore. E quel poveruomo dello zio, a vederla ginocchioni sul mattonato,
si preoccupava: alla tua et! qua finisce che diventi rigida come un pescestocco, e chi ti alza pi?
Rimasi con loro per due ore o tre, giusto il tempo di constatare che non cerano danni n dentro
n fuori e nemmeno nel quartiere, dopodich lo zio mi prese in disparte. Noi siamo al sicuro, disse, e tu
hai gli amici a Palermo: forse hanno bisogno di una mano...
E con ci ebbe inizio lodissea del ritorno.
Prima ottenni un passaggio da un camion di volontari, uomini che erano venuti apposta a
spalare le macerie e adesso rientravano nei rispettivi paesi, sporchi, sfiniti e assetati. Mi
accompagnarono fino a Trapani, poi dovetti cambiare mezzo di trasporto. Una volta fu il carretto di un
contadino, unaltra il carro dei pompieri, unaltra ancora le mie gambe ma, a furia di chiedere e
camminare, verso il tramonto ero di nuovo a Mondello.
Credevo di trovarvi in casa, e infatti le finestre del pianterreno avevano gli scuri aperti.
Tuttavia, dietro le vetrate, le stanze davano unimpressione di quiete eccessiva: la calma infida dei
luoghi abbandonati. Bussai invano, sia alla porta principale sia a quella sul retro. Nel cortile, sotto la
pergola, le sedie erano accatastate luna sullaltra.
Qualcuno per doveva esserci, cos attraversai il giardino e scesi gi sulla costiera.
Ricordo un forte odore di pioggia. Un effluvio fresco e marcio che saliva dalla rena umida e
ancora piena di monnezza, stracci, carta, gli avanzi di un accampamento.
Il lido era deserto. Ceri solo tu, accovacciata accanto ai resti di un fal. Tracciavi segni sulla
sabbia con un bastoncino annerito dalle fiamme. Un gioco, ma lo facevi con la stessa implacabile
risolutezza con cui, da bambina, cercavi di importi alla mia attenzione. Anche da lontano riconoscevo il
gesto, limpazienza vorace delle mani. Sorrisi fra me e me.
Piccola pulce fastidiosa... con le zampette sempre pronte ad aggrapparsi e a toccarmi...
Ma non eri pi una bambina di seconda elementare, con le ginocchia a punta e la treccia che
infuriava sulle spalle.
Il sole usc per un attimo dalle nuvole e, mentre alzavi la testa, i pendenti che avevi alle
orecchie mandarono un lampo e un tintinnio leggero. Ti guardai nella luce di quel tramonto senza
colori, rischiarato da raggi bassi e stanchi, stanchissimi, proprio come me, e mi chiesi per quale motivo
non avessi mai visto quello che vedevo ora: la curva della nuca, la sottile dolcezza del collo... Magari
ero troppo impegnato a scappare. Ecco perch.
E in un attimo accadde: il perenne senso di attesa in cui ero vissuto per oltre ventanni, quel
vecchio stupore infantile e quella rabbia che mi dava lessere orfano  orfano per volont di qualcuno,
non per disgrazia , quel livore si dissolse. Spar. Forse sarebbe tornato, forse no, ma in quel momento
allent la stretta e il mio sangue prese a correre nelle vene sotto la spinta di una nuova promessa: 
sempre il nostro giorno... ogni giorno  nostro...
Nostro. Anche nelle circostanze pi disgraziate: era il mio poeta a prometterlo.
Ricominciava a piovere, ma si trattava di gocce rade, incerte, senza cattiveria. Ti raggiunsi. Mi
accucciai sulla rena cercando la tua mano e, mentre ascoltavo la musica sottile e intima dei tuoi
orecchini, pensai che lamore  un lavoro faticoso. Lungo e faticoso.
Andare, tornare
Roma, 25 ottobre 1972
Ora ascolta. Ascoltami, Enza, perch oggi non ti parler soltanto del passato.
Se in questo momento ti venisse voglia dimmaginarmi, sappi che sono qui allaperto, sul
terrazzo di casa, e addosso ho solo un maglione. Laria  tiepida, di quel tepore particolare dellottobre
romano. C uno spicchio di luna coricato sui palazzi, la strada  buia, gli appartamenti illuminati.
Nella cucina di fronte, un bambino mangia a un angolo di tavolo. Anchio fra poco manger il mezzo
pollo arrosto che ho comprato in rosticceria, ma per adesso non ho fame nonostante sia digiuno dallora
di colazione.
 stata una giornata intensa e lho trascorsa quasi per intero nel mio vecchio ufficio, in una
saletta adiacente alla biblioteca. Chiuso l dentro come un tempo, a respirare quel misto di polvere e
lucentezza e ad ascoltare il silenzio dei corridoi. Una cosa che ormai, purtroppo, faccio di rado, perch
da quando insegno alluniversit frequento larchivio in modo saltuario, e questo mi dispiace.
Comunque stamani la mia visita era di carattere personale.
Sono arrivato abbastanza presto, ma Giuseppe, il bibliotecario, aveva gi messo sul banco il
volume di cui avevo bisogno. Non ha voluto che restassi a leggerlo in sala di consultazione, in mezzo a
studenti e ricercatori, perci ha preso la chiave di un saloncino, che  sempre vuoto, ha aperto e mi ha
lasciato in compagnia di me stesso e dun tomo di quasi mille pagine, un librone stampato al risparmio
sulla cartaccia economica che adoperano apposta per i Ministeri. Ho dovuto sfogliarlo con cautela,
perch il dorso incollato alla meno peggio si squinternava.
In ogni caso, non  stata una lettura tranquilla: da quei fogli sconnessi usciva un odore che la
mia memoria non ha mai archiviato, come di nespola acerba mischiata a sangue vivo.
Lho ancora nelle narici, e forse  colpa di questodore che non sbiadisce... Sia come sia, Enza,
ho preso una decisione: per la prima volta da quando abito a Roma, questanno, il due novembre, sar
in Sicilia. Vengo a far visita a mio padre:  la festa dei morti e ho qualcosa da dirgli.
Ma non andr al cimitero. No, sarebbe inutile, perch mio padre non  in quella triste fossa
comune, lui  alla Ginestra, fra i sassi battuti dalla luce, nella piana tra la Pizzuta e la Kumeta, dove
ogni 1 maggio pu sentire i discorsi dei suoi compagni. E mia madre  con lui, perci  sempre l che
vado a cercarli e a portare a entrambi le mie parole, al posto dei fiori.
Questanno ho parecchio da raccontare e comincer col professor Cantoni. Ha torto, dir.  un
grande studioso ma ha torto e il mio amico Giacomo invece ha ragione, perch la Storia non  soltanto
la somma di tutto ci che ci viene nascosto.  anche linsieme di tutti i nostri sforzi per sollevare
coperchi e strappare veli. La Storia ha bisogno delle nostre passioni.
E a dimostrazione porter, per lappunto, il volume che ho consultato oggi nella saletta della
biblioteca e che ha un titolo generico: Relazione sui rapporti tra mafia e banditismo in Sicilia.
In realt sono settecentosettantasei pagine che riguardano le vicende della Ginestra.
Il prima e il dopo della strage.
La premessa e lepilogo.
Si tratta, in sostanza, del rapporto conclusivo di un sottogruppo della commissione parlamentare
antimafia. Quindici anni di battaglie ci sono voluti per avere la commissione, altri dieci per questo
primo rapporto che peraltro doveva rimanere segreto: un affare privato della politica. Ma per una volta
i reclamisti, come diceva tuo nonno, ce lhanno fatta, le proteste sono servite e da ieri il volume in
questione pu essere consultato dai cittadini interessati.
Cos me lo sono letto, da cima a fondo.
Non contiene grosse sorprese. Ma nelle ultime righe, proprio nelle conclusioni, i commissari
riconoscono che nella dolorosa esperienza della Ginestra si sono avute delle interferenze, ci sono stati
dei condizionamenti che non hanno permesso allo Stato di operare secondo la legge e nel rispetto della
legge.
Dopo venticinque anni, unammissione di responsabilit.
Appena sussurrata. Flebile. Sommessa. Ma detta e scritta, finalmente.
Lo Stato fin per non assolvere i suoi compiti...
Daccordo, non  una medaglia alla memoria. Ma  pur sempre qualcosa, rispetto al niente che
abbiamo avuto fino adesso, dir a mio padre e a mia madre tra qualche giorno, quando verr in Sicilia
e andr a fargli visita.
Anzi andremo, perch stavolta verrai con me, Enza, non  vero? Andremo assieme, come
saremmo dovuti andare quel mattino del 47, se ti fossi svegliata per tempo...
Ma forse sto sbagliando. Non dovrei chiederti un impegno cos semplice da prendere,
allapparenza, e, nel concreto, cos complicato. Non  giusto che ti chieda di accompagnarmi proprio
laggi, in quella conca deserta da cui continui a fuggire. Perch anche tu hai i tuoi divieti interni.
E allora mi correggo. Non considerarla una richiesta, ti prego. Valuta soltanto questo: che il due
novembre, verso mezzogiorno, sar al sasso Barbato. Dove, se vorrai, potrai raggiungermi.
Non  un obbligo e, se non ti vedr, pazienza.
Ma se a un certo momento spunterai fra le pietre, i cardi e lerba di montagna, se camminerai
verso di me, aggrappata alla tua borsa a tracolla come ogni tanto ti aggrappi alle ciocche dei capelli...
Ecco. Allora sapr che il ritorno  possibile. E che Palermo va bene, anche se  un luogo troppo vicino
a un passato che non si quieta mai.
Mai, per quanto mi sforzi.
Il sasso Barbato, 1972
Il viadotto era da capogiro: ripido, impervio.
Si alzava bruscamente formando in aria un sottilissimo nodo scorsoio, quindi girava su se stesso
abbandonandosi a precipizio dentro lo strapiombo della vallata. Esile come un taglio di sciabola. Una
lama di ferro e cemento che affondava in un pianoro di rocce e terra spolpata.
Il vento gi invernale si scapricciava sulle montagne e le raffiche scendevano a gonfiare il
tettuccio di tela della giardinetta.
La macchina stava ferma allimbocco del cavalcavia.
Dietro il volante, Enza guardava in alto e sudava nonostante avesse le mani gelate. Non si
decideva ad affrontare il valico, a salire in cima a quel ponte sospeso che spariva nellaldil. Sincitava
a mezza voce  avanti! su, avanti  ma lasciava spento il motore.
Lei che era sempre in anticipo, oggi era in ritardo. Mentre il sudore diventava una guazza fredda
in fondo alla schiena, si chiese per quanto tempo ancora lui sarebbe rimasto ad aspettarla: dieci, venti,
trenta minuti, tutta la giornata? Se lo figur tra gli sterpi pungenti, fra gli steli duri che bucavano i
vestiti. Lo vide nellatto di cercare una sigaretta: sicuramente ne aveva una nascosta nel taschino della
giacca (per le emergenze, diceva). Poi forse, in una furia dansia, avrebbe scrutato la strada
strizzando gli occhi. O invece era l che pazientava tranquillo. E intanto ripuliva la terra, levava le
erbacce attorno alla lastra di marmo bianco su cui era inciso il ricordo della strage.
... qui, sulla pietra di Barbato... mentre il popolo celebrava la festa del lavoro e la vittoria del
20 aprile... qui si abbatt il piombo della mafia e degli agrari...
Era il monumento che avevano voluto i superstiti: poche parole, e nemmeno una croce. Quella 
per i vivi, aveva detto la mamma di un morticino.
Lei non laveva mai vista, la lapide della Ginestra, ma sapeva dovera e quante volte lavevano
rotta e sfregiata: a qualcuno, evidentemente, non erano bastati i mitra e le granate per sanare loffesa di
un 1 maggio di festa. Ma se potevano spezzare il marmo, non potevano rompere il sasso Barbato. No,
non potevano, perch ci sarebbe stato sempre un pietrone, fra la Pizzuta e la Kumeta, su cui
arrampicarsi per gridare la voglia di pane, pace e poesia. Proprio come aveva fatto il medico dei
contadini, Nicola Barbato, quasi un secolo fa.
Pane, pace e poesia...
Ecco, pens, cosa dovrebbero scrivere su quel marmo. Perch non cerano solo lapidi, nella
piana della Ginestra. Non cera solo morte.
Sollev gli occhi verso la spirale del viadotto: un doppio salto nel mezzo del cielo. Ben pi
azzardato delle montagne russe che la eccitavano tanto, quando andava con Maria Domina alla fiera del
Mediterraneo.
Strinse le dita attorno al volante, sospirando. Guard di nuovo. Poi riaccese il motore e si butt dentro la vertigine.
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FINE.
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Nota dellautrice.
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Karen Blixen sostiene che tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia o si
racconta una storia su di essi. Forse  vero, forse no.
Raccontare storie  in ogni modo unarte delicata, che richiede un alto grado di responsabilit.
Soprattutto quando, dietro i personaggi dinvenzione (come i protagonisti di questo romanzo), si muove
la Grande Storia, con le sue questioni irrisolte, le sue menzogne e i suoi vicoli ciechi. E Portella della
Ginestra  un fatto storico di primaria importanza, perch il giorno dopo niente fu pi come prima.
Cos afferma uno studioso che fu anche testimone della strage, Francesco Renda.
Niente poteva essere come prima, in effetti: in Sicilia  in Italia, nel mondo  era cominciata la
guerra fredda.
Portella della Ginestra, per dirla altrimenti, non fu una strage come le altre: fu la sanzione,
scritta con il sangue, di un nuovo equilibrio politico destinato a durare nel tempo. Un equilibrio nato
dalla seconda guerra mondiale, quando lItalia (per usare le parole di uno storico, Nicola Tranfaglia)
divenne un Paese dimportanza cruciale nellequilibrio bipolare Usa-Urss.
Per quanto mi riguarda, ho scritto questo libro tenendo sempre a mente che la strage della
Ginestra resta ancora oggi sotto il segno del segreto di Stato. Il mio romanzo parte da qui. Dal
silenzio che ancora pesa sugli uomini e sulle donne che inaugurarono, col loro sangue, la storia della
Prima Repubblica.  di loro che parlo. Ma per chi fosse interessato agli avvenimenti che stanno dietro
il racconto, aggiungo di seguito una brevissima sintesi dei fatti di quegli anni.
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Cronologia minima.
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febbraio 1943: Ad Algeri un gruppo di agenti americani dellOSS (Office of Strategic Services,
antenato della CIA) comincia a preparare lo sbarco in Sicilia. Gli agenti sono per lo pi di origine
siciliana e si avvalgono della collaborazione della mafia italo-americana, capeggiata dal boss Lucky Luciano.
9 luglio 1943: Le truppe alleate sbarcano in Sicilia.
19 luglio 1943: I separatisti siciliani si riuniscono a Palermo, prima dellarrivo degli alleati, per
formare un governo provvisorio. Uno dei capi  il barone latifondista Lucio Tasca Bordonaro (autore di
un libro intitolato Elogio del latifondo siciliano).
22 luglio 1943: Charles Poletti, colonnello italo-americano e agente dellOSS, diventa capo del
governo alleato di occupazione e sinsedia a Palermo.
26 luglio 1943: Il governo di occupazione nomina il capomafia Calogero Vizzini sindaco di
Villalba. Vizzini era in cima allelenco degli amici siciliani compilato dal boss Lucky Luciano. Nel
90 per cento dei comuni dellisola verr nominato sindaco un amico mafioso, che avr il compito di
assicurare lordine alle spalle delle truppe alleate che avanzano verso nord.
28 luglio 1943: Charles Poletti nomina sindaco di Palermo il barone separatista Lucio Tasca Bordonaro.
21 agosto 1943: Charles Poletti riceve ufficialmente il Comitato per lindipendenza della Sicilia.
2 settembre 1943: Salvatore Giuliano uccide un carabiniere e si d alla latitanza.
8 settembre 1943: Firma del trattato di pace fra Italia e alleati.
6 dicembre 1943: Riunione a Palermo dei separatisti, con la partecipazione del boss Calogero
Vizzini in rappresentanza della mafia. Al rinfresco finale partecipa anche Charles Poletti.
4 gennaio 1944: Lamministrazione della Sicilia passa dal governo di occupazione al governo italiano.
5 luglio 1944: Fausto Gullo, ministro dellAgricoltura, emana i decreti che permettono alle
associazioni contadine, costituite in cooperative o altri enti, di avere in concessione le terre incolte.
autunno 1944: Prime occupazioni delle terre, per garantire lattuazione dei decreti Gullo. Vi
partecipa anche Girolamo Li Causi, leader comunista, che verr ferito dai mafiosi di Calogero Vizzini
durante un comizio.
gennaio-febbraio 1945: Gli alleati esprimono preoccupazione per il fenomeno del banditismo
in Sicilia. I fratelli Tasca e Calogero Vizzini assicurano il loro appoggio per eliminare le bande (che
disturbano anche i nuovi affari mafiosi).
16 maggio 1945: Nasce lEVIS, lesercito separatista siciliano.
18 settembre 1945: Salvatore Giuliano viene nominato colonnello dellEVIS e sale cos di
grado: da bandito a patriota separatista.
15 maggio 1946: La Sicilia ottiene lautonomia, disciplinata da uno statuto speciale. Una
vittoria che divide lo schieramento indipendentista.
2 giugno 1946: LItalia diventa repubblica.
17 giugno 1946: Viene ucciso in uno scontro a fuoco Antonio Canepa, capo dellala
progressista del movimento separatista.
22 giugno 1946: Togliatti, ministro della Giustizia, concede lamnistia per i delitti politici. Si
chiude la fase armata del separatismo siciliano. Giuliano non ottiene lamnistia per i delitti comuni
precedenti al separatismo e continua la latitanza.
22 dicembre 1946: Pio XII scomunica i comunisti italiani.
gennaio 1947: Comincia a circolare il termine guerra fredda, per descrivere lemergere delle
tensioni fra blocco occidentale e blocco comunista. Il termine viene coniato da Bernard Baruch
(consigliere della Casa Bianca) e dal giornalista americano Walter Lippmann.
5 gennaio 1947: Il presidente del consiglio Alcide De Gasperi va negli Stati Uniti e incontra il
presidente Truman, che condiziona gli aiuti allesclusione dei comunisti dal governo.
febbraio 1947: A Palermo, Salvatore Giuliano comincia a frequentare il Fronte Antibolscevico.
Ha svariati incontri (spesso a casa dei capimafia locali) anche con lonorevole Leone Marchesano,
lonorevole Bernardo Mattarella, il deputato Giacomo Cusumano Geloso e il principe monarchico
Giovanni Francesco Alliata.
12 marzo 1947: Negli Stati Uniti nasce la dottrina Truman, con un discorso del presidente al
Congresso. Per contenere lespansionismo sovietico, nellEuropa occidentale (Italia, Francia) si ritiene
utile scoraggiare la presenza o lingresso dei comunisti al governo.
20 aprile 1947: In Sicilia, alle elezioni amministrative, vince il Blocco del Popolo (federazione
politica della sinistra), con il 30,4 per cento dei voti (contro il 20 per cento della DC). Questo risultato
viene visto come un possibile prologo a una vittoria in campo nazionale. Scrive lo storico Francesco
Renda: Se il comunismo aveva vinto in Sicilia, perch (si chiedeva da parte americana) non prevedere
e non temere che vincesse anche nelle elezioni nazionali? E perch (si argomentava da parte comunista
italiana) non prevedere e non supporre che si potesse vincere anche nelle elezioni nazionali?
27 aprile 1947: Riunione della banda Giuliano in localit Saraceno. In questa occasione
Pasquale Sciortino consegna al cognato una lettera, Giuliano la legge e dice ai suoi uomini (come
risulta dalle carte dellistruttoria):  venuta lora della nostra liberazione! Il 1 maggio andremo a
sparare a Portella della Ginestra.
28 aprile 1947: Riunione dei capimafia di San Giuseppe Jato e di Piana degli Albanesi in
localit Kaggio.
1 maggio 1947: Strage di Portella della Ginestra.
13 maggio 1947: De Gasperi si dimette, i comunisti non entreranno nel nuovo governo (ancora
a guida De Gasperi). Fine della politica di unit nazionale.
5 giugno 1947: Gli Stati Uniti varano il piano Marshall per la ricostruzione dellEuropa
devastata dalla guerra.
dicembre 1947: Il ministro dellAgricoltura Antonio Segni depotenzia i decreti Gullo e i
contadini perdono gran parte della terra appena conquistata.
Cinquantanni dopo
6 novembre 1997: finalmente, ultima in ordine di tempo rispetto ad altre associazioni analoghe,
viene costituita Non solo Portella, che raccoglie i superstiti della strage e i familiari delle vittime
(assieme ai familiari dei sindacalisti e dei dirigenti politici ammazzati in Sicilia dal 44 in poi). La
presiede Giuseppe Casarrubea, storico, il cui padre fu ucciso a Partinico nel 47. Scopo principale
dellassociazione: rendere giustizia alle vittime e battersi per labolizione del segreto di Stato sulle stragi.
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Ringraziamenti.
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Molte persone mi hanno aiutato in vario modo durante la stesura di questo romanzo. Ringrazio in particolare Ambra Pirri, Cristina Fatta, Maria Maniscalco, Jole Calapso, Umberto Santino e, per la loro disponibilit, Giuseppe Barbera, Pier Luigi Basile e Ignazio Ceffalia (volontario della biblioteca di Piana degli Albanesi, che mi ha fatto dono degli scritti di Nicola Barbato). Ringrazio la biblioteca della Fondazione Basso, come sempre fondamentale per le ricerche (rese pi svelte dalla gentilezza di Maurizio Locusta), e la libreria Fahrenheit di Campo dei Fiori.
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Ringrazio i fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso, meravigliosi poeti e cantautori, che mi hanno fatto sentire vicina alla Sicilia anche quando ne ero lontana. Grazie a Ilde Buratti (anche per la pazienza con cui mi ascolta). E grazie a Donatella Barbieri: senza la tua saggezza, Donatella, come farei? Grazie infine a tutte le amiche e a tutti gli amici di Dakar (dove ho vissuto dal marzo 2010 al marzo 2011), che mi hanno regalato la serenit e laffetto di cui avevo bisogno per scrivere questo libro.
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FINE.